Puntata 1 — Più potenti degli Stati
Ascoltavo la televisione, un poco annoiato dal ripetersi delle stesse notizie a ogni edizione del telegiornale, quando per la terza volta in poco più di un’ora tornò una notizia su Meta, sul suo fondatore e su una multa europea di proporzioni gigantesche.
L’entità della sanzione mi sembrò enorme. E mi venne spontanea una domanda: come può un’azienda pagare una multa di quelle dimensioni e rimanere sostanzialmente in piedi senza vacillare?
La risposta è semplice: alcune aziende sono diventate enormi. Per fatturato, utili, dipendenti, capitali disponibili e, soprattutto, capacità di influenzare la società.
Ed è proprio questo che mi interessa.
Non sono Stati. Non hanno cittadini, non indicono elezioni e non rispondono a un Parlamento. Eppure alcune grandi imprese controllano infrastrutture, tecnologie, dati e risorse economiche capaci di condizionare la vita di centinaia di milioni, talvolta miliardi, di persone.
Quanto può diventare potente un’azienda prima che la sua dimensione smetta di essere soltanto una questione economica e diventi una questione democratica?
Multinazionali più grandi degli Stati? Attenzione ai numeri
C’è un modo molto efficace, ma economicamente discutibile, per raccontare quanto siano diventate grandi alcune multinazionali: confrontare la loro capitalizzazione di Borsa con il PIL di uno Stato.
Nvidia vale migliaia di miliardi di dollari. Apple, Microsoft, Alphabet e Amazon appartengono allo stesso ristretto club delle società gigantesche. Mettendo quei valori accanto al PIL di molti Paesi si ottengono titoli impressionanti: “Questa azienda vale più di uno Stato”.
Ma il confronto è improprio.
La capitalizzazione misura il valore attribuito dal mercato alle azioni di una società; il PIL misura invece il valore dei beni e dei servizi prodotti da un Paese in un anno. Sono grandezze diverse.
Non abbiamo bisogno di forzare il confronto, perché i numeri reali delle grandi multinazionali sono già sufficientemente impressionanti.
Amazon e le dimensioni economiche delle Big Tech
Nel 2025 Amazon ha realizzato ricavi per circa 717 miliardi di dollari. Per avere un ordine di grandezza, il PIL del Sudafrica, una delle maggiori economie africane, si colloca intorno ai 400 miliardi di dollari.
Anche fatturato e PIL non sono grandezze perfettamente confrontabili: il primo misura le vendite complessive di un’impresa, il secondo il valore aggiunto prodotto da un’intera economia. Ma almeno entrambi descrivono flussi annuali e permettono di comprendere la scala del fenomeno.
Amazon impiega inoltre direttamente oltre un milione e mezzo di persone. Non è uno Stato, naturalmente, ma le decisioni prese da un gruppo relativamente ristretto di dirigenti incidono sul lavoro e sul reddito di una popolazione paragonabile a quella di una grande città.
E Amazon è soltanto un esempio.
I profitti delle multinazionali diventano potere
Microsoft ha chiuso l’ultimo esercizio con oltre 330 miliardi di dollari di ricavi e circa 134 miliardi di utile netto: più di 360 milioni di dollari di profitto al giorno.
Apple ha superato i 100 miliardi di utile annuale e Alphabet i 130 miliardi.
Non stiamo parlando di valutazioni teoriche della Borsa, ma di profitti prodotti in dodici mesi. Denaro che può essere distribuito agli azionisti, ma anche utilizzato per acquistare imprese, costruire data center, finanziare ricerca, attirare i migliori talenti, sviluppare intelligenza artificiale ed entrare in nuovi mercati.
È qui che la dimensione economica comincia a trasformarsi in qualcosa di diverso: capacità di azione e quindi potere.
Le 500 maggiori società del pianeta raccolte nella Fortune Global 500 hanno prodotto nel 2025 circa 43.100 miliardi di dollari di ricavi e quasi 3.400 miliardi di profitti, impiegando complessivamente oltre 70 milioni di persone.
Una parte enorme dell’attività economica mondiale passa dunque attraverso un numero sorprendentemente piccolo di organizzazioni.
Ma persino questi numeri raccontano soltanto metà della storia.
Il vero potere delle Big Tech sono le infrastrutture
La grande novità del XXI secolo non è semplicemente che alcune aziende siano diventate enormemente ricche. È ciò che controllano grazie a quella ricchezza.
Le grandi compagnie industriali del Novecento producevano petrolio, automobili, acciaio, energia e prodotti chimici. Le nuove corporation tecnologiche sono entrate direttamente nelle infrastrutture attraverso le quali funziona la società contemporanea.
Google non vende soltanto pubblicità: il suo motore di ricerca è una delle principali porte di accesso all’informazione mondiale, Android domina una parte enorme del mercato mobile e YouTube è una delle maggiori piattaforme globali di informazione e intrattenimento.
Amazon non è soltanto commercio elettronico: Amazon Web Services fornisce infrastrutture cloud utilizzate da imprese, istituzioni e servizi digitali. Microsoft integra software e cloud nelle attività quotidiane di aziende e amministrazioni pubbliche.
Meta controlla piattaforme attraverso le quali miliardi di persone comunicano. Nvidia produce una tecnologia diventata fondamentale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. SpaceX, attraverso Starlink, ha costruito una rete satellitare globale capace di assumere persino rilevanza geopolitica e militare.
A questo punto il fatturato non basta più a misurare il potere.
Quando un’impresa controlla un’infrastruttura strategica
Immaginiamo due imprese che fatturano entrambe cento miliardi di dollari. Una produce scarpe. L’altra gestisce infrastrutture attraverso le quali milioni di persone comunicano, aziende conservano i propri dati e istituzioni pubbliche erogano servizi essenziali.
