Ce lo siamo sentito dire tante volte e sempre in versione negativa. In effetti zoppicare non è una buona cosa. Il sottotesto era abbastanza chiaro: meglio andare da soli, altrimenti si rischia di prendere le cattive abitudini degli altri. Senza neppure immaginare che potessero averne anche di buone.
Ma funziona davvero così? Cambiamo perché incontriamo qualcuno che iniziamo a imitare? Non potrebbe accadere anche il contrario? Saremo mica noi “lo zoppo”?
Ci influenziamo o ci scegliamo?
Nel 2007 Nicholas Christakis (medico, sociologo e scienziato statunitense noto per le sue ricerche sulle reti sociali) e James H. Fowler (politologo e studioso delle reti sociali alla University of California) pubblicarono sul New England Journal of Medicine uno studio basato sui dati di 12.067 partecipanti al Framingham Heart Study, seguiti per 32 anni.
I ricercatori ricostruirono le reti di amicizia, parentela e vicinato per osservare come l’obesità si distribuisse nel tempo. Emersero gruppi di persone con caratteristiche simili e, quando un amico diventava obeso, aumentava anche la probabilità che lo diventasse l’altro. L’associazione risultava più forte tra amici reciproci e meno evidente tra semplici vicini di casa. Gli autori ipotizzarono che abitudini, comportamenti e norme sociali potessero diffondersi attraverso le relazioni.
Lo studio non dimostrava però un contagio causale certo: parte della somiglianza poteva dipendere dall’omofilia, cioè dalla tendenza a scegliere persone già simili a noi. Il lavoro mostrò quindi quanto sia difficile separare l’influenza reciproca dalla selezione delle relazioni.
In sintesi, frequentiamo persone che ci somigliano, ma allo stesso tempo continuiamo a modificarci a vicenda.
Ma allora? È più vero il “chi si somiglia si piglia”?
McPherson, Smith-Lovin e Cook l’hanno riassunta con l’espressione birds of a feather flock together: chi si assomiglia tende a scegliersi. Potremmo quindi cambiare perché influenzati dagli amici, ma potremmo anche averli scelti perché avevano già valori e abitudini vicini ai nostri.
Distinguere i due processi non è facile. Shalizi e Thomas hanno mostrato che, negli studi osservazionali sulle reti sociali, contagio e omofilia possono confondersi. È quindi più prudente immaginare un movimento reciproco: scegliamo chi ci somiglia e, frequentandolo, continuiamo a influenzarci.

Quando l’influenza passa dallo schermo
La faccenda si complica ancora di più se allarghiamo l’orizzonte alle comunità online dove incontriamo giornalmente opinioni, fatti raccontati da qualcuno di cui non conosciamo nulla, che non abbiamo scelto ma che ci viene proposto in base alle nostre preferenze e quindi, forse, simile a noi. Rimaniamo dentro le nostre echo chambers e ciò che continua a ripetersi finisce per sembrarci vero, normale, persino nostro. Il rischio non è soltanto imparare a zoppicare, ma non ricordare più quando abbiamo cominciato.
Succede che ci venga detto spesso: tu sei le sei persone che frequenti di più. Ma è vero? Non frequentiamo soltanto le cinque o sei persone che ci sono più vicine: ogni giorno siamo esposti a centinaia di volti, opinioni e modelli di comportamento di cui non sappiamo praticamente nulla.
Allora? Allora qualcuno potrebbe rispondere: «Non farti contagiare. Sii te stesso, non tradire ciò che sei». Giusto. Peccato che sia praticamente impossibile.
Siamo influenzati continuamente: dalle persone che amiamo, da quelle che ammiriamo, dai gruppi ai quali vogliamo appartenere e perfino da chi non conosciamo, ma compare ogni giorno sul nostro schermo. Non è un difetto del sistema: siamo programmati per imparare dagli altri, per riconoscerci nel gruppo, adeguarci alle sue regole e osservare ciò che fanno gli altri prima di decidere come comportarci. È anche così che siamo sopravvissuti, cresciuti e abbiamo imparato a vivere insieme.
Essere influenzati, quindi, non significa necessariamente smettere di essere noi stessi. Il problema nasce quando non sappiamo più chi ci sta influenzando, perché lo sta facendo e in quale direzione ci sta portando.
Forse non possiamo evitare di imparare a zoppicare. Possiamo però scegliere meglio accanto a chi camminare e, soprattutto, accorgerci quando il passo che stiamo seguendo non è più il nostro.
Maria Clotilde Spallarossa
