Piaciuto l’articolo sulle impronte? Spero di si e spero vi piaccia anche questo. Andiamo…
Nell’immaginario collettivo le indagini si concentrano soprattutto sulle grandi prove: il DNA, le impronte, l’arma del delitto, il sangue, i dispositivi elettronici. Eppure, nella realtà processuale, esiste un elemento molto meno spettacolare ma spesso decisivo: la catena di custodia.
È uno dei pilastri della scienza forense moderna. Ed è anche uno degli aspetti più sottovalutati dal pubblico.
Perché una prova non deve soltanto essere trovata. Deve poter dimostrare di essere autentica, integra, non contaminata, correttamente conservata e tracciata in ogni singolo passaggio.
La domanda, quindi, non è soltanto: “Cosa è stato trovato?”. La vera domanda è anche un’altra: “Chi lo ha raccolto, come, quando, dove, con quali strumenti, con quali sigilli, chi lo ha manipolato e dove è stato custodito?”.
È qui che nasce la catena di custodia.
Catena di custodia: cos’è e perché può cambiare un processo
Nel linguaggio forense, la catena di custodia è l’insieme delle procedure documentali e materiali che consentono di seguire la vita di un reperto dal momento del ritrovamento fino all’eventuale presentazione in aula, passando attraverso sequestro, confezionamento, trasporto, conservazione e analisi.
Il National Institute of Justice statunitense definisce il chain of custody come il sistema documentato che consente di verificare dove sia transitata la prova e chi l’abbia gestita prima del processo.
In altre parole, la prova deve poter raccontare la propria storia. E quella storia deve essere continua, coerente e verificabile.
Perché la catena di custodia è fondamentale nella prova scientifica
La catena di custodia serve a prevenire contaminazioni, sostituzioni, alterazioni, manomissioni, smarrimenti ed errori di attribuzione. Inoltre, riduce il rischio che emergano dubbi sull’autenticità della prova.
Anche un reperto apparentemente fortissimo può perdere peso se emergono lacune documentali, passaggi non tracciati, sigilli compromessi, conservazioni scorrette o accessi non autorizzati.
È un punto fondamentale.
La giustizia non valuta soltanto il contenuto della prova, ma anche l’affidabilità del percorso che quella prova ha seguito.
Scena del crimine e reperti: dove nasce la catena di custodia
La catena di custodia nasce nel momento esatto in cui un reperto viene individuato sulla scena del crimine.
Può trattarsi di un coltello, di un telefono, di un bossolo, di un indumento, di una traccia biologica, di un hard disk oppure persino di una semplice fibra tessile.
Da quel momento tutto deve essere registrato con precisione: il luogo del ritrovamento, l’orario, le condizioni ambientali, le modalità di raccolta, gli strumenti utilizzati, il confezionamento e i sigilli applicati.
ENFSI — la rete europea degli istituti di scienze forensi — richiama continuamente l’importanza della tracciabilità e della continuità documentale lungo tutto il processo forense.
Perché una prova scientifica è forte solo quanto è forte la sua gestione.
Repertazione delle prove. Perché il confezionamento è decisivo
Uno degli errori più comuni è pensare che “mettere qualcosa in un sacchetto” basti.
Questo succede soltanto nelle serie televisive. Nella realtà non è così.
Il confezionamento dipende infatti dal tipo di reperto, dalla presenza di materiale biologico, dall’umidità, dal rischio di degradazione e dalla possibilità di contaminazioni incrociate.
Per esempio, un reperto biologico umido non dovrebbe essere chiuso ermeticamente senza adeguata asciugatura, mentre materiali contenenti DNA richiedono contenitori separati per evitare trasferimenti accidentali di tracce biologiche.
Anche impronte digitali e dispositivi elettronici necessitano spesso di protezioni particolari.
Di conseguenza, perfino il semplice uso scorretto di guanti o strumenti può trasferire materiale biologico da un reperto all’altro.
Ed è proprio qui che la catena di custodia smette di essere percepita come semplice “burocrazia” e diventa invece scienza applicata.
Sigilli e tracciabilità. I dettagli che possono salvare o distruggere una prova
Ogni reperto viene normalmente chiuso con sigilli identificativi.
Il sigillo serve a dimostrare che il contenitore non sia stato aperto, che il contenuto non sia stato sostituito e che ogni accesso sia stato correttamente registrato.
Quando un laboratorio riceve un reperto, una delle prime verifiche riguarda proprio l’integrità del sigillo, la corrispondenza documentale e la presenza di un identificativo univoco.
Uno studio pubblicato nel 2023 su The Chain of Custody in the Era of Modern Forensics sottolinea come la documentazione della custodia rappresenti uno dei processi più critici dell’intera attività forense.
Perché un reperto senza una storia certa rischia di diventare vulnerabile in aula.
