Intervista esclusiva a Vittorio Nocenzi
Oggi abbiamo il piacere di incontrare il fondatore del Banco del Mutuo Soccorso Vittorio Nocenzi, compositore e pianista/organista, che ha creato la band nel 1968.

Per i giovani o per ancora i pochi che non lo sapessero, Il Banco del Mutuo Soccorso è una delle colonne portanti del rock progressivo italiano ed europeo. Con oltre cinquant’anni di carriera, la band continua a rinnovarsi senza tradire la propria identità. Abbiamo parlato con Vittorio Nocenzi di musica, memoria, futuro e del significato di essere ancora oggi un punto di riferimento nel panorama musicale contemporaneo.
Il Banco è attivo da più di mezzo secolo. Come si mantiene viva la creatività per così tanto tempo?
È un meccanismo tutto sommato semplice. Io penso che ogni artista, in genere, sia una specie di videoregistratore costantemente acceso, puntato sul mondo circostante. Lui vive la propria vita quotidiana e mentre vive registra sensazioni, disagi, gioie, progetti, speranze, delusioni e così via. Nel momento in cui poi prende in mano un pennello o si siede davanti ad un pianoforte, tutto il materiale registrato si interfaccia con un traduttore simultaneo insito in lui, e quegli stimoli di rifiuto o di condivisione si trasformano semplicemente in figure, colori o musica…
Una regola…
Certo, affinché questo accada c’è una regola centrale ed imprescindibile: la curiosità, il voler capire le cose, il voler conoscere, soprattutto. Ecco, il voler conoscere secondo me resta sempre al primo posto di quei presupposti senza i quali non succederebbe nulla. La curiosità e la memoria. Aggiunte ad una “tensione morale” che secondo me non deve mancare mai nel lavoro di un artista. Ed un costante esercizio: cercare la bellezza dovunque essa sia, anche in una favela brasiliana piena di disperazione può esserci la bellezza, magari degradata, offesa, vilipesa, e quindi ancora di più bisognosa di essere vista e raccontata…
Il vostro nome è legato in modo indissolubile al rock progressivo italiano. Cosa significa oggi “progressive”?
Come tutte le “etichette” utilizzate per riferirsi ad uno stile musicale, dire “progressive” è solo una scorciatoia per velocizzare i riferimenti mentali a cui riferirsi nel parlare di una musica. Per rispondere puntualmente alla domanda direi che è necessario definire ciò che si intende per “progressive”: è quella forma di musica rock che fa della “trasversalità” la sua caratteristica principale, cioè l’abbattere gli steccati fra un genere e l’altro di musica. Quindi il Prog si rapporta con molta naturalezza alla musica Classica, al Jazz, alla musica etnica, a quella elettronica, secondo uno schema assolutamente … fuori dagli schemi.
Ecco, questa poliedricità, questa mancanza di pregiudizi “escludenti” è l’identità più fedele delle progressive, secondo quanto diceva Duke Ellington: – Non esistono tanti generi di musica, bensì ne esistono solo due: la musica buona e quella cattiva! -.
Il contributo del rock progressivo
Oggi più che mai, impantanati in questa globalizzazione atrocemente piatta, che vive costantemente del “deja vu”, il contributo che può ancora dare il rock progressive è enorme, lo riscontro in ogni concerto… l’entusiasmo della gente sta a sottolineare come la gente oggi chiede di nuovo diversità, multiformità, sotto la colata di cemento di questa orribile globalizzazione, è spuntata e sta proseguendo a spuntare tantissima nuova erba verde…. La gente, o almeno sempre più gente, si è stufata di questo nulla spacciato per valori globali, ma anche agli occhi di chi l‘ha voluta e imposta la globalizzazione è fallita. Noi uomini e donne non siamo solo “consumatori”, non siamo solo conti correnti, anzi siamo soprattutto un’altra cosa, siamo “anime” e vogliamo idee, ideali, sogni, speranze, progetti, bellezza, amore, vogliamo poter pensare ad un futuro migliore e tutto questo non può essere intossicato quotidianamente da questo nulla globale fatto di fake news, di Telegiornali costituiti solo da cronaca nera, femminicidi, morti bianche sul lavoro, morti sulla strada, il tutto incorniciato dalle cronache di due guerre sanguinose e sanguinarie che tutti i giorni vanno in scena sugli schermi televisivi di ogni casa…
I vostri testi hanno sempre avuto una forte componente letteraria e filosofica. Da dove nasce questa attenzione per la parola?
