Eravamo stati facili profeti nel prevedere, un anno fa, che il corposo Rapporto sulla Competitività in Europa preparato da Mario Draghi su richiesta della Presidente Von der Leyen sarebbe “finito in un cassetto”, naturalmente dopo essere stato lodato (ma senza squilli di tromba).
Così infatti è andata e l’ex Presidente BCE se ne è avuto a male e così fra agosto e settembre non ha mancato di farlo notare con alcuni interventi piccati ma soprattutto assai lucidi, declamati col tono di chi denuncia un immobilismo che ritiene estremamente dannoso ma rispetto al quale lui nulla può mentre chi potrebbe fare nulla fa.
Nella sua essenza il Rapporto Draghi si era attribuito un obiettivo politico di prima grandezza: recuperare il crescente divario tecnologico accumulato dall’UE con USA e Cina per poter così rilanciare la sbiadita rilevanza geopolitica mondiale del Vecchio Continente.
Attraverso un discorso tutto tecnico, Draghi – a conferma della sua sensibilità politica, ben oltre il consueto abito del tecnocrate, come del resto aveva già dimostrato ai tempi del “whatever it takes” – affrontava la questione delle questioni, che la classe dirigente espressa dalla politica di questo inizio secolo non sa e non vuole fronteggiare: l’unità federativa d’Europa.
L’approccio, come detto e come non poteva non essere, era squisitamente tecnico: analizzare i ritardi dell’Unione in diversi settori, a cominciare appunto da quello dello sviluppo tecnologico e individuare le riforme indispensabili al fine di rilanciare il mercato unico. Un’azione destinata a creare investimenti che Draghi ha ipotizzato richieda un intervento di spesa massiccio, intorno agli 800 miliardi di euro annuali, da finanziare prevalentemente con debito comune: la vera cartina di tornasole per testare la reale volontà federativa degli europei.
Che però non c’è e se c’è è subito posta in secondo piano quando si tratta di condividere rischi finanziari cedendo sovranità nazionale. Così i nordici e la Germania rimangono contrari a possibili finanziamenti comuni con i mediterranei, al solito. Ma non solo. Rimane ancorato a un insufficiente 1,1% del PIL nazionale il bilancio europeo. Una cifra inadeguata, come è evidente da tempo. E che diviene improponibile a fronte della sfida lanciata da Draghi, tesa a innovare un sistema produttivo spesso obsoleto e quindi non competitivo, chiaramente arretrato rispetto ai competitor americano e cinese, con i quali l’Europa deve confrontarsi a meno di auto-relegarsi in una posizione subalterna per i prossimi decenni.
Questa mancanza di ambizione e di disponibilità a finanziarla conduce l’UE a umilianti cedimenti di fronte all’aggressivo Presidente statunitense: sull’imposizione arbitraria dei dazi, sull’acquisto di gas liquido, sull’acquisto di sistemi d’arma. Secondo Draghi è invece l’indipendenza, l’autonomia – per quanto possibile – dai poteri economici esterni all’Unione la chiave di volta per una maggiore forza geopolitica.
A fronte del sostanziale immobilismo di Bruxelles Draghi sbotta “fate quel che volete, ma fate qualcosa”, rivelando un senso di impotenza che probabilmente avverte con fastidio rendendosi ben conto di non avere carte per poter, lui, incidere sulle cose come gli è capitato di fare per un lungo periodo della sua vita. Un senso misto di impotenza e irritazione, e non solo di delusione, ormai evidenti e non mascherati dai modi eleganti e felpati tipici di personalità con quella storia professionale.
Forse però, pur avendo mille ragioni, anche Draghi ha sbagliato qualcosa: nel suo Rapporto ha puntato tutto sulla competitività e sull’innovazione. Ed era necessario, perché sono problemi reali con i quali gli europei devono confrontarsi. Avrebbe però dovuto aggiungere un di più sul fronte della “solidarietà”, una carenza che si avverte.
Perché oltre al “sistema” ci sono le persone. Molte delle quali da almeno un quindicennio vivono in condizioni economiche non facili. Anche se non è certo quella sola carenza ad essere stata decisiva nella non attuazione delle misure indicate nel Rapporto, piuttosto dovuta, crediamo, al sovranismo avanzante negli Stati membri del quale i diversi governi stanno indubbiamente tenendo conto, chi più chi meno.

