Intervista esclusiva
Intervista esclusiva a Patrizio Fariselli degli AREA – International POPular Group – Prima parte –
Area: il suono della rivolta
Le origini
AREA, band italiana esponente di spicco di rock progressivo attiva dagli anni’70. Conosciuta per la forte sperimentazione musicale e testi politicamente impegnati.
Formazione storica:
Demetrio Stratos – voce, Patrizio Fariselli – tastiere, Paolo Tofani – chitarra, Ares Tavolazzi – basso, Giulio Capiozzo – batteria
Anni ’70 e Demetrio Stratos
Negli anni ’70, in Italia, il clima era segnato da forti tensioni sociali e politiche. Gli Area si inserivano in questo contesto con un linguaggio radicale, sia nei testi sia nella musica. Musica non omologata alle mode e “di rottura”. Nelle loro canzoni non era solo il titolo a essere provocatorio, ma anche un uso sperimentale della voce di Demetrio Stratos considerato tra i più innovativi vocalist europei, strutture compositive musicali complesse formate da fusioni con: jazz, rock progressivo, musica contemporanea ed etnica e testi con un forte impegno politico e sociale.
Tutto questo con un obbiettivo che non era intrattenere, ma far pensare.

Incontriamo Patrizio Fariselli
Il vostro nome è semplice: “Area”. Ma dentro sembra esserci un mondo intero. Che cos’era, davvero, Area, Perché la scelta di questo nome? Definirvi International POPular Group, vi sentivate più musicisti o più militanti culturali?
“Area International POPular Group è stato un collettivo determinato a portare fino in fondo la sua musica e la sua visione del mondo. La dicitura POP manifestava l’intento di uscire dal ghetto dorato (si usa ancora dire così?) della musica colta e scardinare le categorie e le classi con cui si incasellano i generi.
Lo strumento principale per ottenere ciò era sorprendere l’ascoltatore con idee e soluzioni per quanto possibile non scontate, in modo da ingenerare continuamente una inquietudine controllata, ottima per muovere il pensiero.
Non a caso gli ascoltatori, molto spesso, tornavano ad ascoltarci più e più volte negli anni.
Incontro continuamente persone che ci tengono a farmelo sapere.
Per quel che riguarda il nome, può darsi che sia stato decisivo il riferimento a “Allargate l’area della coscienza” di Allen Ginsberg, ma non ci giurerei.”
La vostra musica fondeva rock, jazz e avanguardia era una scelta estetica o politica? E, quanto contava l’improvvisazione nei vostri concerti?
La nostra era semplicemente una scelta di vita. La musica era al primo posto nei nostri interessi e la politica, in quegli anni, ne era il naturale retroterra. La consapevolezza è sempre una necessità quando si ambisce ad affrontare la realtà.
Ma se il mercato non aveva spazio nelle nostre decisioni artistiche, i partiti politici ne avevano ancora meno. Solo una volta, con la registrazione de “l’Internazionale”, coniugammo dichiaratamente musica e politica, in un gesto militante per raccogliere fondi a sostegno delle spese processuali dell’anarchico Marini.
Politico era comunque il nostro modo di vivere e di contribuire, con la nostra presenza, all’evoluzione del movimento. Noi c’eravamo, sempre.”
L’anima di Demetrio Stratos è sempre presente. La sua voce sembrava uno strumento alieno, esplorava i limiti biologici. La voce è corpo. È politica. È suono prima ancora che linguaggio. Demetrio esplora i limiti fisiologici perché anche i limiti sociali vanno esplorati. Se rompi uno, puoi rompere anche l’altro.
Che ruolo ha avuto la sperimentazione vocale di Demetrio Stratos nel progetto della band e quale è stato secondo voi il suo lascito artistico?
“Demetrio pensava alla propria voce come ad un strumento e in questo modo riusciva a esprimersi in un contesto musicale che non riconosceva alla parola particolari privilegi.
Area non ha quasi mai fatto canzoni.
La voce, come “porta dell’inconscio” di Lacaniana memoria, era il suo principale interesse. Soprattutto in questo senso è da intendersi il lavoro di sperimentatore che maturò nella parte finale della sua breve vita, anche al di fuori del gruppo.”
Potreste raccontarci qualche episodio di quegli anni a voi particolarmente caro con Demetrio Stratos?
“Me ne vengono in mente troppi. Ho scritto un libro dal titolo “Storie elettriche”, in cui racconto le mie esperienze personali di quel periodo e tante storie vissute col gruppo. Lì puoi trovare tutti gli aneddoti che ti servono.”
Che rapporto avete avuto con le altre Band e artisti nazionali e internazionali di rock prog di quel periodo?
“Capitava di incontrarsi, in festival o varie manifestazioni con altri artisti, e i rapporti tra noi erano cordiali. In quel periodo i gruppi erano davvero parecchi e ognuno lavorava per costruirsi un repertorio originale. Ci si sentiva partecipi di un momento straordinario nella storia del nostro paese, di una fase culturale in grande cambiamento e quindi della ricerca musicale tout court. E il pubblico non era da meno: curioso, attivo, che non si spaventava di fronte alle proposte nuove e, anzi, le cercava assiduamente.