Credo che da quanto ti ho appena detto si evinca chiaramente da dove nasce la nostra attenzione alla parola. Personalmente ho sempre messo sullo stesso piano di importanza la parte letteraria e quella musicale. Credo che per tanti anni si sia fatto un errore di fondo, aspettandoci, in generale, più musica strumentale dalle rock band e più testi importanti dai cantautori… Come compositore, ho invece sempre sentito il bisogno di scrivere testi ricchi di contenuti per la mia musica, perché ho sempre avuto nel mio DNA la tendenza a concepire l’arte come un linguaggio globale, che unisca cioè tanti codici espressivi. E’ stata una caratteristica della mia generazione pensare ad un live act che non fosse solo musica, ma anche immagini, coreografie, video ecc.
Ad esempio …
Ad esempio, comporre i brani per una compilation discografica non mi ha mai attratto, ispirato, motivato… Se invece tu mi dai la possibilità di scrivere musica per un “ALBUM CONCEPT”, cioé un disco in cui non ci sono 12 brani staccati uno dall’altro ma, al contempo, i brani sono tutti legati fra loro come i capitoli di un unico libro, ecco che mi si accende subito la luce, perché amo l’idea di poter scrivere una narrazione ampia, dove le immagini emotive della musica si riferiscono e si correlano a quelle evocate dalle parole cantate… Allora l’insieme diventa affascinante, coinvolgente, ricco di contenuti di varia natura, ed ecco che l’ascolto reiterato di quella musica non sarà mai noioso, anzi, consentirà ogni volta di scoprire altri particolari, altre liaison fra le immagini evocate dalle parole e quelle sostenute dalla musica stessa, come tante matriosche infilate una nell’altra… Se capiremo finalmente che la “diversità” non è un pericolo ma, al contrario, una ricchezza, una opportunità per allargare il nostro orizzonte, allora i linguaggi creativi “ampi” come il rock Progressive saranno costantemente al passo con i tempi.
Testi sempre contemporanei e spesso anticipatori , come nascono canzoni come Paolo Pa’, Baciami Alfredo o Moby Dick, hai qualche aneddoto da raccontarci?
Consentimi di risponderti rinviando i tuoi lettori al Libro “Nati liberi” edito da Tsunami Editore, è il primo ed unico libro pubblicato sulla storia del Banco del Mutuo soccorso da noi autorizzato e controllato, in cui c’è tutto il percorso della band attraverso i brani dei suoi dischi. Un lavoro scritto da Francesco Villari, di cui sono particolarmente soddisfatto. Ognuno di questi brani ha la sua storia come sempre. Mi piace questa domanda perché mi da modo di parlare di alcuni dei nostri brani più famosi e popolari. Erano arrivati gli anni ’80 e capimmo che le dinamiche della comunicazione musicale erano cambiate profondamente: non c’era più il mito dell’ascolto con un gruppo di amici appena comprato il disco della band preferita, luce spenta e ascolti reiterati per capire meglio le parti più complicate delle registrazioni. Insomma, la voglia di approfondire da parte dei fans ci dava la possibilità di scrivere in modo anche più complesso.
