Il resto è storia, scritta molto bene, che leggerete in questo libro dove anch’io ho imparato dettagli della coppia di giornalisti rock più bravi e simpatici che abbiano mai calcato le scene.
Queste le parole di Massimo Bassoli nella prefazione e potrebbero bastare per creare il desiderio di leggere il libro.
Per i pochi che non lo sapessero, Massimo Bassoli è stato il direttore di Tutti Frutti, una delle riviste musicali più iconiche e influenti degli anni Ottanta in Italia.
Nel romanzo, ritroviamo Guido Mina di Sospiro dove lo avevamo lasciato finita la lettura di “ Terrore e musica”: nel dormitorio della University of Southern California con il compagno di camera palestinese che trascorre la notte suonando meravigliosamente il flauto e raccontando di “rivoluzionari”. Tutto a Los Angeles mi era estraneo, ma per essere felice bastava che stessi lontano da Milano. Questa la premessa all’avventura americana.

Ci erano voluti secoli e secoli perché la musica classica diventasse tonale…poi, in un secolo, era diventata così astratta da risultare astrusa.
Lo spaesamento. Poi, la magia
Aveva gli occhi di una gazzella, nei quali mi persi immediatamente, così come in ogni altro tratto del suo viso…Iniziammo a chiacchierare in Francesco, italiano e inglese. Si chiamava Stenie… avrebbe potuto leggere ad alta voce l’elenco telefonico, l’avrei comunque ascoltata.
Un incontro che cambierà la vita dell’autore. Stenie aveva la stessa età di Guido, amava la sua stessa musica ma soprattutto conosceva di persona numerosi musicisti rock.
A Los Angeles, Guido e Stenie assistettero a tutti i concerti. Poi, i viaggi in Italia per proporsi come agenti di diversi gruppi musicali nel territorio statunitense. Tanto entusiasmo, poche certezze. Poi Stenie ha un’idea: “ Perché non scrivi all’editore di Tutti Frutti per vedere se ha bisogno di corrispondenti da Los Angeles?”
La rivista vendeva oltre un milione di copie all’anno al suo secondo anno di vita, e la riempivamo di articoli, interviste, la mia rubrica, recensioni di concerti, di una moltitudine di foto… e’ nata una leggenda.

Guido Mina di Sospiro nato a Buenos Aires da un’antica famiglia italiana, cresce a Milano poi, studia a Pavia e a Los Angeles. Negli anni Ottanta diventa corrispondente musicale per due riviste musicali. Esperto di musica new wave, pop e power rock. Si dedica poi alla scrittura e riceve numerosi premi. I suoi libri vengono tradotti in quindici lingue.
Da Milano a Los Angeles dev’esser stato un cambiamento enorme. Immagino che la musica l’abbia aiutata nei primi tempi un po’ più difficili: quali canzoni amava ascoltare in quel periodo?
Il cambiamento è stato quello che prova chi sta in apnea per troppo tempo e finalmente riesce di nuovo a respirare. Da una Milano grigia, plumbea, intrisa di ideologia tossica, violenza gratuita ed effrenata ed eroina, a una Los Angeles solare, edonista, piena di palme, tantissime e bellissime ragazze e donne e… cocaina. I primi tempi furono particolari: mi sentivo un alieno, con il mio inglese iper-grammaticale, la mia immancabile cravattina stretta, e i dintorni che mi ricordavano il Tigullio invaso da milioni di macchine e messicani sotto il sole del trentaquattresimo parallelo, cioè quello di Beirut.

Ray Manzarek,1984
La musica è stata, come al solito, il mio vademecum. Ascoltavo i Talking Heads (soprattutto Remain in Light), i Police del periodo di Zenyatta Mondatta, i Clash. Ma c’era una vibrantissima scena locale, che cominciai a frequentare sin da subito, incentrata sui club Whisky a Go Go, The Roxy, The Troubadour, Madame Wong’s, The Starwood, Club Lingerie (e altri).
Per un italiano che il rock se lo poteva godere solo tramite dischi, questo era un partecipare a un fermento artistico senza fine. La New Wave mi dava quell’energia vitale di cui avevo bisogno per reinventarmi, risvegliarmi, rinascere. Dopo l’immersione di anni fatta a Milano nella musica colta mi sarei potuto rinchiudere nella mia torre d’avorio, e invece andavo a uno o due concerti rock a sera — la musica, linguaggio universale, mi faceva sentire a casa.
Musica e film fanno da sottofondo al Suo libro. Oggi quale musica e quale film rappresentano la Sua vita?
La premessa è raccapricciante: la musica è morta. Perciò, tanto ripescaggio. Registrazioni di gruppi degli anni Settanta andate perdute e da poco rinvenute; un ritorno alla musica classica, soprattutto Beethoven e Schubert. E l’aver capito che la musica popolare prodotta nel ventesimo secolo, anche la migliore fra rock, jazz, bossa nova, American Song Book, Canterbury Scene, Nick Drake, Talk Talk e via dicendo, non è, né può essere, al livello della grande musica della Vienna a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento.

