Più volte ho confessato la mia età. Il tempo è passato costellato di gioie e dolori, qualche rammarico, molti sogni (ancora presenti), molti errori qualcuno non rimediabile. Una cosa però in questo tempo l’ho vista prima da Radicale poi da Repubblicano (eletto) e poi da uomo ormai fermamene convinto su posizioni di Destra.
Ho visto la Sinistra italiana consumarsi in Segreterie di partito e infiniti Congressi dove le varie anime presenti si scontravano senza esclusioni di colpi, spesso sotto la cintura. Discorsi infiniti, sfoggi di erudizione (comunista), intellettualismi fini a sé stessi, paccottiglia ideologica inutile alla più parte del mondo conosciuto. La Sinistra italiana è stata soprattutto utile ai suoi componenti, leader e dirigenti. Tutti, o molti, ricompensati con incarichi di partito remunerati, scranni da deputati e senatori lautamente pagati sino a pochi anni fa anche con vitalizie vergognosi. E lasciamo perdere gli inciuci per assegnare poltrone nei vari consigli di amministrazione di aziende dello Stato, partecipate e Enti inutili ma tenuti in vita allo scopo.
Alla faccia del mondo operaio, di quello dei lavoratori tutti. Le uniche cose che arrivavano quaggiù nel mondo della gente che lavora erano gli slogan che servivano a dare soddisfazione ai meno fortunati. Si sfogavano i poveretti nelle piazze organizzate, con pullman treni carretti della propaganda sinistrosa. Eroi della Piazza, professionisti (scusate lavoratori subordinati) della protesta. Altro non arrivava.
La Sinistra italiana, ha governato il Paese per decenni senza stare al Governo, ha condizionato il Paese senza assumersi le responsabilità che ciò avrebbe comportato. Ora può dire “noi non eravamo al Governo, c’erano altri, i soliti che hanno sfasciato il Paese” Può dirlo ma non ci crede più nessuno. Ora invece vogliono andare al Governo. Hanno compreso che il giochetto non riesce più. Non riescono più ad alimentare la macchina del consenso rimanendo lì dove sono.
E allora…Orto del nonno, scusate Campo largo o quello delle Dodici pertiche.
La sfida per la leadership del centrosinistra rischia di nascondere una domanda più importante
Dopo lo sfogo in premessa diamo uno sguardo a ciò che sta accadendo. C’è una curiosa regola della politica italiana, ve la ricordo. Quando due leader passano molto tempo a discutere su chi debba comandare, prima o poi qualcuno comincia a guardare chi è seduto in panchina. Meditate gente, meditate.
È quello che potrebbe accadere ora nel centrosinistra. La regola sopra enunciata!
Elly Schlein e Giuseppe Conte restano i due protagonisti naturali della sfida per la leadership del cosiddetto campo largo. Il problema è che, mentre il confronto tra la segretaria del PD e il leader del Movimento 5 Stelle continua, stanno crescendo altri nomi: Silvia Salis, Gaetano Manfredi, Antonio Decaro e Roberto Gualtieri.
Nessuno dei quattro, al momento, è ufficialmente candidato a Palazzo Chigi. Anzi, tutti mostrano grande prudenza quando qualcuno prova a portarli sul terreno nazionale. E’ il primo segnale, cautela ma mai esclusione decisa.
In politica, tuttavia, le candidature più interessanti sono talvolta proprio quelle che ancora non esistono. Le altre man mano sono “bruciate”
E il punto non è soltanto stabilire chi possa battere Schlein o Conte in eventuali primarie. La domanda decisiva è un’altra: chi sarebbe davvero in grado di tenere insieme una coalizione che va dal Movimento 5 Stelle ai riformisti e, contemporaneamente, competere con Giorgia Meloni?
Proviamo a guardare da vicino.
Silvia Salis, la novità che cresce velocemente
Il nome più nuovo è quello di Silvia Salis, sindaca di Genova dal 2025 ed ex atleta olimpica.
La sua ascesa politica è stata rapidissima e la dimensione nazionale del personaggio è ormai difficile da ignorare. La stampa internazionale ha cominciato a occuparsi di lei e il dibattito sulla sua possibile candidatura alla leadership progressista è uscito dai confini genovesi.
A ottobre è inoltre prevista l’uscita per Feltrinelli del suo libro “È già domani”, significativamente intitolato come lo slogan utilizzato nella campagna elettorale genovese. Naturalmente pubblicare un libro non equivale a presentare una candidatura a Palazzo Chigi. Se così fosse, avremmo un Parlamento decisamente più affollato.
Ma il momento politico scelto difficilmente passerà inosservato.
Salis possiede soprattutto qualcosa che Schlein e Conte non possono più avere: l’effetto novità. E arriva dall’esperienza di Genova, dove una coalizione larga è riuscita effettivamente a costruirsi attorno a una candidatura civica. E cosa, di non poco conto. E’ una donna, perlopiù gradevole d’aspetto e questo aiuta in campagna elettorale, molto.
Il punto debole è altrettanto evidente: governare una grande città da poco più di un anno è cosa molto diversa dal proporsi per guidare il Paese.