Gli artisti degli anni settanta
Ricordiamoci che negli anni ’70 band come i King Crimson o artisti come Frank Zappa producevano lavori ispirati esplicitamente o implicitamente alla musica classica, dove la scrittura musicale era impegnativa, densa di rimandi e orchestrazioni molto complesse, e quindi richiedevano più ascolti reiterati per dischiudere i loro contenuti più profondi …
Mentre negli anni ’80 …
La fruizione della musica ed in genere la comunicazione giovanile accelerò enormemente la velocità, insomma c’era una evidente urgenza di arrivare al nocciolo delle cose, e noi scrivemmo allora un album intitolato “Urgentissimo”, proprio perché avevamo percepito questo cambio di passo. E sentivamo di doverci adeguare a questo cambiamento. Ci domandammo con molta chiarezza: – Perché registravamo sui dischi la nostra musica? – Evidentemente perché volevamo farla sentire a più persone possibili, altrimenti la avremmo suonata casa nostra per noi stessi e fine della fiera. Ed allora, se la registriamo per farla sentire a più persone possibili, con quale lingua la canteremo? Parlano tutti russo e noi allora canteremo in svedese? Ovviamente no, sceglieremo di cantare in russo, in modo che le nostre idee siano comprese dalla maggioranza delle persone. E se la maggioranza di queste persone non parla più il russo, io mi ostino a scrivere in questa lingua o mi adeguo anch’io a scrivere in svedese? Decidemmo che per coerenza dovevamo adeguarci. Ed allora cominciammo a scrivere “canzoni”, durata e forma standard se questo era il modo per avere l’attenzione del pubblico, e non ancora minisuite progressive. Ma allo stesso tempo, non potevamo rinunciare alla qualità dei contenuti ed al ruolo che la musica per noi poteva svolgere, come cartina tornasole, all’interno del mondo giovanile.
Canzoni si ma “toste”!
Ecco che nasce l’idea di scrivere “Paolo Pa’ “, la storia di un ragazzo omosessuale che vive in una periferia urbana. La fatica del vivere di questo essere, assediato dalla violenza culturale della discriminazione ecc. ecc. Visto che l’argomento era ovviamente drammatico, pensammo che alleggerirlo con una musica ironica e “facile” sarebbe stato un giusto ballance. Ed il progetto riuscì perfettamente: con “Paolo Pa’ “
,,, il Banco sbancò!!
Si. Un successo popolare che non avevamo mai raggiunto prima ci premiò… Ma ancora oggi quando lo presento durante i concerti, ricordo come l’argomento che oggi è potremmo dire quasi banale per come questa problematica sia ormai entrata esplicitamente nella nostra vita di tutti i giorni, allora, agli inizi degli anni ’80 era ancora un tabù invalicabile… Parlare di omosessualità non andava bene per una società ipocrita e bacchettona come era ancora quella di quegli anni.
Aneddoti di quel Pà
Fra gli aneddoti ti racconto come è nata l’idea di ripetere quel Pa’ che tanto ha caratterizzato la canzone… C’era una irregolarità metrica fra il testo e la melodia, proprio sul refrain conduttore del brano, cioè mancava una sillaba al testo per poter cantare in modo corretto il refrain, il ritornello, E nell’indicarlo a Francesco di Giacomo con il quale stavo scrivendo il testo, gli dissi Francesco manca ancora una sillaba. Paolo Paolo … Pa’!
Ecco, manca proprio ancora una sola sillaba…
E lui mi rispose perché allora non va bene Paolo Paolo Pa’? Capiì allora che era una grande idea quella ripetizione irregolare, perché mi consentiva di far cantare correttamente la frase più “orecchiabile” del brano e caratterizzare in modo personale il testo. E così nacque quel “Pa’” sbarazzino ed originale che penso abbia contribuito a fare il successo del brano!
Quanto è importante la memoria storica nella vostra musica?