Furono anni di grande fermento e ne conservo ricordi meravigliosi; altro che “anni di piombo”. Se becco il giornalista che ha inventato questa definizione gliene dico quattro.
Il vostro primo Album “Arbeit macht frei” ha un titolo che colpisce come uno schiaffo. È stata una scelta provocatoria: volevate scioccare o far riflettere?
“Il titolo del primo disco fu suggerito da Gianni Sassi, nostro paroliere, discografico e vero e proprio sesto elemento del gruppo. Il senso di questa citazione fu allora molto forte, ma lo è ancor di più ora.
“Il lavoro rende liberi” è una frase che potrebbe benissimo far parte della costituzione di uno stato socialista e invece era posto all’ingresso di un luogo in cui regnava l’orrore più assoluto. Oggi è un potente monito a diffidare di chi si appropria di temi e idee progressiste per svuotarli di senso ed usarli come strumento di divisione sociale e di manipolazione mentale, per gli interessi di un potere sempre più monolitico e arrogante. Assistiamo ogni giorno all’incredibile violenza della nostra contemporaneità ipocrita e “Arbeit macht frei” non fa che ricordarci come potrebbe evolvere.”
Nei vostri testi il messaggio politico era centrale: pensate che la musica oggi debba prendere posizione? Avete mai subito censure o pressioni per i vostri contenuti?
“Non credo che per un artista sia obbligatorio prendere apertamente posizione in termini politici. Il suo lavoro dovrebbe, già di suo, qualificarlo in questo senso.
Noi allora ci schierammo esplicitamente e questo, tra l’altro, ci precluse definitivamente ogni contatto con il mercato angloamericano, dominante nella musica giovanile. Pezzi come “Luglio, agosto settembre (nero)” hanno segnato indelebilmente la nostra carriera.
Pressioni non ne abbiamo mai avute se non, nei primissimi tempi, qualche invito (disatteso) di Franco Mamone, il nostro manager di allora, a fare una musica più… fruibile.
Censure dirette non ne abbiamo mai subite, però l’accesso alla tv nazionale era pressoché impossibile; un po’ come adesso…”
Non revival. Non nostalgia. Non museo. È riattivazione.
Area è uno spazio. Non un gruppo chiuso, ma un territorio attraversabile. È un punto di incontro tra suoni, culture, tensioni. Finché c’è conflitto nel presente, Area ha un senso preciso. E nel 2026 il conflitto è ovunque: algoritmi, guerre, identità frammentate. La politica oggi è nei dati. Nei corpi sorvegliati. Nell’intelligenza artificiale che decide cosa ascolti. Tuttavia, l’Intelligenza Artificiale è priva di un pensiero divergente e suonare dal vivo con improvvisazioni è già un atto politico: l’errore umano contro la perfezione algoritmica.
Credete che l’arte possa ancora cambiare questa società? E qual è, secondo voi, il rischio più grande per la libertà culturale oggi?
“L’idea che la musica potesse incidere nelle questioni sociali era un bel sogno, praticato da molti, anche se, vedendo come siamo messi oggi, non mi pare abbia dato grossi risultati pratici. Però la musica, come ogni arte, ha il potere di aprire le menti e i cuori, stimolare il pensiero critico, e senz’altro questo non è solo un fatto culturale, ma anche politico. Ed è uno dei motivi che ci spinge a proseguire nel nostro lavoro.
Anzi, il dilagare dell’AI non fa altro che rendercelo più prezioso, poiché, da quel che sento, inevitabilmente essa non fa che riprodurre luoghi comuni e banalità; anche se a un primo sguardo può sembrare sorprendente. In questo contesto le nostre invenzioni risaltano ancora di più: se il panorama è piatto e uniforme, anche se ben confezionato, il guizzo creativo risalta e acquista valore.
Il rischio principale della contemporaneità è l’omologazione voluta da un potere quanto mai pervasivo, determinato a sottomettere i popoli privandoli della loro specificità e tradizioni culturali.
Un popolo senza memoria e reso amorfo da una dilagante superficialità del pensiero, si controlla molto più facilmente. Dopo la caduta dell’URSS, il tentativo degli USA di dominare l’intero pianeta con la globalizzazione è fallito e il riassetto dei poteri in termini geopolitici si sta muovendo sempre più rapidamente in senso multipolare. Le categorie ideologiche di destra e sinistra, con cui decodificavamo la realtà cinquant’anni fa, non sono più strumenti validi, anche se il potere cerca di tenerci divisi dentro questi due falsi recinti che in realtà difendono entrambi gli stessi interessi, quelli finanziari.
Credo quindi che non dobbiamo perdere la solidarietà tra le persone e riappropriarci della nostra umanità, favorendo il nuovo mondo multipolare e avviando un percorso in cui al centro ci sia la pace e il mutuo interesse, non lo strapotere di pochi sciacalli. “