Manfredi e Decaro, quelli che il campo largo lo hanno già sperimentato
Poi c’è Gaetano Manfredi. Sindaco di Napoli, presidente dell’ANCI, già ministro e soprattutto figura difficilmente identificabile con una sola corrente del centrosinistra. Trasversale? Forse.
La sua forza non è quella del leader carismatico. Potrebbe essere esattamente il contrario: l’uomo della mediazione, capace di diventare interessante proprio nel caso in cui Schlein e Conte non riuscissero a trovare un equilibrio. Un vero democristiano di sinistra.
Non a caso il suo nome continua a circolare come possibile figura capace di federare un’area politica più ampia.
Diverso è il caso di Antonio Decaro, oggi presidente della Regione Puglia.
Quando a luglio gli è stato chiesto direttamente della possibilità di guidare il campo largo, Decaro ha risposto di essere impegnato a fare il presidente della Regione e di avere già parecchi problemi da affrontare. Risposta assolutamente ragionevole.
E anche perfettamente compatibile con una futura candidatura…Imparate a leggere il codice dei candidati di Sinistra. Fanno di tutto per sembrare disinteressati al Potere, uomini impermeabili alle tentazioni. E intanto lavorano instancabilmente per accaparrarsi incarichi, posti e Potere. Ma lo fanno per noi, per i reietti del mondo.
Decaro è un maestro. Porta infatti con sé una risorsa che in politica non si può fabbricare nei laboratori delle segreterie: i voti. Alle europee del 2024 raccolse quasi mezzo milione di preferenze personali nella circoscrizione meridionale. E alle regionali pugliesi del 2025 ha conquistato la presidenza con circa il 64% dei voti. Numeri che, quando arriverà il momento di fare i conti, qualcuno inevitabilmente ricorderà. Senza che Decaro debba metterli sul tavolo.
Gualtieri, esperienza nazionale e il gigantesco problema chiamato Roma
Infine Roberto Gualtieri.
È forse il profilo istituzionalmente più completo: europarlamentare, ministro dell’Economia nel governo Conte II e sindaco della capitale. Ha quindi un vantaggio evidente: conosce sia il PD sia il Movimento 5 Stelle e ha già avuto responsabilità di governo nazionale.
Ma ha anche un ostacolo grande più o meno quanto Roma.
Nel 2027 dovrà infatti affrontare la partita del possibile secondo mandato in Campidoglio. Immaginare contemporaneamente la campagna per Roma e quella per Palazzo Chigi richiederebbe capacità di ubiquità che, al momento, non risultano previste dallo Statuto del PD.
Ma il problema del campo largo non è soltanto il nome
Qui però arriva il punto politico vero. Il centrosinistra rischia di discutere per mesi su chi debba guidare una coalizione prima di avere definitivamente chiarito che cosa quella coalizione voglia fare.
PD e Movimento 5 Stelle possono trovare convergenze importanti su welfare, sanità, salari, ambiente e diritti. Ma rimangono differenze significative su politica estera, difesa, rapporto con l’Europa, politica industriale e collocazione internazionale dell’Italia. Robetta da nulla. Rinviabile certo a un momento successivo alla presa di Potere. Capace però di deflagrare e poi portare alle crisi di Governo.
E poi esiste il problema dei riformisti e del centro.
Un campo può essere larghissimo sulla cartina e molto più stretto quando bisogna scrivere un programma di governo. Transeat diceva mio nonno, socialista.
E dall’altra parte c’è Giorgia, Meloni
C’è infine una differenza che il centrosinistra non può permettersi di ignorare.
Nel centrodestra la leadership è chiara. Giorgia Meloni.
Nel centrosinistra, invece, si discute ancora del metodo con cui individuare il candidato e dei possibili protagonisti della competizione. E negli ultimi giorni il dibattito sulle quattro possibili “riserve” dietro Schlein e Conte è diventato esplicito.
Questo concede alla presidente del Consiglio un vantaggio politico considerevole: può presentarsi come leader di uno schieramento riconoscibile mentre gli avversari devono ancora decidere chi li rappresenterà. Ed è forse proprio qui che Salis, Manfredi, Decaro e Gualtieri diventano interessanti.
Non necessariamente perché uno di loro sarà il prossimo candidato premier del centrosinistra. Ma perché dimostrano che la scelta non è obbligatoriamente limitata a Schlein e Conte.
Il paradosso potrebbe essere questo. Mentre i due leader si preparano alla finale, il centrosinistra potrebbe scoprire di avere bisogno di qualcuno che quella semifinale non l’abbia combattuta affatto.
Perché alla fine la domanda potrebbe non essere più “Schlein o Conte?”. Potrebbe diventare molto, molto più scomoda. “Chi ha maggiori possibilità di tenere insieme il centrosinistra e battere Giorgia Meloni?”
E non è affatto detto che le due risposte coincidano.
Stiamo a vedere cosa si inventano. Alcune settimane fa un professore di economia molto vicino alla Sinistra ha cominciato a dire che forse la stabilità non è una cosa positiva, no il cambiamento rapido di Governi è positivo, fa bene al mercato e all’economia del Paese. Sarà perché la stabilità è una delle cose certe che la Destra di governo ha regalato al Paese?
Meditate gente, meditate.
Giulio Valerio Santini
https://www.nationaldailypress.it/author/giulio-valerio-santini
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