Molto importante. Io dico sempre che un uomo senza memoria è come un autista che guida senza mai vedere lo specchietto retrovisore… Se non vedi mai da dove vieni, vai a sbattere prima o poi. Ma purtroppo sai, la memoria invece è un orto che si zappa poco e si annaffia ancora meno, fa comodo a troppi interessi che la gente lo strascuri… Altrimenti, se la memoria venisse coltivata con amore ed attenzione, quelli con ancora un po’ di decoro non riuscirebbero a dire le bugie più plateali. E qui mi fermo…
La memoria storica
Si, come tu dici, è un passepartout che può aprire tutte le porte… E può anche creare dei rimandi ideali bellissimi… Ancora oggi, quando eseguo con il Banco dal vivo un brano come “La conquista della posizione eretta” da “Darwin” mi torna in mente il mio amore smisurato per la “Sagra della primavera“ di Igor Stravinskij. Ovviamente ho scritto un brano completamente diverso da questo capolavoro dei primi del ‘900, eppure l’idea di pensarlo ancora oggi come un riferimento per questo brano ha la sua validità, perché ispirarti a qualcuno, se hai almeno un po’ di personalità, non vuol dire copiare, vuol dire pensare a dinamiche simili, a emozioni simili, il che poi, filtrato dalla tua personale sensibilità e creatività ti porta a scrivere magari qualcosa che non ha apparentemente nulla a che vedere con il tuo modello ideale, però in fondo in fondo, quel tuo riferirti ad esso ti ha fatto compagnia, ti ha incoraggiato mentre ricercavi soluzioni inusuali per completare la scrittura del tuo brano.
Sono connessioni inconsce …
Inconsce e … Subliminali, altro paio di maniche è il plagio, che trovo essere una cosa orrenda, sempre! Come la simulazione di un calciatore durante una partita. È una cosa che proprio disprezzo, perché secondo me è l’antisportività per antonomasia!! Ti ha appena poggiato una mano sulla spalla … e tu mettendoti le mani sul volto in modo disperato cadi come fulminato da Zeus sul prato dello stadio!!!!
Il pubblico del Banco oggi è molto eterogeneo, con tanti giovani. Ve lo aspettavate?
Mi sarei aspettato poco in quel lontano 1968/69 di tutto quello che mi è successo con il Banco! Non era assolutamente ipotizzabile che con una musica tutto sommato che non ha fatto mai l’occhiolino furbo alla musica commerciale… abbiamo fatto quasi sempre scelte autolesioniste per nostra convinzione, mica perché ce lo aveva chiesto chissà chi… Mi viene in mente per esempio che quando la RAI ci contattò per commissionarci la colonna sonora del primo sceneggiato a colori della TV italiana, negli anni ’70, noi ringraziammo e rifiutammo … perché il regista secondo noi era troppo conformista, troppo borghese!
La musica dei Pink Phloyd
Ed allora quel regista cosiddetto troppo borghese scelse … la musica dei Pink Phloyd e la mise sotto quelle immagini che furono viste ovviamente, trattandosi della prima serie tv a colori, da tutta l’Italia…!!! Come mi potevo aspettare che la nostra carriera sarebbe durata più di 50 anni, con più di 50.000 concerti in tutto il mondo, da Panama a Tokyo, che avremmo registrato più di 25 album discografici, che almeno 7/8 attuali direttori di conservatori italiani sono … ex ragazzi fans del Banco che hanno cominciato a studiare musica per… colpa nostra!!! E davvero tanti sono i ragazzi ancora oggi che vengono ai nostri concerti, ragazzi che non erano ancora nati quando abbiamo registrato quella musica che oggi cantano anche loro! E molti di questi ragazzi sono ragazzi che suonano qualche strumento, la quale cosa mi riempie di gioia!
Cosa rappresenta il palco per voi, oggi?
Oggi come agli inizi, il palco è la nostra Agorà, è il luogo del nostro incontro con gli altri, ed ogni volta che ti capita di incontrare qualcuno che è venuto apposta, magari da lontano, per ascoltarti suonare e cantare, non posso non pensare che questo resta un grande privilegio, perché non è mai scontato! Un concerto rock è sempre un’alchimia di sensazioni, spesso irrazionali, per cui ti possono sorprendere, come diciamo noi in un nostro brano, come la Primavera, quando arriva all’improvviso e non sai da dove…
Pordenone
Fino all’ultimo sound check di qualche giorno fa a Pordenone, rimettere le mani sulle mie tastiere e sentire sotto le dita quei suoni che preludono al suonare insieme con altri musicisti per creare quella energia coesa e micidiale che caratterizza oggi la nostra band, beh è una sensazione, inutile non confessarlo, bellissima, e quando percepisci tutto questo poi puntualmente quasi sempre si traduce in due/tre ore di energia al fulmicotone, che attraverso i suoni arriva alla testa ed al cuore della gente presente in platea, nei palchetti del teatro dove ti trovi, ed è magia pura!!!
