Inizia ora il nostro cammino nei Libri Sapienziali e nel Pentateuco. Dopo aver ascoltato i profeti, che denunciano le ferite del presente, Qoèlet e il tempo che sfugge, ci porta nel cuore dell’esistenza concreta: la gestione del tempo, delle scelte, delle relazioni. È una domanda che tocca tutti, credenti e non.
La vita contemporanea e l’illusione del controllo del tempo
La nostra società è costruita intorno al mito della produttività e della velocità. Tutto deve essere immediato: comunicazioni, risultati, decisioni. Viviamo come se il tempo fosse una frontiera da conquistare, più che una realtà da abitare.
Qoèlet e il tempo che sfugge ci mette davanti a un’amara verità: non saremo mai padroni del tempo.
“Tutto ha il suo tempo”
(Qo 3,1).
Questa frase non è rassegnazione, ma liberazione. Non tutto dipende dalla nostra efficienza. La vita non funziona come un’agenda perfetta.
Gli studi sociologici degli ultimi anni mostrano che viviamo una delle epoche più paradossali della storia: abbiamo più strumenti per risparmiare tempo, ma meno tempo per vivere. L’accelerazione permanente crea ansia, solitudine e frammentazione relazionale.
Qoèlet e il tempo che sfugge ci chiede:
e se il problema non fosse il tempo, ma il nostro modo di viverlo?
Quando la corsa ci ruba il presente
Non è solo una teoria. Lo vedo spesso nei reparti di oncologia. Persone abituate a correre sempre – dirigenti, professionisti, genitori – improvvisamente costrette a fermarsi. E allora riconoscono ciò che hanno sacrificato: le amicizie, la famiglia, il tempo libero, la cura di sé.
Promettono: “Quando esco di qui, cambierò tutto”.
Ma quasi sempre, quando la salute ritorna, ritorna anche la corsa.
Siamo “dipendenti dal fare”.
Sopravviviamo più che vivere.
Qoèlet e il tempo che sfugge nelle relazioni e nella società
La società del “tutto subito” ci ha fatto credere che ciò che conta è accumulare esperienze e obiettivi. Ma Qoèlet ci ricorda un’altra logica: la qualità del tempo, non la quantità.
Nel mondo del lavoro, nelle scuole, negli ambienti familiari o comunitari, non ci manca il tempo: ci manca il senso del tempo. Viviamo relazioni veloci, effimere, poco curate. Si parla tanto, ma si ascolta poco. Ci sono migliaia di contatti e pochissimi legami.
Come direbbe il Vangelo:
“Dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore”
(Mt 6,21).
Se ciò che amiamo davvero non entra nel nostro tempo, la vita si svuota.
Quando il tempo si ferma: le esperienze che ci cambiano
Ci sono luoghi in cui il tempo cambia volto e lingua: ospedali, case di riposo, tribunali, carceri, fratture familiari. Luoghi dove non si corre più, ma si attende.
E proprio lì si scopre quello che conta. La malattia, la fragilità o l’errore non riducono la vita: la rivelano. Costringono a fare i conti con noi stessi, con i nostri limiti e con i nostri desideri veri. È una scuola della verità.
Non è una lezione religiosa: è una lezione umana.
La felicità non si trova in ciò che accumuliamo, ma in ciò che costruiamo.
Un tempo da custodire
Qoèlet non dice che il tempo è breve per spaventarci. Lo dice per liberarci: il tempo è un dono, non un nemico. Il senso non è accelerarlo, ma orientarlo.
Non basta chiedersi come usiamo il tempo, ma per chi lo usiamo.
Perché il tempo vissuto bene diventa relazione, ascolto, cura, presenza.
E allora forse Qoèlet e il tempo che sfugge ci restituiscono una verità semplice:
non siamo fatti per correre dietro alla vita, ma per vivere dentro di essa.
Diac. Luigi Giugno

