Abbiamo 10.000 euro da investire e davanti quattro obbligazioni. Una paga il 3%, una il 4%, una il 5% e l’ultima addirittura il 6%. La tentazione sarebbe scegliere quella con la cedola più alta. Se avete seguito le puntate precedenti, però, sapete già che sarebbe il modo sbagliato di cominciare. Oggi proviamo a fare qualcosa di più utile: impariamo a scegliere.
Nelle precedenti puntate di Soldi semplici abbiamo costruito la nostra cassetta degli attrezzi.
Sappiamo che cedola e rendimento sono due cose diverse, abbiamo capito perché il prezzo delle obbligazioni cambia quando cambiano i tassi, abbiamo conosciuto la duration e abbiamo imparato a leggere la curva dei rendimenti.
Adesso arriva il momento della verità.
Abbiamo 10.000 euro e dobbiamo decidere dove investirli.
Quattro obbligazioni sul tavolo
Utilizziamo quattro titoli immaginari, costruiti esclusivamente per capire il metodo.
| Titolo | Tipo | Prezzo | Cedola | Scadenza | Rendimento indicativo |
| A | Titolo di Stato | 99 | 3% | 3 anni | 3,4% |
| B | Titolo di Stato | 91 | 4% | 12 anni | 5,0% |
| C | Corporate IG | 100 | 5% | 5 anni | 5,0% |
| D | Corporate più rischioso | 102 | 6% | 7 anni | 5,6% |
Quale compriamo? Se guardassimo soltanto la cedola, vincerebbe immediatamente D. Se guardassimo soltanto il rendimento, D sembrerebbe ancora molto interessante. Ma noi ormai sappiamo che un rendimento maggiore non arriva gratuitamente. Cominciamo quindi l’analisi.
Prima domanda. Chi deve restituirmi i soldi?
Prima ancora di parlare di rendimento dobbiamo identificare il nostro debitore. Quando compriamo un’obbligazione stiamo prestando denaro a qualcuno. La prima domanda deve quindi essere: quanto è probabile che quel qualcuno sia in grado di restituircelo?
Per valutarlo possiamo utilizzare informazioni sull’emittente, bilanci, indebitamento, solidità finanziaria e giudizi delle agenzie di rating. Il rating non è una garanzia e non sostituisce la nostra valutazione, ma rappresenta un’indicazione utile del rischio di credito.
Un’obbligazione corporate che rende più di un titolo governativo comparabile potrebbe semplicemente remunerarci per un rischio maggiore. La differenza di rendimento prende il nome, in termini generali, di spread. Quello spread non è un regalo.
È il prezzo che il mercato ci riconosce per accettare un rischio aggiuntivo.
Seconda domanda: quanto rende davvero?
Torniamo ai nostri quattro titoli. Il titolo D paga una cedola del 6%, ma costa 102. Il titolo B paga soltanto il 4%, ma costa 91.
La cedola continua a essere calcolata sul valore nominale, mentre noi dobbiamo considerare anche quanto paghiamo oggi e quanto riceveremo alla scadenza. Per questo, quando confrontiamo obbligazioni, dobbiamo guardare soprattutto il rendimento a scadenza, lo YTM, e non fermarci alla cedola. Ma anche il rendimento lordo non basta.
Terza domanda. Quanto rimane dopo le tasse?
Per un investitore italiano la fiscalità può modificare sensibilmente il confronto. In linea generale, i titoli di Stato italiani e quelli di Stati ed enti territoriali appartenenti alla cosiddetta white list, oltre ad alcune obbligazioni equiparate, beneficiano della tassazione del 12,5% sui relativi redditi finanziari.
Molte obbligazioni societarie sono invece soggette all’aliquota del 26%.
Prendiamo un esempio volutamente semplice. Un rendimento lordo del 4% tassato al 12,5%, ignorando per il momento altre componenti fiscali, equivale a circa: 4% × 87,5% = 3,50%.
Un rendimento lordo del 4,5% tassato al 26% equivale invece a circa: 4,5% × 74% = 3,33%.
Ecco un risultato interessante. Il 4,5% lordo può lasciare meno del 4% lordo.
Naturalmente la fiscalità reale di un’obbligazione può essere più articolata, soprattutto quando entrano in gioco prezzo di acquisto, scarto di emissione, plusvalenze e minusvalenze. Il principio, però, è chiarissimo: confrontare soltanto i rendimenti lordi può portarci alla conclusione sbagliata.
Quarta domanda: per quanto tempo presto i miei soldi?
Il titolo A scade tra tre anni. Il titolo B tra dodici. Non possiamo confrontarli guardando soltanto il rendimento. Con B accettiamo una vita residua molto più lunga e probabilmente una maggiore sensibilità alle variazioni dei tassi.
Qui torna in gioco la duration. Se pensiamo di avere bisogno del capitale tra tre o quattro anni, acquistare un titolo molto lungo soltanto perché rende di più potrebbe essere una scelta poco coerente con il nostro obiettivo.
La domanda quindi non è soltanto: «Quanto rende?» Diventa: «Quando mi serviranno questi soldi?»
Quinta domanda. Quanto può oscillare?
