Il profeta non è solo una voce del passato. Anche oggi ci domandiamo chi sono i profeti di oggi, perchè qualcuno nella società civile, nella cultura o nelle relazioni quotidiane continua a dire una parola nuova e necessaria, anche quando non è comoda.
Profeta: parola antica per una domanda nuova
La parola “profeta” nasce dal greco pro-phemi: parlare davanti e parlare in anticipo. Non è un indovino, ma qualcuno che legge il presente e lo interpreta. È una figura che attraversa la Bibbia, ma anche la storia civile.
Il profeta non annuncia un futuro magico: indica una direzione nuova quando tutti guardano nella direzione sbagliata. E questo vale anche oggi.
Il profeta nella società di oggi
Viviamo in una società rapida e rumorosa, dove le parole si consumano in fretta e le opinioni cambiano alla velocità di un clic. In questo contesto, il vero profeta è colui che non si lascia trascinare dalla corrente.
È quello che vede i nodi irrisolti: la solitudine delle città, le disuguaglianze, la crisi climatica e culturale, le guerre che sembrano inevitabili, come ho scritto anche in Amos e la giustizia tradita, e non rimane indifferente davanti all’ingiustizia. Il profeta non si abitua a ciò che non funziona e non resta in silenzio davanti all’ingiustizia. È qualcuno che dice: “Si può fare di più”.
Tre profeti che parlano al nostro tempo
Lo vediamo nella storia di Gino Strada, che ripeteva: “I diritti degli uomini devono essere di tutti, altrimenti chiamateli privilegi.”
Lo vediamo con Don Pino Puglisi, che diceva: “Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto.”
E in Nadia Murad, sopravvissuta alla violenza, che afferma: “La pace non è solo assenza di guerra, ma possibilità di vivere una vita dignitosa.” Sono voci diverse, ma hanno una caratteristica comune: non hanno accettato il mondo così com’era. Hanno creduto che potesse essere diverso.
La profezia nasce sempre dalla fragilità
La profezia non viene dai più forti, ma da chi ha visto da vicino la sofferenza e non l’ha lasciata diventare rassegnazione. Il dolore diventa responsabilità. La ferita diventa voce.
E non è solo questione di religione. È anche una dinamica culturale e sociale. La profezia non appartiene a una categoria privilegiata: è una possibilità di tutti.
Profeti nella vita civile
Ogni società ha bisogno di persone che:
- dicono la verità quando tutti tacciono,
- costruiscono invece di distruggere,
- cercano giustizia dove prevale l’indifferenza,
- fanno dialogare mondi diversi.
Lo vediamo nel volontariato, nella scuola, negli ospedali, nelle realtà di quartiere. Lo vediamo nelle persone che non cercano visibilità, ma responsabilità. Perché la profezia non è solo una voce alta. È una vita che parla.
Oltre il conflitto: profeti nella quotidianità
Ma cosa succede quando chi prova a costruire pace si trova davanti un muro? Quando la parola non è accolta, quando il dialogo non funziona? Succede spesso. Eppure la profezia non dipende dal risultato, ma dall’intenzione con cui si agisce. La profezia è un seme: non sempre vediamo il frutto, ma apre una strada nuova.
E noi? Ognuno può essere profeta
La domanda allora diventa semplice e radicale: come possiamo essere profeti oggi? Non serve essere personaggi pubblici o avere un ruolo particolare. La profezia comincia nelle relazioni, nel lavoro, nella città, nella famiglia. Inizia quando rifiutiamo la rassegnazione e scegliamo un bene più grande. La profezia è un invito a credere che il mondo non è destinato a restare così com’è. Ci chiama a non abituarci alle ingiustizie e a costruire possibilità nuove. E forse il vero passaggio è questo: in ogni epoca, la pace e la giustizia iniziano da qualcuno che osa pensare e vivere diversamente. Possiamo esserlo anche noi.
Diac. Luigi Giugno

