Ordine, convivenza e limiti della repressione nelle città contemporanee
Nel corso del convegno “Gli occhi sulla strada”, svoltosi a Bergamo lo scorso sabato 7, la professoressa Paola Scevi – docente di diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza e direttrice di Master di II livello in diritto delle migrazioni presso l’Università di Bergamo – ha proposto una riflessione ampia e articolata sul concetto di sicurezza urbana, affrontandolo non come semplice problema di ordine pubblico, ma come categoria complessa che coinvolge diritto, città, società e cultura. A partire dal suo intervento, abbiamo approfondito i nodi centrali di una questione destinata a segnare il futuro delle nostre città.
Sicurezza urbana come questione giuridica e sociale
Professoressa Scevi, lei ha chiarito fin dall’inizio che parlare di sicurezza urbana significa interrogare in profondità il ruolo del diritto penale. Perché?
Perché, dottor Santini, la sicurezza urbana è oggi uno degli ambiti in cui si misurano le tensioni tra domanda sociale di ordine, trasformazioni della città e tenuta dei principi fondamentali del diritto penale. Il diritto penale diventa strumento di garanzia della sicurezza urbana quando interviene a reprimere quei comportamenti che compromettano in modo significativo la convivenza negli spazi pubblici o l’integrità del domicilio. La difficoltà sta nel trovare il punto di equilibrio: da un lato evitare l’uso simbolico del penale per rassicurare l’opinione pubblica; dall’altro impedire che comportamenti gravemente lesivi della convivenza restino privi di risposta.
Sicurezza reale e sicurezza percepita
Professoressa Scevi, quanto pesa la percezione dell’insicurezza rispetto al rischio reale di subire un reato?
Pesa moltissimo dottore. Le ricerche sociologiche mostrano che il senso di insicurezza urbana è spesso relativamente indipendente dal rischio effettivo di criminalità. È invece fortemente legato a percezioni di disordine, degrado e caos. Le cosiddette inciviltà urbane – pur non integrando reati – incidono profondamente sul modo in cui gli spazi vengono vissuti, soprattutto da soggetti considerati più vulnerabili, come donne e anziani.
Cos’è la sicurezza urbana secondo la legge
Professoressa Scevi, dal punto di vista normativo, come viene definita oggi la sicurezza urbana?
La definizione è contenuta nel D.L. 14/2017 ed è stata confermata fino al recente D.L. 48/2025. La sicurezza urbana è intesa come una “condizione di vivibilità e decoro delle città”, da perseguire attraverso interventi integrati di prevenzione e contrasto alla criminalità diffusa e alle inciviltà. In questa nozione convivono una dimensione amministrativa-preventiva, affidata a sindaci e prefetti, e una dimensione penale-repressiva.
La città come spazio della sicurezza
Professoressa, perché le città sono il luogo in cui il tema della sicurezza emerge con maggiore forza?
Perché, dottor Santini, è nelle città che si concentrano gli effetti della globalizzazione, delle trasformazioni demografiche e delle nuove vulnerabilità sociali. Criminalità e percezione di insicurezza incidono direttamente sui comportamenti quotidiani: le persone evitano certi luoghi, rinunciano a uscire la sera, limitano l’uso dello spazio pubblico. Questo processo di ritiro colpisce soprattutto le fasce più fragili e finisce per impoverire la vita urbana.
Prevenzione ambientale e progettazione urbana
Professoressa Scevi, nel suo intervento ha dato grande rilievo alla dimensione spaziale della sicurezza. In che senso l’urbanistica può prevenire ciò che il diritto penale reprime?
Vede dottor Santini, la criminologia ambientale ha dimostrato che la forma dello spazio influenza i comportamenti. Illuminazione, visibilità, qualità degli spazi pubblici, presenza di attività e di relazioni sociali sono fattori decisivi. Jane Jacobs parlava degli “occhi sulla strada” come elemento di sicurezza diffusa, mentre Oscar Newman ha elaborato il concetto di “spazio difendibile”. Una città progettata e curata riduce le opportunità criminali e, soprattutto, la paura.
Degrado urbano e teoria delle finestre rotte
Professoressa a suo parere il degrado urbano è solo una conseguenza della criminalità?
No dottore. Il degrado è anche un fattore che può alimentarla. Funziona come un linguaggio: segnala l’assenza di controllo e di cura. La teoria delle “finestre rotte” mostra come il disordine visibile favorisca ulteriori condotte antisociali. L’esperimento di Zimbardo dimostra che non è la povertà in sé a generare vandalismo, ma la percezione che le regole siano sospese.
Multiculturalità, convivenza e diritto penale
Professoressa, le città contemporanee sono sempre più multiculturali. Che impatto ha questo sulla sicurezza urbana e sul diritto penale?
Un impatto molto rilevante. Il diritto penale è espressione della cultura maggioritaria e dei suoi valori. Nelle società multiculturali può accadere che comportamenti tollerati o prescritti all’interno di alcune culture minoritarie entrino in conflitto con le regole di convivenza e con le norme penali dello Stato di accoglienza. Questo pone problemi complessi, perché il diritto penale deve tutelare beni fondamentali senza trasformarsi in uno strumento di stigmatizzazione culturale.
Esiste forse un rischio di criminalizzazione delle differenze culturali?
Dottore, il rischio esiste se si perde il riferimento ai principi costituzionali. Il diritto penale non può tollerare pratiche che ledono la dignità, la libertà o l’incolumità delle persone, anche quando vengono giustificate in chiave culturale. La giurisprudenza è chiara nel ritenere irrilevante la giustificazione culturale quando sono coinvolti soggetti vulnerabili, come i minori. Allo stesso tempo, però, è essenziale evitare un uso simbolico e identitario del penale, che finirebbe per accentuare marginalità ed esclusione.
Il Pacchetto Sicurezza 2025
In questo quadro complesso si inserisce il Pacchetto Sicurezza 2025. Qual è la sua valutazione professoressa Scevi?
Il D.L. 48/2025 interviene su più fronti: dall’occupazione arbitraria di immobili destinati a domicilio, alle modifiche sulle misure cautelari per detenute madri, fino all’inasprimento delle norme contro lo sfruttamento dei minori nell’accattonaggio. Sono interventi che rispondono a esigenze reali di tutela, ma che vanno letti all’interno di una strategia complessiva, evitando che il diritto penale venga utilizzato solo per rassicurare l’opinione pubblica.
Sicurezza urbana come bene giuridico complesso
In conclusione professoressa Scevi, come si costruisce una sicurezza urbana autentica?
La sicurezza urbana è un bene giuridico complesso, che nasce dall’intreccio di fattori fisici, sociali, culturali e normativi. Il diritto penale è uno strumento importante, ma non esclusivo. Progettazione urbana, coesione sociale, cura degli spazi pubblici e gestione dei conflitti culturali sono altrettanto decisivi. Solo un approccio integrato può rendere le città realmente sicure e vivibili, senza sacrificare i principi fondamentali dello Stato di diritto.
Grazie professoressa Paola Scevi, spero di avere altre occasioni di intervistarla.
Giulio Valerio Santini

