Quando l’amore è ferito sembra che tutto finisca.
Ma spesso proprio da una ferita nasce la possibilità di amare in modo nuovo.
È ciò che la vicenda del profeta Osea ci insegna: anche nel dolore, la fedeltà può diventare speranza.
Ferite che insegnano
Quando l’amore è ferito non è tutto è perduto: la vita del profeta Osea ne è una prova. La sua storia è segnata da una grande ferita: la moglie Gomer lo tradisce. Lui però non risponde con rabbia, ma con un gesto sorprendente: continua ad amarla e a cercarla.
Osea diventa così segno dell’amore di Dio per un popolo che spesso lo dimentica.
Come ricorda l’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, nella sua Lettera pastorale “Tra voi, però, non sia così”, anche la ferita, se accolta, può aprire un cammino nuovo.
Le sue parole non parlano solo ai credenti, ma a ogni uomo e donna che cerca un senso dentro le difficoltà della vita.
Le ferite, anche quelle più dolorose, possono insegnarci a guardare oltre, a riconoscere che qualcosa di buono può nascere proprio da ciò che sembrava perduto.
Quando ci si chiude
Dopo una delusione, è facile chiudersi. Si smette di parlare, ci si difende, si tengono gli altri a distanza. È comprensibile, ma così la ferita rimane aperta.
Osea ci insegna che il dolore non va negato, ma attraversato. Solo così può trasformarsi; quando l’amore è ferito, non è la fine ma l’inizio di un cammino nuovo.
Tornare a fidarsi è difficile, ma è l’unico modo per non restare prigionieri del passato.
La fedeltà che ricostruisce
Osea è fedele non perché ignora il male, ma perché crede che l’amore possa guarire anche ciò che è spezzato.
Questa fedeltà è immagine della fedeltà di Dio, che non si stanca mai dell’uomo.
Ma la fedeltà non è solo una questione di fede: riguarda ogni persona.
Come scrive il filosofo Emmanuel Lévinas, “essere uomo significa essere responsabile dell’altro” (Totalità e Infinito, 1961).
Ogni volta che restiamo accanto a qualcuno, nonostante la fatica, scegliamo una forma di umanità profonda, che va oltre la religione o la cultura. È ciò che rende la vita più vera e la convivenza possibile.
Un invito per tutti
Essere fedeli, oggi, sembra quasi un gesto controcorrente. In un mondo che cambia in fretta, dove tutto è provvisorio, scegliere di restare può sembrare debolezza.
In realtà, è il contrario: è un atto di libertà e di speranza.
La fedeltà non è un concetto astratto che si gioca solo nelle grandi scelte, ma si costruisce ogni giorno: nei gesti semplici, nel lavoro ben fatto, nella parola mantenuta. Riguarda tutti — dalla massaia al manager, dallo studente al professionista — perché nasce da un cuore che non si rassegna alla superficialità.
Forse non servono grandi gesti. A volte basta ricominciare da un dialogo, da una parola detta con sincerità.
È lì che le ferite iniziano a ricucirsi, e quando l’amore è ferito, la fedeltà diventa un atto di libertà e di speranza.
Come già ricordavo nell’articolo Amos e la giustizia tradita, la fedeltà non è un sentimento statico, ma una scelta che cresce nelle ferite e si trasforma in responsabilità.
E allora — forse — la domanda resta aperta per tutti: che cosa possiamo fare, ciascuno di noi, per essere un segno di fedeltà in un tempo fragile e distratto?
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Diac. Luigi Giugno

