Chi rischia davvero. Ruoli sotto pressione, lavoro asincrono e nuove esclusioni
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Ne sono convinto, è sempre accaduto in questo modo. Anche se con l’AI potrebbe essere tutto diverso. Per rimanere ancora alle nostre esperienze possiamo dire che ogni rivoluzione tecnologica che abbiamo vissuto (limitate) ci ha sempre proposto questa affermazione: il lavoro che scompare sarà sostituito da nuovo lavoro. È vero. Ma purtroppo credo sia una verità parziale. Perché la domanda fondamentale non è se nasceranno nuovi lavori, bensì per chi. Per chi?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo dapprima comprendere tutti che l’AI non sta solo cambiando cosa si fa (e non è poco), ma come, dove e quando si lavora. E in questo cambio di paradigma si apre uno squarcio che non riguarda soltanto le competenze, ma le biografie professionali. Di tutti noi, voi.
Non tutti i lavori rischiano allo stesso modo
Credo che il primo, e non piccolo, errore del dibattito pubblico sull’AI e il lavoro sia parlare di “professioni” come blocchi omogenei. Nella realtà, ciò che è posto sotto pressione non è il mestiere in sé, ma alcune funzioni al suo interno.
Per essere più chiari segnalo che sono particolarmente esposti alla rivoluzione AI i ruoli basati su attività cognitive ripetitive. Esempio applicazione di procedure standard, produzione di output prevedibili e intermediazione senza potere decisionale.
Insomma non importa il titolo sulla targhetta, magari di ottone lucido. Che si tratti di impiegati qualificati, tecnici, analisti, creativi o operatori dell’informazione, ciò che conta è quanto il loro contributo sia rimpiazzabile o riducibile da un sistema automatizzato.
Il rischio non è l’estinzione immediata, ma una progressiva erosione di valore. Meno tempo richiesto, meno autonomia, meno riconoscimento economico. Insomma la marginalizzazione, la trasformazione in Fantozzi. Per chi se lo ricorda…
Il lavoro asincrono cambia le regole del gioco
L’AI accelera un cambiamento già in essere. Quello che spinge verso un lavoro sempre più asincrono, modulare, indipendente da orari, luoghi e contesti organizzativi tradizionali. Queste erano condizioni, dai giovani in primo luogo, tempo fa inseguite, anelate, glorificate. Presto si trasformeranno in condanne. Fine pena mai, per mutuare un’espressione legata all’ergastolo.
Task che prima richiedevano presenza, coordinamento continuo e interazione diretta possono oggi essere atomizzati, esternalizzati, distribuiti su scala globale. E naturalmente affidati a competenze iper-specializzate.
Questo schema premia chi possiede competenze spendibili nell’immediato, aggiornabili rapidamente e flessibili. Penalizza invece chi ha costruito nel tempo il proprio valore professionale su continuità, esperienza, conoscenza del contesto interno. Il lavoro asincrono non è più inclusivo. È selettivo.
Nuovo lavoro sì. Ma per nuovi lavoratori
Qui emerge il punto più dolente. L’AI genera nuove opportunità occupazionali. Vero. Queste opportunità richiedono però competenze diverse, spesso lontane anni luce da quelle maturate in molti anni di lavoro.
Il racconto propinato dai soliti soloni suggerisce che basti “riqualificarsi”. Davvero, ma ci credete quando lo dite? Dopo i quarant’anni e ormai molto prima la riconversione completa verso competenze altamente tecniche o digitali non è né semplice né rapida. Richiede tempo disponibilità mentale e fisica, risorse e contesti favorevoli. Soprattutto una capacità di apprendimento che non può mai essere data per scontata. Prevedo sofferenze diffuse.
Il risultato è una ulteriore disgregazione generazionale. Da un lato, lavoratori giovani, giovanissimi e già formati sulle nuove competenze e dall’altro, professionisti esperti che scoprono di essere improvvisamente “fuori mercato”, inservibili, sostituibili immediatamente da un ragazzino che ha qualche problema a capire perché è al mondo ma sa usare gli algoritmi.
Non per incapacità, ma per incompatibilità sistemica.
I “vecchi” del lavoro dove li mettiamo?
E qui arriviamo alla domanda che già di per sé mostra tutta la drammaticità del caso. Non è un caso che raramente viene posta, e quasi mai affrontata. Eccola cari lettori. Che cosa succede a chi non riesce a riconvertirsi, a coloro che non possono competere nel mercato globale asincrono? A chi non è più rapido ma è ancora competente?
Il rischio non è solo economico, ma sociale. Un’intera generazione di lavoratori rischia di trovarsi intrappolata in una zona ombra. Troppo qualificata per lavori a bassa competenza, troppo distante dalle nuove skill per quelli emergenti.
Ma qui forse l’AI non è la causa, ma solo un acceleratore di una evoluzione già in corso.
Il vero criterio di esposizione
Fermiamoci un attimo. Pensiamoci. Alla fine dobbiamo constatare che la linea di frattura non passa tra umano e macchina, né tra giovani e anziani. No. Passa invece tra chi decide, assume responsabilità e chi esegue istruzioni, anche complesse.
L’AI diminuisce il valore della realizzazione e incrementa quello della responsabilità. Ovviamente non tutti hanno accesso a questo passaggio. La responsabilità in genere procede con ruolo e potere e si sa che questo impone selezione. Si lo so cosa pensate ora. Alcuni sono solo fortunati, li abbiamo già visti in azienda. Non cambierà nemmeno ora.
Nel prossimo e ultimo articolo della serie proverò a rispondere alla domanda forse più difficile: come si governa questa trasformazione, e chi ha veramente il compito, politico, economico e culturale, di evitare che il futuro del lavoro diventi un problema sociale irreversibile. Anticipo che forse l’AI non riuscirà a travolgere solo un settore. Quello pubblico. 3,5 milioni di voti, con i familiari minimo 7. Pensate che i politici non considerino questo aspetto. E le tessere sindacali, potere e denaro. Sino ad ora lo hanno sempre fatto. Siatene certi, lì avranno solo vantaggi.
Quindi cominciate pure a ordinare gli ansiolitici in farmacia.
Giulio Valerio Santini

