Certezza della pena. Non è una parola dura.
Dopo aver richiamato nel mio ultimo articolo Beccaria, Filangieri, Bobbio e i fondamenti del diritto penale moderno, resta una domanda inevitabile. La certezza della pena è solo un ideale illuminista o può tornare a essere una pratica concreta?
La risposta, scomoda ma necessaria, è una sola. La certezza della pena non è un problema di leggi, ma di sistema. Cosa che certo non rende più semplici le cose. Anzi. Rifondare un sistema, riportarlo alla purezza immaginata dai nostri costituenti o addirittura risalire alla lungimiranza dei nostri antenati del diritto romano è cosa assai più difficile, complessa, complicata e lunga da attuare rispetto a emanare misere leggi con maggioranze risicate e litigiose. Leggi che inseguono consensi, mirano ad accontentare leader e ideologie tenute in vita con accanimento terapeutico. Cosa peraltro ancora attuata con il fascismo, orrore comprovato quanto storicamente superato, ma ancora nemico ideale per combattere battaglie altrimenti senza nemico e senza idee. Avere un nemico rende tutti più credibili, anche gli idioti.
Il grande equivoco. Servono davvero pene più severe?
No. E lo diceva già Beccaria, non uno squadrista della curva sud, non un talk show, non un influencer. No, per sconfiggere il crimine e i criminali, scusate, per contenerli entro limiti socialmente accettabili, non servono leoni da tastiera, forcaioli improvvisati dediti poi a filmare i crimini con i telefonini per conquistare “like”, senza intervenire. No, non servono questi figuri.
L’Italia non soffre di un vuoto normativo, anzi. Abbiamo leggi da vendere. Dovremmo forse sfoltirle e riunirle in una serie di testi unici omogenei per argomenti e ben illustrati ai cittadini. Soffre di tempi lunghi, lunghissimi alle volte volutamente eterne per cercare l’oblio giuridico, la prescrizione. Soffre anche di percorsi processuali opachi e misure che appaiono incoerenti rispetto alla gravità dei fatti.
Il risultato è un corto circuito comunicativo prima ancora che giuridico.
Una pena può essere anche equilibrata e costituzionale, ma se arriva tardi o sembra incerta, non educa e non dissuade. La prova è che le nostre strade sono piene di “maranza”, armati di coltello che quotidianamente sfidano lo Stato. E vincono. Purtroppo per i cittadini onesti, purtroppo per Abele, colpevole di essere vittima di un assassino e non viceversa. Ma Caino è super difeso. Abele, nella sua fragile innocenza dà solo fastidio. Non promuove occasioni di associazionismo, non si scende in piazza, troppo banale per muovere compassione. Almeno sino a ora. Voglia iddio di non essere mai vittime, perché prima lo si è dei criminali e poi di chi li difende.
La certezza della pena è fatta di tre cose concrete
1. Tempi prevedibili
Non “brevi a ogni costo”, ma prevedibili. Prevedibilità, parola magica. Sapere che un procedimento avrà un esito entro un arco temporale definito è già deterrenza. Già fa tremare chi commette e sperare chi subisce.
Un sistema che lascia tutto sospeso per anni trasmette un messaggio preciso. Prima o poi, tutto si diluisce. Scatterà la prescrizione e tutto si dimenticherà. E gli avvocati sanno come fare in un sistema che sembra costruito appositamente. Forse proprio da loro che popolano in gran numero Parlamento e Senato.
2. Coerenza tra reato e conseguenza
Qui non c’entra il populismo penale. C’entra la logica.
Quando reati percepiti come gravissimi ricevono risposte che appaiono lievi, la sproporzione non è solo giuridica. È simbolica.
E i simboli, nel diritto, contano moltissimo. Così come nella religione. I simboli hanno un forza e una potenza che travalica il comune sentire ma colpisce la ragione dei popoli.
3. Chiarezza verso i cittadini
La giustizia non può restare un linguaggio per iniziati. Uno Stato serio spiega. Spiega perché una misura è stata adottata, quali limiti ha e cosa accadrà dopo.
Il silenzio istituzionale è il miglior alleato della sfiducia.
La lezione dei giuristi (che abbiamo dimenticato)
Filangieri parlava di leggi che “formano i costumi”. Montesquieu di leggi che “reggono perché comprese”. Bobbio di ordinamenti che sopravvivono solo se percepiti come legittimi.
La certezza della pena nasce qui, non nella durezza, ma nella serietà dello Stato. Oggi tutto è messo in discussione, addirittura l’esistenza delle Forze dell’Ordine e delle carceri, come se non fosse chiaro a tutti che nel caos, che è poi l’assenza di libertà, vince il più forte, il più feroce, quello che non ha freni inibitori.
In questa logica soccombono gli onesti, quelli che hanno investito la loro vita in studio, serietà, costanza, impegno e che conducono le loro battaglie solo in un civilissimo contradditorio professionale, relazionale o politico. Ma siamo purtroppo in un’epoca in cui le minoranze facinorose e violente prevalgono, la violenza contro l’avversario politico è stata sdoganata, addirittura mandata nel parlamento europeo da quasi duecentomila persone, duecentomila italiani. Una battuta mi sia consentita, della “falce e martello” pare sia rimasto solo il martello. Pensateci. Pensateci rapidamente prima che qualcuno censuri.
Un paradosso tutto italiano
Oggi lo Stato appare fortissimo nei comunicati e debolissimo nella percezione quotidiana. Le Forze dell’Ordine lavorano incessantemente ma con sempre minori risultati apparenti. C’è una parte di Stato che lotta contro un’altra. Impensabile, vergognoso, illegittimo.
Riecheggiano ancora nelle mie orecchie le parole del direttore dell’Unità. Non il notorio ex magistrato Palamara ma tale Sansonetti, uomo di provata fede comunista. Salvo che anche questa sia una fake, ma nessuno l’ha smentita. Andate a cercare, scandagliate il web e trovate cosa dice del sistematico tentativo di eliminazione giudiziaria di un noto avversario politico.
La distanza tra ciò che è scritto e ciò che viene vissuto è il vero problema. Ed è una distanza che nessuna riforma spot può colmare. Serve una visione, meno eccezioni, meno ambiguità, più linearità.
Non una giustizia che colpisce, ma una giustizia che regge
La certezza della pena non serve a vendicarsi. Serve a evitare che il crimine diventi una scommessa conveniente come è oggi, considerato che la percentuale dei reati puniti veramente è risibile. Quando la legge è certa il cittadino si sente protetto, il colpevole si sente fermato e lo Stato torna credibile
E la credibilità, nel diritto, è tutto è il diritto stesso!
Beccaria non chiedeva uno Stato più crudele, una Polizia aguzzina. Chiedeva uno Stato preso sul serio.
Forse, due secoli dopo, è ancora questa la riforma più importante, la più urgente.
Giulio Valerio Santini