Laboratorio forense e rischi di contaminazione. Cosa può andare storto
Molti immaginano il laboratorio forense come un luogo sterile e infallibile.
In realtà anche lì esistono rischi concreti: contaminazioni, errori di etichettatura, scambi accidentali, accessi impropri, conservazioni errate e perfino problemi informatici.
Per ridurre questi rischi, i laboratori moderni utilizzano registri elettronici, codici identificativi, controlli di accesso, freezer monitorati, audit interni e protocolli internazionali accreditati.
Ogni movimento del reperto dovrebbe essere tracciato.
Chi lo ha aperto. Quando. Perché. Per quale analisi. Con quali strumenti.
La prova scientifica vive di dettagli.
Prove digitali e catena di custodia: smartphone, computer e dati forensi
Negli ultimi anni il problema si è esteso enormemente anche alle prove digitali.
Smartphone, computer, cloud, telecamere, GPS, chat e hard disk sono ormai parte quotidiana delle indagini moderne.
Tuttavia, la digital forensics richiede protocolli ancora più delicati, perché anche una modifica involontaria ai file può alterare il valore probatorio di un dispositivo.
Per questo vengono create copie forensi, utilizzati hash crittografici e documentato ogni accesso ai dati.
La letteratura internazionale parla sempre più spesso di digital chain of custody, proprio perché la fragilità della prova digitale richiede una tracciabilità assoluta.
Quando la catena di custodia entra nei grandi processi
Molti casi celebri hanno mostrato quanto questi aspetti possano diventare centrali.
Nel Delitto di Meredith Kercher, per esempio, il dibattito processuale si concentrò anche sulle modalità di repertazione e gestione di alcuni reperti biologici.
Nel Delitto di Garlasco, come in molti grandi casi italiani, il tema della conservazione delle tracce e della qualità delle verifiche tecnico-scientifiche è rimasto costantemente al centro dell’attenzione.
Anche nell’Omicidio di Yara Gambirasio la gestione dei campioni genetici e la lunga attività di comparazione evidenziarono ancora una volta quanto sia cruciale la tracciabilità dei reperti.
Questi casi hanno insegnato una lezione importante. La prova scientifica non è fatta soltanto di tecnologia. È fatta soprattutto di metodo.
Contaminazione secondaria: il pericolo invisibile nelle indagini forensi
Uno dei problemi più insidiosi è la cosiddetta contaminazione secondaria.
Un operatore può trasferire involontariamente DNA, fibre, impronte, particelle o materiale biologico da un reperto a un altro.
Per questo oggi si adottano guanti monouso cambiati frequentemente, strumenti sterili, tute protettive, mascherine e confezionamenti separati.
Più le tecnologie diventano sensibili, più aumenta la necessità di rigore.
Perché strumenti modernissimi possono rilevare quantità minime di materiale biologico… ma anche minime contaminazioni.
Una prova scientifica non deve solo impressionare: deve essere affidabile
Nell’epoca della spettacolarizzazione mediatica, il pubblico tende spesso a concentrarsi soprattutto sull’effetto emotivo della prova: il DNA, l’impronta, l’arma, la fotografia.
Ma in tribunale non conta soltanto l’impatto suggestivo della prova. Contano anche autenticità, integrità, continuità e verificabilità. Una prova apparentemente clamorosa ma gestita male può diventare fragile. Al contrario, una prova meno appariscente ma custodita perfettamente può risultare molto più solida.
Ed è qui che la catena di custodia mostra il suo vero significato, non è un formalismo. È una garanzia di affidabilità.
La credibilità della prova passa dalla sua storia
Ogni reperto racconta due storie. La prima è quella legata al reato.
La seconda è quella del suo percorso: chi lo ha trovato, chi lo ha toccato, come è stato conservato, come è stato analizzato e chi vi ha avuto accesso.
Se questa seconda storia presenta vuoti, incoerenze o anomalie, anche la prima può indebolirsi.
La catena di custodia è il filo invisibile che collega la scena del crimine all’aula di giustizia.
E in molti casi, più della prova stessa, è proprio quel filo a decidere quanto una prova possa essere creduta.
Giulio Valerio Santini
PS sabato prossimo: La scena del crimine. Il sangue racconta.
Fonti e riferimenti
- ENFSI – Best Practice Manuals e Forensic Guidelines
- ENFSI – Guideline for the Initial Inspection, Search and Recovery of Physical Items
- National Institute of Justice – Chain of Custody Guidance
- “The Chain of Custody in the Era of Modern Forensics”, 2023
- ISO/IEC 17025 – requisiti per laboratori di prova e taratura
- ISO/IEC 27037 – digital evidence guidelines
- Letteratura internazionale su digital forensics e evidence integrity
- Manuali universitari di criminalistica e medicina legale
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