Censura storica e narrazioni manipolate nel dibattito pubblico italiano
Scusate ma non riesco, non riesco proprio a tacere, a non provare sconcerto e rabbia.
Mi succede quando mi imbatto, in narrazioni fasulle o abilmente mistificate o addirittura censurate. La Storia, la nostra e non solo, ne è piena e più avanti una la raccontiamo. Non solo, mi arrabbio anche quando alla televisione assisto a trasmissioni RAI (quindi pagate da tutti noi, tutti) in cui al titolo non corrisponde l’obiettivo. I nuovi santi, forse uno ancora beato, di certa politica con professionalità stupefacente parlano di un fatto ma insinuano dubbi che appartengono ad altri percorsi. La capacità di portare il pubblico a sposare una tesi non dichiarata è elevatissima. Sono Maestri della sublimazione, per me non cattivi ma pessimi! Ma lasciamo la cronaca vomitevole e torniamo alla Storia.
Le Foibe come tragedia storica rimossa e censurata
Ci sono ahinoi tragedie che non finiscono quando cessano le violenze. Alcune purtroppo continuano a vivere nel silenzio, nelle omissioni, nelle falsità. Le Foibe stanno in questa categoria di grandi dolori irrisolti. Non solo per ciò che accadde tra il 1943 e il 1947 sul confine orientale d’Italia, ma per tutto quello che arrivato dopo. Un lungo, ostinato, disgustoso rifiuto di guardare fino in fondo.
La narrazione rassicurante sulle Foibe e la responsabilità jugoslava
Per anni la storia è stata scritta e raccontata in modo rassicurante dalle solite manine. Le Foibe come un eccesso che appartiene ad altri, una brutalità jugoslava, una ferocia “balcanica” che permetteva all’Italia di sentirsi estranea, a tratti sdegnata quasi innocente. Un racconto assai comodo, perché proteggeva equilibri politici e coscienze collettive. Ma la realtà, come spesso accade, era più complessa. E molto molto più amara.
La partecipazione dei comunisti italiani nelle violenze delle Foibe
Oggi, si sa o meglio chi vuole può sapere, che in quella stagione di sangue non agirono solo i partigiani jugoslavi. Accanto a loro operarono anche comunisti italiani. Non come presenza marginale o occasionale, ma come parte di una convergenza ideologica che, in quelle terre di confine, mise l’idea di rivoluzione davanti alla patria e l’obbedienza politica davanti alla vita umana. È una verità molto scomoda, perché costringe a fare i conti con l’ipotesi più dolorosa. Quella di italiani che contribuirono, direttamente o indirettamente, alla persecuzione di altri italiani. Strappa la carne questa verità e riporta certi protagonisti santificati nel posto dove devono stare.
Il progetto politico di Tito e la logica dell’eliminazione del dissenso
Il progetto politico di Josip Broz Tito non era improvvisato. Con i suoi partigiani puntava a un controllo totale del territorio, alla trasformazione radicale della società, all’eliminazione preventiva di ogni possibile opposizione e dissenso. In questo progetto, una parte del comunismo italiano vide non un pericolo, ma un orizzonte di senso. L’ideologia, quando diventa assoluta, non ammette zone grigie. E chi non si allinea diventa un nemico da abbattere. Oggi a martellate ieri a fucilate.
Il silenzio del dopoguerra e la rimozione delle Foibe in Italia
Dopo la guerra, però, questa verità non poteva emergere. Non doveva! L’Italia doveva ricostruirsi, e per farlo aveva bisogno di una narrazione ordinata, moralmente compatta. La Resistenza doveva restare senza ombre, santificata, la nuova democrazia senza crepe. La Guerra Fredda trasformò il silenzio in una scelta strategica. Parlare delle Foibe diventò fastidioso e sconveniente. Parlare delle corresponsabilità italiane, quasi indecente certamente menzognero. Guai a chi scrive una Storia diversa. Revisionista, squadrista e poi se non basta questo si usa la parola magica. Fascista! E la verità si fotta.
Le vittime delle Foibe uccise due volte: esecuzioni e oblio
Così le vittime risultarono uccise due volte. La prima nelle notti delle esecuzioni, nelle foibe carsiche, nelle prigioni improvvisate. La seconda nel dopoguerra, quando il loro dolore fu considerato un ingombro narrativo. Le famiglie costrette all’esodo, le case abbandonate, le vite spezzate divennero una nota a margine, quando non un argomento da ridimensionare o sospettare come tipicamente usa certa gente.
Il Giorno del Ricordo e il significato del 10 febbraio
È in questo vuoto che si colloca il Giorno del Ricordo, celebrato ogni 10 febbraio. Una data che non ricorda una vittoria, ma una perdita non un più ma solo un meno. Il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il Trattato di pace di Parigi, rinunciando ufficialmente all’Istria, a Fiume e a gran parte della Dalmazia. Con quella firma si chiudeva formalmente una presenza storica, ma non si chiudeva il dolore. Anzi, per molti versi si rovesciava sale su ferite mai rimarginate.
Una memoria fragile e ancora contestata
Istituito solo nel 2004, il Giorno del Ricordo arriva tardi, quasi in punta di piedi. Non come esito di una piena elaborazione collettiva, ma come ammissione tardiva di una rimozione durata decenni. E ancora oggi quella ricorrenza resta fragile, contestata, spesso vissuta con imbarazzo. Come se ricordare quelle vittime fosse un atto divisivo, e non un dovere civile. Altra pessima abitudine di certa gente.
La censura silenziosa e la richiesta di onestà storica
C’è qualcosa di profondamente triste in questa memoria intermittente. Non è più una censura urlata, ma una censura che sopravvive nelle reticenze, nelle verità raccontate a metà, nei distinguo continui. Negli stessi “però” che sento in questi giorni dopo gli scontri di Torino. Mi dispiace per loro ma la Storia non chiede indulgenza. Chiede solamente onestà. Pretende di essere guardata intera, anche quando incrina i racconti consolatori.
Foibe, verità storica e responsabilità morali
Non comprendono ancora, purtroppo, che riconoscere che nelle Foibe operarono anche comunisti italiani non significa riscrivere la storia per vendetta, né negare altri orrori del Novecento. Significa accettare l’idea che nessuna ideologia rende innocente chi calpesta la vita umana. E che una memoria selettiva, per quanto elegante e professorale, per quanto propinata da filosi noti, resta una brutale violenza.
Il 10 febbraio come sfida aperta alla memoria nazionale
Forse il Male più grande delle Foibe sta proprio qui. Nel fatto che, a distanza di ottant’anni, dire tutta la verità continui a fare paura. Il 10 febbraio dovrebbe servire a questo, non a chiudere la storia con una cerimonia, ma ad aprirla finalmente senza abbassare gli occhi. Finché non accadrà, le Foibe non saranno davvero passato e rimarranno ancora tra noi a fare domande
Giulio Valerio Santini