Economicamente possono apparire simili. Politicamente non lo sono affatto.
Chi controlla un’infrastruttura può stabilire condizioni di accesso, modificare algoritmi, raccogliere enormi quantità di dati, influenzare la visibilità delle informazioni e decidere dove investire decine di miliardi.
Può soprattutto creare dipendenza. Più cittadini, imprese e amministrazioni utilizzano quell’infrastruttura, più difficile diventa farne a meno. Il cliente non è più soltanto un cliente: entra in un ecosistema.
Starlink e Ucraina. Quando il potere privato diventa geopolitico
La guerra in Ucraina ha mostrato fino a che punto questa trasformazione possa arrivare.
Dopo l’invasione russa del 2022, Starlink divenne estremamente importante per mantenere le comunicazioni ucraine nelle aree dove le infrastrutture tradizionali erano state distrutte o compromesse.
Una tecnologia sviluppata da un’impresa privata era diventata, di fatto, un’infrastruttura strategica durante una guerra.
Negli anni successivi sono emerse controversie sulle decisioni relative alla disponibilità del servizio in determinate aree e sul ruolo personale di Elon Musk. Non interessa qui stabilire se quelle decisioni fossero giuste o sbagliate.
La domanda è un’altra: come siamo arrivati al punto in cui la decisione di un imprenditore privato può avere conseguenze sulle capacità operative di un esercito impegnato in una guerra?
Per secoli questioni di questa natura appartenevano alla politica estera, alla diplomazia e agli apparati militari degli Stati. Oggi una parte delle infrastrutture necessarie per esercitare quel potere può appartenere a una società privata. È un cambiamento enorme.
Il problema non sono Musk, Bezos o Zuckerberg
Sarebbe facile trasformare tutto questo in un processo a Elon Musk, Jeff Bezos o Mark Zuckerberg. Sarebbe anche un errore. Forse, se facessimo solo questo..
Il problema non è stabilire se una determinata persona utilizzi bene o male il proprio potere. Il problema è capire perché una singola persona o una singola organizzazione possa arrivare a concentrarne così tanto.
Le democrazie moderne non si basano sulla speranza che chi governa sia sempre intelligente, equilibrato e benevolo. Si basano sui contrappesi.
Un Governo risponde al Parlamento, una legge può essere dichiarata illegittima, un’amministrazione può essere portata davanti a un giudice e un politico deve periodicamente affrontare gli elettori.
Chi controlla una società privata globale risponde invece agli organi societari, agli azionisti, alla legge e al mercato. Non agli elettori.
Ed è perfettamente normale che sia così. Finché stiamo parlando semplicemente di un’azienda. Ma cosa accade quando quell’azienda controlla qualcosa da cui dipendono milioni o miliardi di persone?
Non vi vengono i brividi? Eppure fa ancora caldo, molto. Ma forse abbiamo barattato la consapevolezza coni servi a domicilio?
Multinazionali e Stati, chi controlla chi?
Le grandi imprese hanno prodotto innovazione, posti di lavoro, tecnologie e servizi che hanno migliorato concretamente la vita di miliardi di persone. Non ha quindi senso dividerle semplicisticamente in “buone” e “cattive”.
Una società privata persegue legittimamente i propri obiettivi economici nel rispetto delle leggi. È compito dello Stato stabilire quelle leggi. Ed è qui che nasce il paradosso.
Che cosa accade quando l’impresa che deve essere regolata diventa abbastanza potente da poter influenzare anche chi dovrebbe regolarla?
Una multinazionale dispone di enormi risorse, può finanziare attività di lobbying, assumere i migliori consulenti, decidere dove collocare investimenti e posti di lavoro, negoziare con i governi e controllare tecnologie delle quali gli stessi Stati hanno bisogno.
E soprattutto può operare contemporaneamente in decine di Paesi mentre ogni Stato resta, per definizione, legato ai propri confini. Il rapporto di forza cambia.
Quando un’azienda diventa troppo potente?
Forse abbiamo posto per troppo tempo soltanto le domande tradizionali: un’impresa limita la concorrenza? Abusa della propria posizione dominante? Impone prezzi eccessivi?
Sono domande fondamentali, ma nel XXI secolo potrebbe essercene un’altra. Può un’impresa diventare troppo potente anche se continua a offrire ottimi prodotti, innovare e soddisfare i propri clienti?
Il problema, infatti, potrebbe non essere soltanto ciò che fa, ma ciò che potrebbe fare grazie al potere accumulato.
Uno Stato democratico non aspetta che qualcuno abusi di un potere assoluto prima di preoccuparsi: costruisce istituzioni affinché quel potere assoluto non possa esistere. Forse dovremmo domandarci se lo stesso principio debba valere anche fuori dallo Stato.
Perché sulla scena mondiale sono comparsi nuovi centri di potere. Non possiedono territori, non rilasciano passaporti, non hanno seggi alle Nazioni Unite e non indicono elezioni.
Eppure controllano denaro, dati, infrastrutture, comunicazioni e tecnologie dalle quali dipende una parte crescente delle nostre vite.
Sono poteri senza elezioni.
Nella prossima puntata
IL POTERE SENZA ELEZIONI Puntata 2 — Chi controlla le multinazionali?
Se un’impresa diventa sistemicamente importante, possiamo continuare a trattarla come una qualsiasi società privata?
Oppure, oltre una certa soglia di potere, dovrebbero aumentare anche controlli, obblighi e contrappesi? E soprattutto: può arrivare un momento nel quale una società è semplicemente diventata troppo potente per essere lasciata così com’è?
Giulio Valerio Santini
Business Advisor
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