Molti anni fa, accompagnando mons. Libero Tresoldi nelle celebrazioni delle Cresime, mi capitava spesso di ascoltare i suoi interventi rivolti ai ragazzi. Quando affrontava il tema della pazienza, evitava definizioni complicate e preferiva ricorrere a immagini semplici, capaci di rimanere impresse nella memoria. Con il sorriso di chi conosce bene la natura umana, diceva che per capire quanto siamo diventati impazienti bastava osservare un incrocio cittadino e contare quanti secondi trascorrono tra l’accensione del verde e il primo colpo di clacson proveniente dall’automobile che segue. Ogni volta l’assemblea rideva, perché tutti avevano vissuto almeno una volta quella scena. Eppure, dietro quella battuta, si nascondeva una riflessione sorprendentemente seria sulla società nella quale viviamo.
Il tempo come ostacolo
Viviamo in un’epoca che ha fatto della velocità uno dei propri valori più celebrati. Le informazioni viaggiano in tempo reale, i messaggi raggiungono l’altra parte del mondo in pochi secondi, gli acquisti arrivano a casa nel giro di poche ore e persino l’intrattenimento è costruito per eliminare qualsiasi intervallo tra un desiderio e la sua soddisfazione. L’impressione è che ogni progresso tecnologico venga valutato soprattutto in base alla sua capacità di ridurre i tempi di attesa.
In questo contesto culturale il tempo ha progressivamente smesso di essere percepito come uno spazio da abitare ed è diventato un ostacolo da eliminare. Aspettare un autobus, una risposta, una telefonata, un risultato o semplicemente il proprio turno viene spesso vissuto come una fastidiosa interruzione del normale fluire delle cose, quasi una forma di ingiustizia che ci priva di qualcosa che riteniamo ci sia dovuto immediatamente.
L’illusione del controllo
Forse non è un caso che l’impazienza sia diventata una delle caratteristiche più diffuse del nostro tempo. Ci siamo abituati a controllare molte dimensioni della vita quotidiana e, proprio per questo, fatichiamo ad accettare tutto ciò che sfugge alla nostra volontà. Vorremmo decidere i tempi delle relazioni, delle carriere professionali, dei risultati scolastici, dei cambiamenti personali e perfino delle guarigioni.
La realtà, tuttavia, continua a ricordarci che esistono processi che non possono essere accelerati. Nessuno può costringere un seme a diventare albero prima del tempo necessario, nessuno può imporre a un’amicizia di maturare in pochi giorni e nessuno può abbreviare artificialmente quei percorsi interiori attraverso i quali una persona cresce, cambia e comprende meglio se stessa.
Le attese dell’ospedale
Chi frequenta un ospedale impara rapidamente questa lezione.
Esistono attese che nessuna tecnologia può cancellare. L’attesa di un esame importante, quella di una diagnosi, di un intervento chirurgico, di una terapia che deve fare il proprio corso oppure di un miglioramento che tarda ad arrivare. In quei momenti ci si accorge che il tempo non è soltanto una misura cronologica, ma diventa uno spazio nel quale si confrontano speranza, paura, fiducia e fragilità.
Molte persone ricordano con precisione il giorno in cui hanno ricevuto una diagnosi o l’ora nella quale è terminato un intervento. Più raramente ricordano i dettagli tecnici. Ricordano invece l’attesa. Ricordano quelle ore durante le quali hanno dovuto convivere con domande che non avevano ancora risposta.
Le cose importanti hanno bisogno di tempo
Forse il punto è proprio questo. Le realtà più significative dell’esistenza non nascono quasi mai nell’immediatezza. L’amicizia richiede tempo. La fiducia richiede tempo. L’amore richiede tempo. Anche il perdono, la maturazione di una scelta importante, la costruzione di una famiglia o la guarigione di una ferita interiore seguono ritmi che non possono essere compressi a piacimento.
Eppure continuiamo spesso a comportarci come l’automobilista che suona il clacson un istante dopo il verde, quasi che il mondo debba necessariamente adeguarsi alla nostra fretta.
Una domanda per il nostro tempo
Forse la vera domanda non è quanto tempo siamo costretti ad attendere. La domanda è se abbiamo ancora imparato ad abitare l’attesa.
Perché esiste una differenza profonda tra il perdere tempo e il dare tempo. La nostra epoca è diventata straordinariamente efficiente nel ridurre le distanze e nell’accelerare i processi, ma rischia talvolta di dimenticare che alcune delle esperienze più importanti della vita maturano proprio in quel tempo che vorremmo eliminare.
Chissà, forse mons. Libero Tresoldi aveva ragione. Quel clacson che risuona pochi istanti dopo il verde non parla soltanto del traffico cittadino. Parla di noi, della nostra difficoltà ad accettare il limite, dell’insofferenza verso tutto ciò che non possiamo controllare e, forse, anche del bisogno di riscoprire il valore di una virtù antica che continua a essere sorprendentemente attuale: la pazienza.
Diac. Luigi Giugno

