Vivere oggi tra maleducazione diffusa nella società e convivenza civile in crisi
Credo che oggi una sensazione accomuni moltissime persone sopra i 35 anni o giù di lì, indipendentemente dal lavoro, dal reddito o dalla città in cui vivono. Non è nostalgia del passato (guai a usare la parola nostalgia) né voglia di moralismo. È qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più inquietante, profondo. Vivere oggi in questa società richiede una tolleranza alla maleducazione sempre più alta. Un impegno gravoso percepito come senza fine.
Non parliamo di grandi reati, stupri, rapine, di cronaca nera. C’è anche questo ovviamente ma riguarda altra parte di noi. Parliamo di gesti quotidiani, piccoli ma continui, che rendono la convivenza più faticosa. Il rispetto delle regole minime, l’attenzione verso gli altri, l’idea che lo spazio pubblico non sia una giungla (una giungla!) ma una casa condivisa. La maleducazione diffusa nella società.
La maleducazione quotidiana che logora
Fermatevi e pensateci un attimo. Succede ovunque. In strada, nei negozi, sui mezzi pubblici, negli uffici. Gente che supera a destra come se il Codice della Strada fosse un suggerimento opzionale. Persone che urlano (spesso in lingue incomprensibili) al telefono in viva voce in luoghi chiusi. Code saltate con nonchalance. Toni aggressivi al primo contrattempo. Per non parlare di gente che sputa, orina e defeca ovunque gli capiti. Non molto tempo fa ho visto con i miei occhi un nordafricano che si masturbava al parco Ravizza a Milano, sotto gli occhi di tutti. Uomini, donne e bambini.
Il punto non è il singolo episodio. È la frequenza. La sensazione che questi comportamenti non siano più percepiti come sbagliati, ma come normali. Peggio, come segno di furbizia o di carattere forte. Qualcuno pensa addirittura che la maleducazione extracomunitaria sia trasgressione rivoluzionaria…Forse l’onorevole (dal 2013, lautamente retribuita) Boldrini che afferma che questo presto sarà il nostro stile di vita. Noi invece speriamo che se lo possa godere tutto lei.
Educazione come debolezza percepita
Qui sta il vero corto circuito culturale. Essere gentili, rispettosi, pazienti viene sempre più spesso letto come segno di ingenuità. Chi alza la voce “vince”, chi impone il proprio tempo sugli altri “si fa rispettare”. Chi rispetta le regole, invece, sembra fuori tempo massimo.
Per chi è cresciuto con l’idea che il rispetto fosse un valore condiviso, non un optional, questo cambio di paradigma è destabilizzante. Non perché “una volta era tutto meglio”, non siamo ingenui né tonti, ma perché una società funziona solo se esiste un patto implicito di civiltà. Qui sembra che il peggio cerchi di trascinare in basso, nella melma, il meglio. Ahinoi ci sta riuscendo.
Il ruolo dei social e dell’anonimato
I social network hanno accelerato tutto. Non ne sono certo l’unica causa, ma hanno normalizzato l’aggressività, la violenza. Il linguaggio si è fatto più duro, più rapido, più definitivo. Direi anche grammaticamente infantile e impreciso. L’insulto è diventato scorciatoia. Il confronto una perdita di tempo. Si cerca di zittire l’altro. Se non ci si riesce lo si picchia, con le parole ma se possibile…
Questo “stile” comunicativo non resta online. Scivola e si insinua nella vita reale, nei rapporti tra sconosciuti, nei luoghi di lavoro, persino nelle relazioni personali. Il filtro salta. La soglia della decenza si abbassa. Tutto diventa possibile.
Perché gli over 35 lo sentono di più
Chi ha superato i 35 anni spesso si trova nel mezzo. Abbastanza giovane da vivere pienamente la contemporaneità con il suo supposto progresso, abbastanza adulto da ricordare un altro ritmo sociale. Forse anche solo per voce dei genitori ancora vivi. È la generazione che si accorge del cambiamento non per sentito dire, ma per esperienza diretta.
Non è una questione di età biologica ma una questione di aspettative tradite. Si pensava che la globalizzazione a cui si voluto legare il progresso portasse più rispetto, non meno. Più consapevolezza, non più arroganza e strafottenza e violenza
Gentilezza come atto controcorrente in una maleducazione diffusa nella società
Eppure c’è un paradosso. In un clima di sopraffazione, la gentilezza non è debolezza. È fatica consapevole. È scelta meditata. Richiede certo più energia che essere maleducati. Richiede autocontrollo, attenzione, senso del limite. Forse ormai anche un certo snobismo.
Forse il punto non è lamentarsi del degrado dei comportamenti, ma riconoscere che essere educati oggi è un atto controcorrente, quasi politico nel senso più alto del termine quindi alieno ai nostri politici. Prendersi cura della polis, della comunità. Cosa di non poco conto in questo Paese ormai degradato.
Una domanda che resta aperta
La vera domanda non è perché gli altri siano diventati più maleducati, autoctoni e soprattutto importati È un’altra, più scomoda. Quanto siamo disposti a difendere la nostra civiltà nei gesti piccoli, quotidiani, invisibili ai più?
Perché è così che una società si tiene in piedi. O comincia a cedere. E la nostra sta franando.
Giulio Valerio Santini

