A pochi giorni dal piano di pace promosso da Donald Trump, Giorgio Marasa restituisce una riflessione sul ruolo dell’Unione Europea nei negoziati per la guerra in corso a Gaza e sulle proteste in Italia a sostegno della Palestina. Marasa è Responsabile Esteri di Sinistra Italiana a Bruxelles e crede che, come società, stiamo facendo l’abitudine sia alle violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, sia all’impunità di cui gode. Sui suoi social scrive: «È urgente che la politica ritrovi dignità e quel coraggio necessario per fermare questa vergogna, sanzionando e isolando Israele.»
Cosa pensa del recente Accordo di pace voluto da Donald Trump, soprattutto alla luce dei bombardamenti avvenuti in questi giorni nella Striscia?
Partiamo dal fatto che eviterei di usare il termine “pace”, perché quello non è un accordo di pace. La pace è un concetto che non dovrebbe essere distinto dal concetto di giustizia. Comunque, prevalgono due sensazioni: la prima è una sorta di pistola alla tempia, la seconda un sentimento di sollievo. Le immagini delle persone che ritornano o provano a ritornare in quello che resta delle loro case, o dei bambini che festeggiano a Gaza, secondo me ci sollevano tutti, o perlomeno ci rassicurano rispetto all’interruzione del genocidio. C’è sempre, però, quella pistola alla tempia di cui parlavo prima perché è un accordo di pace sì, ma non giusto. Ho l’impressione che siamo davanti a una rimessa sotto tutela del popolo palestinese, che viene sostanzialmente ingabbiato in una forma di controllo esterno. Si sta rendendo ancora più distante il processo di autodeterminazione e di riconoscimento effettivo del popolo palestinese, nonché il suo diritto ad avere uno Stato. Se vogliamo davvero decolonizzare del tutto il nostro sguardo, dobbiamo capire che da alcune nostre posizioni fisicamente comode, è complicato andare a decidere se un accordo che riguarda le vite umane altrui è giusto. Questo di nuovo per due ragioni, primo per una questione di giustizia, ovvero dovrebbero essere i palestinesi a decidere della loro sorte, nonostante le condizioni in cui si trovano a decidere sono infami. La seconda implica un ragionamento diverso. Riflettere su quello che dovrebbero fare gli altri ci dà l’impressione di essere esentati dalle nostre responsabilità come decisori politici europei, mentre dovremmo soffermarci di più, invece, su quali decisioni avrebbero potuto dare ai palestinesi una scelta diversa, migliore di questa.
Lo definirebbe allora un accordo coloniale?
Per com’è al momento, decisamente sì. Poi se si entrerà in un’altra fase di negoziato, spero ci possa essere una piccola opportunità di riscatto per la politica europea. Non tutto è già predeterminato, sebbene i fatti dimostrino il contrario. Si parla di accordo coloniale semplicemente perché non include i palestinesi nella scelta effettiva del loro destino. Adesso sta a noi decidere cosa fare, se vogliamo decidere di interferire, ma in positivo.
Considerando che l’Unione Europea è formata da molteplici attori e che quindi non esiste un’unica posizione ben definita, sembra però che (o perlomeno dallultima plenaria a Strasburgo) non ci sia stata la volontà di prendere una posizione netta in questo conflitto.
Lo darei come dato di fatto. L’Europa non ha preso una posizione netta di fronte a un genocidio in corso e non avendolo fatto, si è resa sostanzialmente complice. Di questo temo dovremmo rispondere rispetto alla storia e sicuramente rispetto alle coscienze di ciascuno di noi. Il fatto che stiamo tirando un sospiro di sollievo non deve farci dimenticare tutti i crimini che sono stati consumati in questi lunghissimi mesi, a cui abbiamo assistito in diretta social. Di questo portiamo tutto il peso della non decisione per tutte quelle cose che noi avremmo potuto fare, e abbiamo scelto di deliberatamente di non fare. Abbiamo difeso il popolo ucraino quando è stato invaso, anche forzando il processo. Non è avvenuto lo stesso con il popolo palestinese. Senz’ombra di dubbio, ciò è da attribuire alla volontà politica delle istituzioni europee, considerando ovviamente le diverse responsabilità di ciascun governo e/o istituzione.
Crede che le mobilitazioni nelle piazze delle ultime due settimane stiano aiutando a far cambiare la rotta della politica dall’alto?
Secondo me la differenza c’è e meno male che ci sia. Non so se abbia influenzato o meno il processo decisionale. Credo che il valore delle manifestazioni sia più grande del processo decisionale per una ragione banale (e forse anche più intima): tutte queste proteste ci restituiscono un pezzo di dignità perduta. Una parte della popolazione europea, in particolare italiana, ha dimostrato di essere una cosa diversa rispetto a quella infame complicità che hanno dimostrato le istituzioni europee e di nuovo, il governo italiano più di altri.