Immaginiamo che il titolo B abbia una duration modificata elevata. Se i rendimenti di mercato aumentassero di un punto percentuale, il suo prezzo potrebbe subire una diminuzione significativa. Qualora intendiamo mantenerlo fino alla scadenza e l’emittente paga regolarmente, quella oscillazione può avere un’importanza relativa.
Se invece potremmo avere bisogno di venderlo prima, la questione cambia completamente. Per questo orizzonte dell’investimento e duration devono parlarsi.
Comprare un titolo molto lungo con denaro che potrebbe servirci tra due anni significa esporsi alla possibilità di dover vendere proprio nel momento sbagliato.
Sesta domanda: posso venderlo facilmente?
Esiste poi un rischio meno appariscente. La liquidità.
Non tutte le obbligazioni vengono scambiate con la stessa facilità. Un titolo molto liquido presenta normalmente molti compratori e venditori e una differenza relativamente contenuta tra prezzo denaro e prezzo lettera.
Su obbligazioni poco negoziate, invece, potremmo scoprire che vendere rapidamente significa accettare un prezzo sensibilmente peggiore di quello che immaginavamo.
Anche questo è un costo. Semplicemente, non lo vediamo scritto nella cedola.
Settima domanda: in quale valuta sto prestando?
Un’obbligazione in dollari, sterline o altre valute può offrire un rendimento apparentemente molto interessante. Ma se ragioniamo e spendiamo in euro abbiamo aggiunto un altro elemento: il rischio di cambio.
Possiamo guadagnare sull’obbligazione e contemporaneamente perdere sul cambio. Oppure può succedere il contrario.
Non significa che le obbligazioni in valuta siano sbagliate. Significa semplicemente che non stiamo più facendo una sola scommessa, ma almeno due: sull’emittente e sulla valuta.
Ottava domanda. Perché mi pagano di più?
Questa potrebbe essere la domanda più importante dell’intero articolo. Troviamo un’obbligazione che rende il 7%, mentre titoli apparentemente simili rendono il 4%. La reazione sbagliata è: «Fantastico!» La reazione corretta è: «Perché?»
Forse l’emittente è più rischioso, la scadenza è molto lunga, il titolo è subordinato. Forse è poco liquido, incorpora una possibilità di rimborso anticipato, è denominato in una valuta più volatile.
Il rendimento aggiuntivo è quasi sempre il prezzo di qualcosa. Il nostro lavoro consiste nel capire di cosa.
Nona domanda. Quanto pesa nel mio portafoglio?
Possiamo anche aver trovato un’ottima obbligazione. Questo non significa che dobbiamo metterci tutti i nostri soldi. Concentrare troppo capitale sullo stesso emittente, sullo stesso Paese, sulla stessa scadenza o sulla stessa tipologia di obbligazioni aumenta il rischio complessivo. La diversificazione non serve a trovare il titolo migliore.
Serve soprattutto a evitare che un singolo errore diventi un problema troppo grande.
La checklist Soldi semplici
Prima di comprare un’obbligazione possiamo quindi fermarci per un minuto e rispondere a queste dieci domande.
1. Chi deve restituirmi i soldi?
2. Quanto sto pagando per 100 di valore nominale?
3. Qual è il rendimento effettivo a scadenza?
4. Quanto rimane dopo la tassazione?
5. Quando mi verrà restituito il capitale?
6. Qual è la duration e quanto può oscillare il prezzo?
7. Potrei avere bisogno di vendere prima della scadenza?
8. Il titolo è sufficientemente liquido e in quale valuta è denominato?
9. Quanto pesa questo emittente e questo tipo di rischio nel mio portafoglio?
10. Perché questa obbligazione mi offre questo rendimento?
Se non sappiamo rispondere all’ultima domanda, probabilmente non abbiamo ancora abbastanza informazioni per premere Compra.
La regola da portarsi a casa
Siamo partiti qualche puntata fa da una frase apparentemente innocua: «Questa obbligazione paga il 6%.» Adesso sappiamo che quella frase, da sola, non ci dice quasi nulla. Dobbiamo conoscere prezzo, rendimento, scadenza, duration, fiscalità, emittente, liquidità, valuta e rischi.
Non significa rendere complicato ciò che era semplice. Significa esattamente il contrario: mettere ordine nelle informazioni che servono davvero per decidere. Ed è questo il punto di arrivo della nostra piccola scuola delle obbligazioni. O quasi.
Perché rimane una domanda. Se invece di scegliere una singola obbligazione ne comprassimo decine o centinaia con un solo strumento?
Nella prossima puntata di Soldi semplici parleremo degli ETF obbligazionari, compresi quelli a distribuzione e quelli con scadenza prestabilita. Cercheremo soprattutto di rispondere a una domanda molto concreta: meglio costruire il nostro portafoglio comprando singole obbligazioni oppure affidare la diversificazione a un ETF?
I nostri 10.000 euro non hanno ancora finito di lavorare.
Giulio Valerio Santini
Business advisor
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Nota di trasparenza
Questo articolo ha finalità esclusivamente informative ed educative e non costituisce consulenza finanziaria né una raccomandazione personalizzata di investimento. I titoli, i rendimenti e le caratteristiche utilizzati negli esempi sono ipotetici e hanno esclusivamente finalità didattica. La fiscalità degli strumenti finanziari dipende dalle caratteristiche del singolo titolo e dalla situazione dell’investitore e deve essere verificata prima dell’investimento.
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