La guerra in Ucraina e i faticosi tentativi per giungere ad una sua conclusione associata alla sconvolgente presidenza Trump hanno posto l’UE di fronte al tema di fondo evocato per lunghi lustri ma mai affrontato di petto: procedere con determinazione verso la costituzione di una vera Federazione oppure limitarsi a rimanere un semplice mercato unico destinato a non contare nulla politicamente e, alla lunga, a perdere anche la sua forza finanziaria e commerciale.
Decidere di porre a debito comune – come già si era fatto, con successo, per affrontare i postumi dell’emergenza Covid – una cifra importante (ancorché non enorme, se rapportata al PIL complessivo dell’Unione) per aiutare l’Ucraina nella sua eroica resistenza all’orso russo è stata una decisione che potrebbe rivelarsi storica. Ma solo se da ora in avanti la UE vorrà e saprà procedere coerentemente nella direzione federalista.
Lo farà? Lecito dubitarne, vista la qualità non eccelsa delle attuali classi dirigenti, non solo politiche; e visti i movimenti reazionari, antiunitari in quanto fortemente nazionalisti, che stanno crescendo elettoralmente in quasi tutti i paesi membri (e anche non tali, come la Gran Bretagna). Ma di fronte allo sforzo finale – se colto nella sua indispensabilità e improcrastinabilità – potrebbe pure accadere (al momento è solo una speranza, ma visto mai…) che emergano una capacità e una determinazione oggi imprevedibili ma in realtà già in nuce.
In questo caso, allora, è bene mettere le carte in tavola, almeno le principali.
Il possibile futuro allargamento da 27 a 30/35 membri (con o senza l’Ucraina fra questi) non può essere attuato senza una riforma dei Trattati, considerate e viste all’opera le difficoltà generatrici di immobilismo imposte dalle attuali modalità operative, a cominciare – evidentemente – dal voto all’unanimità richiesto per tutte le questioni principali e maggiormente decisive.
Poiché la riforma dei Trattati richiederebbe (o richiederà) tempi lunghi, troppo lunghi per le urgenze imposte dai mutamenti geopolitici in atto, è necessario a questo punto utilizzare tutti gli strumenti già oggi possibili (dalle cooperazioni rafforzate alle clausole opting out) per consentire a un nucleo qualificato forte politicamente ed economicamente, e pure per popolazione, di assumersi la responsabilità di guidare il processo federativo.
Sapendo che Difesa e Politica Estera sono i primi capitoli da affrontare. Impossibile evaderli. O li si affronta o si rinuncia a tutto il resto.
Sapendo che essi comportano la riforma del Bilancio europeo che, come si sta constatando nella faticosissima definizione del nuovo pluriennale 2028-2035, non può rimanere ostaggio di infinite lobbies nazionali e settoriali, tutte particolaristiche e tutte impreparate culturalmente ad affrontare le sfide potenti che il mondo nuovo (con tutta la carica rivoluzionaria che la demografia potrebbe imporre nel corso dei prossimi anni e decenni) pone e porrà al Vecchio Continente.
È chiaro allora che non di “dettagli tecnici”, né di “volontà tecnocratiche” si sta parlando. Si tratta delle responsabilità politiche indispensabili per garantire agli stati europei, ai popoli europei, un futuro ancora democratico, ancora prospero, ancora libero.