In diverse conferenze stampa, Giorgia Meloni ha usato termini come distruzione e violenza per definire il movimento di solidarietà per il popolo palestinese. Possiamo parlare di una vera e propria criminalizzazione delle proteste?
Rispetto ad altri movimenti, la protesta per la Palestina è stata sicuramente più grande. Purtroppo, sulla questione della criminalizzazione della protesta, il Governo Meloni ha promosso un disegno di legge per incriminare qualsiasi tipo di protesta. Il progetto è quello di eliminare qualsiasi forma di fastidio e ostacolo, per riuscire ad andare avanti sereni con la propria agenda. Secondo me su questa cosa si sbagliano in quanto, per fortuna, esiste un pezzo di società italiana che in realtà è pronto ad agire e ad infrangere le regole quando lo reputa necessario, che si parli delle proteste per la Palestina o dei metalmeccanici che bloccano la tangenziale di Bologna. Si deve rassegnare, perché con una legge non bloccano la protesta. Per l’attuale classe dirigente, la soluzione è sempre additare un nemico, di modo da dare al proprio elettorato una soluzione semplice a problemi complessi. Questi disegni di legge li aiutano a galleggiare in superficie, ma non andare a fondo per trovare soluzioni.
Si può immaginare la relazione tra istanze dal basso e politica dall’alto come un ecosistema, in cui entrambe coesistono e si alimentano a vicenda?
Il contributo delle proteste alla politica dall’alto non è ancora un ecosistema, eppure in termini aspirazionali dovrebbe diventarlo. Al momento si potrebbe parlare di enorme distanza tra le due. Sulla contrapposizione tra il processo di decisionale europeo e le istanze dei cittadini si è scritto tantissimo. La distanza esiste e riguarda i meccanismi, il processo decisionale e il modo in cui viene comunicato. Tutto quello che accade nelle istituzioni è tremendamente complicato e il racconto di tutto ciò che accade non rende possibile un’opportuna comprensione, né tantomeno la creazione di una dinamica politica. Qui sembra che l’Europa sia un unico cappello come se non esistesse diciamo una dialettica o uno scontro politico effettivo, cosa che in realtà noi proviamo disperatamente a fare. Noi pensiamo che c’è un enorme bisogno di questo tipo di scontro politico per salvare l’Europa perché la percezione che tutto sia uguale è la principale causa di disaffezione dal progetto europeo, che potrebbe invece salvare un mondo che diventa sempre più pericoloso.
Le generazioni più giovani vengono accusate di non prestare abbastanza attenzione alla politica. Pare però che il movimento per la Palestina stia cambiando la situazione.
Secondo me ancora no. Ci sono sempre diciamo delle bellissime eccezioni, però ragionando sui grossi numeri prevale ancora la disaffezione, quantomeno rispetto alla possibilità della politica di essere un motore di trasformazione della società. Ciò non significa che sia tutto piatto, anzi esistono dei bisogni di trasformazione della società. La disaffezione si esercita laddove non si crede più che la politica possa trasformare la tua vita, la collettività o possa soddisfare dei bisogni. Questo problema riguarda l’Europa come l’Italia e non è nient’altro che l’incapacità di dimostrare che ci sia una finestra di opportunità.
Sinistra Italiana dove si colloca in questo?
Stiamo cercando di aumentare quest’affezione e la partecipazione. Noi abbiamo l’ambizione di cambiare questo mondo. Penso che l’Alleanza Verdi e Sinistra debba svolgere due tipi di compiti estremamente difficili. Il primo è quello di non staccarsi dalle questioni materiali delle persone, cioè essere materialmente pragmatici e provare a risolvere i problemi delle persone, in poche parole avere a che fare con la materialità della politica. Il secondo, lo riprendo da Luciana Castellina è quello di non perdere il senso della rivoluzione. Non perdere l’idea che questo mondo vada cambiato fino in fondo, che quello che noi viviamo, ovvero il capitalismo, ha una sua storicità, un inizio e una fine. Capire che avere a che fare con le faccende dell’oggi non deve ostruire la nostra possibilità di immaginare un domani, anche se radicalmente diverso. C’è un vecchio detto che dice «Quando i comunisti perdono l’idea della rivoluzione diventano persone tristi e molto pericolose». Noi non vogliamo diventare né tristi, né pericolosi, quindi, rispondendo alla tua domanda in maniera netta, noi vogliamo essere speranza. La speranza che la politica svolga il suo compito, che sia un motore di trasformazione dell’oggi e della vita delle persone.

