Il macabro rituale delle esecuzioni pubbliche nella Torino antica
Ho trovato un vecchio libro. Parla di storie ancora più vecchie. E le vecchie storie non sono sempre belle, anzi, Spesso quelle che sopravvivono al tempo ci riescono perché belle non sono. Sarà perché l’umanità tutta apprezza il torbido, la crudeltà e il macabro. Poi, dopo averne goduto, se ne pente. Trasale e si vergogna un poco di sé stessa. Ma si prepara per l’occasione successiva in una sorta di onanismo perverso. Ma ecco cari lettori cosa racconta il vecchio libro, ingiallito, con delle gore qua e là, impolverato e anche intriso di un odore di muffa e polvere.
Ci racconta che per molti secoli le esecuzioni furono, nelle città europee, veri e propri spettacoli pubblici. Personalmente non avevo dubbi in proposito, per le ragioni che vi ho detto all’inizio. Il fenomeno si proponeva anche in Italia, a Torino. La morte inflitta per giustizia seguiva un cerimoniale preciso, teatrale, nel quale ogni gesto era codificato e ogni deviazione dal rituale poteva provocare la reazione della folla, scusate, del pubblico.
Tra gli attori della rappresentazione, di questo dramma pubblico, vi era anche il “tirapiedi”, l’assistente del boia. Il termine, oggi usato per indicare un servile aiutante o un collaboratore di basso rango, nasce proprio da quella funzione macabra. Il lavoro del tirapiedi (nomen omen) era quello di afferrare le gambe del condannato e tirarle con forza verso il basso per accelerare la morte.
La giustizia diventava spettacolo
Nella Torino del Settecento e dell’Ottocento le esecuzioni si tenevano in piazza davanti a una folla numerosa. Non c’era solennità, non c’era silenzio. Il pubblico commentava, urlava, reclamava, giudicava.
Il popolo era severo. Fischiava al boia se questo appariva incerto, protestava se l’agonia del condannato durava troppo, ma applaudiva entusiasta quando l’esecuzione veniva portata a termine con rapidità e precisione.
La folla astante pretendeva che il rituale fosse rispettato in ogni dettaglio. Al condannato era concesso di pregare, di pronunciare le ultime parole e di ricevere l’ultimo conforto.
Ed è proprio da questa consuetudine che nasce una curiosa espressione della tradizione torinese.
Il “brodo delle undici”
Prima dell’esecuzione al condannato era offerta una scodella di brodo caldo, in dialetto piemontese “brod d’ondes ore”, letteralmente il brodo delle undici.
Il nome deriva dal fatto che le impiccagioni erano normalmente eseguite alle undici del mattino. Quel brodo rappresentava l’ultimo gesto di umanità prima della morte. Un pasto semplice e caldo che precedeva la fine.
Ancora oggi l’espressione sopravvive nella memoria popolare torinese, simbolo di un’epoca in cui la giustizia era anche rappresentazione pubblica.
Il momento più crudele
Il momento decisivo dell’esecuzione era estremamente violento. Il boia sospingeva il condannato nel vuoto dalla scala o dal patibolo, poi interveniva con forza per spezzargli il collo con una torsione decisa. Nel frattempo l’aiutante afferrava le gambe e le tirava verso il basso per accelerare la morte.
Da questa azione brutale nasce appunto il termine “tirapiedi”. L’intero procedimento doveva essere rapido. In teoria, un’esecuzione non doveva superare i trenta minuti, dal momento in cui il prigioniero usciva dal carcere fino alla deposizione del corpo.
Quando il boia diventava impopolare
La folla voleva efficienza, precisione. Se il supplizio durava troppo a lungo, l’esecutore rischiava di diventare oggetto di disprezzo pubblico.
È il caso di Giorgio Porro, boia torinese che nel XIX secolo fu allontanato dal suo incarico dopo quasi vent’anni di servizio. La ragione non fu la crudeltà, ma la lentezza. Il popolo riteneva che le sue esecuzioni fossero troppo lunghe.
Questo paradosso rivela la mentalità dell’epoca. La folla chiedeva che la giustizia fosse rapida e “ben eseguita”, quasi come se si trattasse di una rappresentazione rituale.
Un mestiere disprezzato ma ben pagato
Nonostante il disprezzo sociale, il mestiere di boia garantiva uno stipendio molto elevato.
Nel 1838 un garzone esecutore di giustizia percepiva circa 100 lire al mese. Dopo alcuni anni di servizio poteva diventare esecutore effettivo, con uno stipendio di circa 125 lire mensili.
Per capire il valore di queste cifre basta confrontarle con altri mestieri dell’epoca: circa tre volte il salario di un tessitore di seta, il doppio rispetto a un muratore specializzato o a un panettiere e una paga paragonabile a quella di un giovane professore universitario.
Lo stipendio annuo arrivava a circa 1500 lire, più del doppio di uno scrivano ministeriale e oltre tre volte il salario di un maestro elementare.
Necessari ma emarginati
Nonostante il buon guadagno, il boia e i suoi aiutanti vivevano ai margini della società.
Erano temuti, evitati, spesso insultati. Pochi cittadini volevano avere contatti con loro, e perfino le famiglie degli esecutori vivevano in una sorta di isolamento sociale.
Eppure il loro ruolo era considerato indispensabile. In un sistema giudiziario che faceva della pena capitale uno strumento di ordine pubblico, il boia era l’ultimo anello della catena della giustizia.
Una figura oscura, necessaria e insieme respinta dalla stessa società che gli affidava il compito di eseguire la sentenza.
Ma che strani questi umani
Giulio Valerio Santini

