Schopenhauer elettorale
Rappresentatività e governabilità, governabilità e rappresentanza … questo è il pendolo teleologico delle leggi elettorali. In altre parole, proporzionale o maggioritario, questo è il problema.
Excursus elettorale
È dall’inizio della Repubblica che si discute di legge elettorale e di come modificare l’iniziale proporzionale puro con sistema di preferenze: ci si è provato nel 1953 con l’introduzione di un premio di maggioranza, ci si è riusciti 40 anni dopo con la legge “Mattarellum”. Un sistema misto per 3/4 maggioritario (collegi uninominali) e per 1/4 proporzionale.
Questa legge coincide con l’inizio della cosiddetta “seconda Repubblica”. Nell’arco dei successivi 30 anni e più la legge elettorale è cambiata altre 2 volte: nel 2005 con il “Porcellum”, proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate, e nel 2017 con il “Rosatellum bis” (legge attuale), che consiste in un 34% maggioritario e in un 66% proporzionale.
Un’altra legge che è stata approvata, ma non ha mai visto le urne, è “l’Italicum”. Questa è stata parzialmente cassata dalla Corte Costituzionale nel 2017 (come d’altronde il Porcellum, anche se dopo aver contribuito a far nascere 3 legislature) con le seguenti motivazioni: illegittimo il ballottaggio tra liste e la possibilità per il capolista di scegliere il collegio, rendendo la legge applicabile solo alla Camera.
Attualità
È notizia di questi giorni la discussione circa lo schema della nuova proposta di legge elettorale della maggioranza di centrodestra, due le principali novità: un cospicuo premio di maggioranza (+ 17%, occhio alla Corte) alla coalizione che raggiunge il 40% e l’obbligo per definirsi coalizione di indicare un candidato premier comune (occhio alle primarie del campo largo).
Dove si ferma il pendolo
Tornando al pendolo iniziale, la Corte, nella sentenza citata prima, è chiara a sancirne la fermata. Dove? Nel “rispetto dei principi di rappresentatività democratica”. Questo è dunque il fondamento su cui si può costruire non solo la legge elettorale, ma anche un legame di fiducia tra politica e opinione pubblica.
Siamo dentro a un paradosso: esiste una personalizzazione (conta il leader) dei partiti a livello mediatico, ma l’espressione del voto dal ’94 a oggi è sul simbolo partitico con relative liste bloccate. E nel frattempo l’astensione aumenta.
Ma cosa preferiamo? Che scelgano i partiti o che scegliamo noi chi preferiamo? Infondo è questione di preferenze, reintrodurle sarebbe un buon modo di affidare agli elettori, piuttosto che alle segreterie di partito, una parte più rilevante del risultato elettorale.

