Paura, narrazioni e realtà. Cosa sta davvero cambiando nel lavoro
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Ho lavorato un pezzo più di quarant’anni in azienda. Poi un pezzettino in realtà diverse. Sono un boomer. Durante la mia vita lavorativa ho assistito a molti cambiamenti. Di volta n volta venivano definiti impensabili, radicali, stravolgenti, rivoluzionari. In realtà spostavano di poco i confini del mondo del lavoro. Qualche innovazione contrattuale e nulla più.
Ora è diverso, molto. Ora si che possiamo utilizzare superlativi e iperboli. Nulla sarà più come prima. Tutto cambierà. Sarà solo questione di capire con quale velocità avverrà.
Ci siamo in mezzo tutti, giovani e vecchi. Qualcuno non capirà nemmeno cosa sarà successo e sparirà senza troppe domande di chi rimane.
È arrivata l’intelligenza artificiale, AI per gli amici. Nessuno ha capito bene da dove è arrivata ma è qui, in mezzo a noi. Sarà buona o cattiva, ancora nessuno lo sa.
C’è una scena che si ripete con sempre maggiore frequenza. Negli uffici come negli studi professionali, nelle redazioni di giornali grandi e piccoli e nelle più svariate aziende.
Nessuno è licenziato, per ora. Nessuno ha ricevuto una lettera d’addio, nessun colloquio improvviso con HR. Ma l’aria è cambiata, è pesante. Sta succedendo una cosa imprevista. Le persone, i lavoratori guardano il loro monitor e si stanno chiedendo se quello che sta facendo oggi servirà ancora domani. Non ha certezza ma sente nascere dentro di sé la paura.
Non è ancora panico. È uno stato diverso, un’inquietudine direi. È la sensazione di essere diventati improvvisamente sostituibili. Il tuo valore sul mercato scende improvvisamente. Domanda e offerta.
Avete certo notato. L’ingresso dell’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro non è avvenuto con un’esplosione, ma con un’accelerazione silenziosa. In poco tempo si sono presentati strumenti capaci di scrivere ottimi testi, aggregare e analizzare miliardi di dati, riassumere documenti, generare immagini e supportare decisioni difficili. La cosa stravolgente è che sono strumenti accessibili a chiunque. Il risultato è un rumore di fondo costante, fatto di titoli allarmistici, promesse salvifiche e scenari estremi.
Ma cosa sta davvero cambiando e quando succederà?
Tra allarmismo e propaganda
Facile rilevare come la pubblica discussione sull’intelligenza artificiale e il lavoro oscilli tra due posizioni opposte. Da una parte si arrocca una narrazione apocalittica. Milioni di posti di lavoro persi, storiche professioni intellettuali cancellate, una disoccupazione tecnologica di massa. Dall’altra la visione rassicurante. L’AI porterà opportunità, nasceranno nuove professioni, le persone non faranno più fatica, basterà un poco di impegno per imparare a usarla, sorella AI per dirla alla San Francesco.
Entrambe le narrazioni sono parziali. E proprio per questa ragione fuorvianti.
La storia dell’umanità ci ricorda che tutte le grandi trasformazioni tecnologiche che hanno generato cambiamenti profondi nel lavoro poche volte lo hanno fatto come si era previsto. L’errore ricorrente è focalizzare il ragionamento sul numero dei posti di lavoro e non sulla qualità delle attività che li caratterizzano.
L’AI non arriva per sostituire l’uomo. Ha l’obiettivo di ottimizzare processi, abbattere tempi, ridurre costi, aumentare produttività. Ed è qui che il cambiamento diventa concreto.
Ma l’AI cosa fa davvero oggi
Al netto della retorica citata credo che l’AI oggi sia particolarmente efficace in tre contesti: elaborazione rapida di grandi quantità di dati, ripetizione di compiti cognitivi strutturati, supporto alle decisioni basato su modelli, schemi. Ora si chiamano pattern.
Insomma diciamo che sorella AI non pensa veramente, non comprende davvero, non prende decisioni in senso umano. Ma accelera. E accelera moltissimo, a una velocità impressionante.
Questo fatto impatta direttamente sul lavoro. Stressa tutto quello che è basato su procedure ripetitive, standardizzate, prevedibili. Non i lavori manuali, come spesso si ipotizza, ma soprattutto lavori cognitivi “intermedi” come analisi di routine, produzione di testi standard, reportistica tipo controllo di gestione, governo e produzione documentale, attività di coordinamento operativo.
Queste attività non saranno cancellate ma varranno meno tempo e quindi meno persone. Molte meno.
Ora la paura è diversa
La grande differenza con le trasformazioni precedenti è che l’AI va diretta al cuore del lavoro d’élite, quello cognitivo. Non colpisce le braccia e il sudore corporeo. Penetra la carne di chi usa il pensiero per avere risultati, per lavorare e vivere magari anche bene o molto bene. Questa cosa fa una paura dannata, trasversalmente, perché colpisce ancora una volta il ceto medio e medio alto.
Avvocati, commercialisti, ingegneri, architetti ma non solo. Impiegati qualificati, creativi, tecnici di vari tipo, giornalisti, chimici, ma anche geologhi e financo medici. Cari signori non siete più al sicuro. Non perché l’AI sappia fare tutto meglio, ma perché farà una cosa inimmaginabile sino a ora, ridisegnerà il valore del contributo umano.
Il rischio vero e attuale non è tanto dire addio al proprio lavoro, quanto scoprire improvvisamente che il proprio ruolo è stato sminuito, semplificato, reso marginale e accessorio. Questa è un processo lento, spesso invisibile, ma profondamente destabilizzante.
Uno spostamento, non una cancellazione
Parlare dunque di un fenomeno di sostituzione non è corretto. In realtà abbiamo avviato (noi) uno spostamento del tempo, del valore, delle responsabilità di ciascuno. Alcune attività sono automatizzate, altre ridotte, altre ancora eliminate, molte diverse emergono. Ma non in modo omogeneo.
Quindi il punto, checché se ne dica, non è tecnologico. È di altra natura e in particolare organizzativa e culturale. Chi deciderà come integrare l’AI nei processi produttivi, chi governerà l’uso degli strumenti? Chi si assumerà la responsabilità finale di ritenere valide le decisioni prese dall’AI?
È qui che si giocherà la partita del lavoro nei prossimi anni.
Nel prossimo articolo cercherò di individuare coloro che rischiano davvero. Non per categorie astratte, ma per ruoli, funzioni e competenze. Non tutti sono esposti al rischio in egual misura, e non tutti per le ragioni che si immaginano.
Forse in un primo momento ci guadagneranno i farmacisti. Venderanno molti ansiolitici in più. Ma poi verrà il loro turno…
Giulio Valerio Santini
Appuntamento a giovedì stessa ora