Per il cinema, il mio film preferito di sempre è The Big Lebowski (Il grande Lebowski), dei fratelli Coen. Ma anche il cinema è morto (quel film è del lontano 1998).
Nel libro c’è molto cinema perché a Los Angeles ho studiato alla USC School of Cinematic Arts, e ho girato un film, visionabile su YouTube, che partecipò al Festival di Cinema di Berlino: If I Could Do It All Over Again, I’d Do It All For You.
Una delle lettere importanti della Sua vita l’ha scritta al direttore della rivista musicale Tutti Frutti: ce ne sono altre?
Sì, quella lettera al direttore di Tutti Frutti è stata fondamentale: segnò il passaggio da melomane a corrispondente dagli Stati Uniti, e quindi professionista nell’ambito dell’industria discografica, allora fiorentissima. Fu un atto guidato da Stenie, la mia ragazza, oggi mia moglie, che a differenza di noi italiani non conosceva l’importanza della fatidica “raccomandazione”. Aveva ragione lei: non ce ne fu bisogno. Tutti Frutti ci accolse a braccia aperte.
Ce ne sono state altre importanti, naturalmente. Lettere d’amore, lettere ad agenti letterari ed editori, lettere a commissioni di ammissione per le università dei tre figli, lettere di ringraziamento a persone che hanno segnato la mia vita, lettere di condoglianze che vorrei non dover mai scrivere.
Quella a Tutti Frutti rimane speciale perché fu la prima lettera “da svolta”, e infatti rappresentò l’inizio della mia avventura americana nel mondo della musica e del giornalismo.

Nel libro paragona l’entusiasmo per la musica dei giovani degli anni Ottanta a quella dei ragazzi oggi per il cellulare. Potrà ritornare un’epoca dove si vive per la musica?
Temo di no; le condizioni sono molto cambiate. Negli anni Ottanta (e anche Sessanta e Settanta) la musica era un’identità totale: il modo in cui ti vestivi, i concerti, i dischi che compravi, le fanzine. Oggi lo smartphone ha catturato quell’attenzione, offrendo gratificazioni immediate e infinite, anche se molto più superficiali. L’epoca del rock “sofisticato”, che iniziò con Pet Sounds dei Beach Boys (1966) e termina oltre trent’anni più tardi con il Grunge, ci fece illudere che la musica sarebbe rimasta l’ossigeno per tutte le generazioni presenti e future di giovani.
Non ci rendevamo conto che le rock stars erano, in essenza, trovatori (non c’è altro parallelo storico se non quello della corte di Eleonora d’Aquitania) la cui importanza era divenuta spropositata: le parole di John Lennon contavano più di quelle del papa, dei re e dei primi ministri. Questa epoca, anche molto poetica, è finita.
Qual è stata l’intervista più importante della Sua vita?
Difficile sceglierne una; potrei dirle una in esclusiva a Bob Dylan, ma il tipetto, con le sue lagne, voce sbiascitata e tre accordi, quattro quando va bene, non mi è mai piaciuto. Le interviste migliori diventavano chiacchierate. Una su tutte: quella con Ray Manzarek, ex tastierista dei Doors. Aveva inciso Carmina Burana, e ci invitò a casa sua nelle Hollywood Hills per farcelo ascoltare e parlarne.
Aveva militato in uno dei gruppi più leggendari; era stato al centro dell’età dell’oro del rock, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. Aveva esattamente 44 anni, noi 23. Ci avrebbe potuto trattare con condiscendenza, invece fu l’esatto contrario: un signore distinto, affabile, colto e cordiale. Ricordo la nostra lunga chiacchierata nel soggiorno e giardino di casa sua come se fosse ieri. Un essere umano chiaramente molto avanzato, anche spiritualmente.
Lei racconta di un’epoca che ha segnato la storia, la cultura—torneranno degli anni così intensi?
Le epoche intense ritornano sempre, ma mai uguali, e mi sa che il fenomeno AI ci spersonalizzerà tantissimo, finché, spero, ci sarà una rivolta. Gli anni Ottanta a Los Angeles furono un’esplosione di vitalità dopo gli anni di piombo italiani (che peraltro, e paradossalmente, furono di grande fermento culturale): un’ubriacatura di libertà, eccessi, creatività. Oggi viviamo in un’epoca di saturazione digitale. Il ragazzino non sogna di diventare una rock star (peraltro, non ce ne sono più); sogna di diventare un YouTuber con almeno un milione di abbonati.
Leggerlo perchè
E’ un tuffo in un passato – vicino, che sentiamo lontano.
neo
sarebbe stata gradita qualche foto nel libro

