Negli ultimi mesi il sistema bancario italiano è tornato al centro dell’attenzione. Fusioni, acquisizioni, offerte pubbliche e grandi manovre finanziarie stanno ridisegnando il volto del credito nazionale.
Per molti cittadini, però, tutto questo appare distante. Le notizie scorrono nei telegiornali e sui giornali economici come se riguardassero soltanto manager, azionisti e grandi investitori.
Vi aspettate che lo dica e quindi lo dico. La realtà è diversa.
Quando cambia la geografia delle banche, piaccia o non piaccia si modificano anche le condizioni in cui milioni di italiani gestiscono conti correnti, investimenti, mutui, polizze assicurative e risparmi accumulati in una vita di lavoro.
Un sistema sempre più concentrato
Negli anni Novanta in Italia operavano circa mille istituti di credito. Un’infinità.
Oggi il numero si è ridotto drasticamente. Fusioni, incorporazioni e acquisizioni hanno progressivamente concentrato il mercato nelle mani di pochi grandi gruppi.
Si tratta di un fenomeno che non riguarda soltanto l’Italia. In tutta Europa le autorità guardano con favore a banche più grandi e patrimonializzate, ritenute maggiormente in grado di affrontare crisi finanziarie, investire in tecnologia e competere sui mercati internazionali. Too big to fail, troppo grandi per fallire…
Dal punto di vista della stabilità, il ragionamento appare comprensibile. Una banca più solida rappresenta generalmente una maggiore garanzia per depositanti e investitori.
Tuttavia, come spesso accade, ogni medaglia ha il suo rovescio.
Meno concorrenti significa meno scelta?
Quando il numero degli operatori si riduce, il cliente rischia di avere meno alternative. Facile constatazione.
In teoria la concorrenza dovrebbe spingere le banche a migliorare servizi e condizioni economiche. In pratica, quando il mercato si concentra nelle mani di pochi soggetti, la pressione competitiva tende ad attenuarsi.
Questo fenomeno è particolarmente evidente nel settore del risparmio gestito.
Molti risparmiatori mantengono per anni, talvolta per decenni, lo stesso rapporto con la propria banca. La fiducia costruita nel tempo è certamente un valore, ma può trasformarsi anche in una forma di inerzia che porta a non confrontare più costi, servizi e opportunità offerte dal mercato. E’ incredibile che si faccia una fatica enorme per accumulare risparmio e poi non si trovi il tempo per gestirlo a farlo gestire degnamente. Eppure succede.
La banca vende spesso prodotti “di casa”
Esiste poi un altro aspetto poco conosciuto.
Molti grandi gruppi bancari non si limitano a distribuire prodotti finanziari. Spesso ne sono anche i produttori.
In altre parole, lo stesso gruppo controlla la banca, la società che crea fondi e gestioni patrimoniali e la rete commerciale che li colloca presso la clientela.
Si tratta di un modello perfettamente legittimo e molto diffuso, ma che richiede particolare attenzione da parte del risparmiatore.
Quando chi consiglia un prodotto appartiene allo stesso gruppo che lo produce, è naturale chiedersi se la soluzione proposta sia sempre la migliore disponibile sul mercato oppure semplicemente quella più conveniente per la struttura che la distribuisce.
Per questo motivo trasparenza e confronto rimangono elementi fondamentali.
Le filiali continuano a diminuire
Un altro cambiamento che molti cittadini stanno già vivendo riguarda la presenza fisica delle banche sul territorio. Negli ultimi anni migliaia di sportelli sono stati chiusi.
Quando sono entrano nel 1986 in una azienda di credito le banche nel Paese erano circa 1100 con un trend stabile o leggermente in diminuzione gli sportelli bancari erano circa 13.000, con un trend in crescita.
La diminuzione di cui parliamo per chi vive nei grandi centri urbani può sembrare un problema marginale. Diversa è la situazione per molti piccoli comuni, dove la banca rappresentava non soltanto un servizio finanziario, ma anche un presidio sociale.
La digitalizzazione offre indubbi vantaggi e consente operazioni rapide direttamente dallo smartphone.
Non tutti, però, sono pronti a rinunciare completamente al rapporto umano, soprattutto quando si tratta di gestire patrimoni, successioni, investimenti o decisioni finanziarie importanti.
La vera sfida dei prossimi anni sarà probabilmente trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica e assistenza personalizzata.
I vantaggi delle grandi dimensioni
Sarebbe però sbagliato guardare alle fusioni soltanto in chiave negativa.
Gruppi più grandi dispongono di maggiori risorse da destinare alla cybersicurezza, all’intelligenza artificiale, alla protezione dei dati e allo sviluppo di nuovi servizi.
Possono inoltre diversificare meglio le fonti di reddito e risultare meno vulnerabili alle oscillazioni dei mercati o dei tassi di interesse.
La solidità patrimoniale resta un elemento fondamentale per la tutela del risparmio, soprattutto in un periodo storico caratterizzato da forte instabilità geopolitica ed economica.
Le grandi dimensioni possono anche consentire alle banche di svolgere un ruolo sociale a cui altrimenti dovrebbero rinunciare.
Il vero potere è nelle mani del cliente
C’è infine una riflessione che riguarda direttamente ciascuno di noi.
Molti italiani mantengono lo stesso conto corrente da decenni senza verificare se esistano condizioni migliori altrove. Lo stesso accade spesso con fondi, polizze e altri strumenti finanziari.
Eppure il mercato offre oggi possibilità di confronto che fino a pochi anni fa erano impensabili.
La domanda che ogni risparmiatore dovrebbe porsi non è quale banca vincerà il prossimo risiko finanziario. La domanda corretta è un’altra:
“Sto ricevendo un servizio adeguato a ciò che pago?”
Perché le grandi operazioni societarie possono cambiare gli equilibri della finanza italiana, ma la qualità delle scelte personali continua a dipendere soprattutto dall’attenzione con cui ciascuno gestisce i propri risparmi.
Meditate gente, meditate.
Giulio Valerio Santini
Business Advisor
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