Guardando al futuro, cosa può aspettarsi il pubblico dal Banco del Mutuo Soccorso? State lavorando ad un nuovo album?
Intanto questa tournée arriverà fino a Natale, passando attraverso la registrazione di un nuovo album, che questa volta sarà un album registrato Live, insieme ad un video del concerto stesso. Perché credo che sia giusto che la attuale formazione del Banco del mutuo soccorso lasci una testimonianza di sé per il futuro. L’ultimo libro che uno scrittore scrive o l’ultimo film di un regista sono sempre i più belli. Ma io penso di essere oggettivo intellettualmente nel dire che, secondo me, la attuale formazione del Banco del mutuo soccorso è una delle più belle della nostra storia: è un sestetto costituito da basso elettrico (Marco Capozzi), batteria (Andrea Bruni), Chitarra elettrica ed acustica (Filippo Marcheggiani), Pianoforte e tastiere (Michelangelo Nocenzi, mio figlio), Voce solista (Tony D’Alessio) ed io (Vittorio Nocenzi) pianoforte organo e sintetizzatori.
Le selezioni per la costituzione della formazione sono state lunghe ed elaborate, ma alla fine coronate da una grande alchimia che ha dato vita ad una grande formazione che negli ultimi dieci anni ha realizzato quattro lavori discografici inediti, “Un’idea che non puoi fermare” il primo album dopo la scomparsa di Francesco di Giacomo e Rodolfo Maltese, che ha visto la partecipazione di Tony Servillo, Valerio Mastrandrea, Rocco Papaleo, Giuseppe Cederna, Franca Valeri, Moni Ovadia, Giuliana De Sio, Alessandro Haber, seguito dalla trilogia dedicata all’esistenza umana, composta dai tre album concept “Transiberiana”, “Orlando: le forme dell’amore”, “Storie invisibili”.
Il prossimo concerto arriverà in un momento preciso del vostro percorso: cosa rappresenterà per voi?
Se fosse a Milano…. Beh, debbo dire che il Banco é particolarmente legato a Milano, perché è qui che è nato tutto: via Berchet sede della Ricordi Dischi, registrazione del nostro album ormai chiamato da tutti per la sua copertina “il Salvadanaio”, pubblicazione e primi in classifica (1972).
1973: “Darwin” e “Io sono nato libero”, “Garofano rosso” e poi l’Inghilterra con l’etichetta discografica Manticore di Emerson Lake end Palmer e la prima tournée europea, con i Gentle Giant.
Porta Venezia a Milano
Non puoi dimenticare il luogo dove è nato tutto, quello che ti fa essere ciò che sei oggi, dopo più di cinquanta anni!! Porta Venezia a Milano é stata per anni la nostra casa, il luogo dove vivevamo mentre registravamo i nostri dischi, dove facevamo la mattina colazione in una latteria che dava ai propri clienti il caffelatte (non il cappuccino) con la “michetta” dentro (quali brioche!). Il cinema vicino a Corso Buenos Aires dove ho visto i due film cult di Jodorowsky “El topo” e “La montagna sacra”, indimenticabili, e “Le mille ed una notte” di Pier Paolo Pasolini.
Milano dello Smog e del Castello Sforzesco, Milano dei Navigli e della amatissima e grandissima Alda Merini, con la quale ho scritto il mio primo album da solista. Come vedi Milano per il Banco significa tantissimo, davvero molto! E non vedo l’ora di emozionarmi salendo sul palco e di emozionare chi ci sarà con un grande concerto!
Vogliamo salutare Vittorio con un grande arrivederci
Donato Pavesi

