La fase movimentista
La distinzione tra movimento e istituzione-regime appare con particolare chiarezza nel caso del fascismo italiano. Nei suoi primi anni, il fascismo si presentava come un movimento fluido e disomogeneo, caratterizzato da una forte pluralità interna e da un’ampia autonomia dei gruppi squadristi locali. Questa configurazione rifletteva ancora molti tratti tipici dello stato nascente: spontaneità, radicalismo, violenza come linguaggio politico e assenza di una struttura gerarchica pienamente stabilizzata.
I conflitti interni
Come ricostruisce Renzo De Felice, Benito Mussolini entrò più volte in contrasto con esponenti del movimento che mettevano in discussione la sua posizione di guida. Tali componenti rifiutavano il tentativo mussoliniano di presentarsi come elemento di normalizzazione dell’ordine sociale e di trasformare il fascismo in una forza politicamente affidabile. Il conflitto tra anima movimentista e prospettiva istituzionale divenne sempre più evidente.
Un patto contestato
Le tensioni esplosero in modo particolarmente evidente in occasione del Patto di pacificazione del 3 agosto 1921, stipulato con socialisti e popolari. I fascisti più intransigenti, legati allo squadrismo e ai cosiddetti ras, interpretarono l’accordo come un tradimento dello spirito originario del movimento. Essi continuavano a riconoscersi nella violenza squadrista e mal sopportavano l’ipotesi di un’integrazione del fascismo nel gioco politico ufficiale.
Dissenso organizzato
Una delle voci principali del dissenso interno fu Dino Grandi, che rappresentava l’opposizione alla linea moderata di Mussolini. Il conflitto non era soltanto politico, ma anche simbolico: da un lato il fascismo come movimento rivoluzionario, dall’altro il fascismo come forza di governo. Questa frattura metteva a rischio la sopravvivenza stessa del movimento nella sua forma originaria.
La svolta istituzionale
La crisi venne risolta attraverso un passaggio decisivo di istituzionalizzazione: lo scioglimento dei Fasci di combattimento e la nascita, il 7 novembre 1921, del Partito Nazionale Fascista. Pur mantenendo la rete territoriale esistente, il nuovo partito ridusse drasticamente l’autonomia delle componenti locali. La nomina di Michele Bianchi a segretario sancì il passaggio definitivo dallo stato nascente alla forma partitica, aprendo la strada alla costruzione del regime.

