“Ei fu.”
Due parole soltanto. Forse uno degli incipit più potenti della storia della letteratura italiana.
Non servono presentazioni, non servono titoli, non serve nemmeno pronunciare subito il nome dell’uomo di cui si parla. Perché tutti sapevano.
Il 5 maggio 1821, su una piccola isola sperduta nell’Oceano Atlantico, muore Napoleone Bonaparte. L’uomo che ha attraversato la storia con la forza di un uragano termina il suo viaggio lontano dai palazzi, dagli eserciti, dalle folle.
Sant’Elena.
Un nome che sembra quasi inventato per raccontare la distanza tra ciò che un uomo è stato e ciò che alla fine ogni uomo rimane.
Leggo che Manzoni, quando riceve la notizia, fa qualcosa di straordinario. Non scrive semplicemente il ricordo di un imperatore caduto. Non celebra il vincitore e non infierisce sullo sconfitto.
Fa una cosa molto più difficile, una cosa che ai nostri politici non riuscirebbe mai
Guarda l’uomo dietro il suo mito. Capisce che Napoleone è stato tutto.
Generale, console, imperatore, legislatore. Ha ridisegnato confini, abbattuto regni, creato nuovi equilibri. Milioni di persone hanno pronunciato il suo nome con ammirazione o con timore.
Eppure quel giorno Manzoni non comincia raccontando il fragore delle battaglie.
Comincia con due parole che creano il silenzio intorno a tutto, a tutti.
“Ei fu.”
C’era. Non c’è più.
Forse è questa la lezione più grande nascosta dentro quei versi che ho studiato sui banchi di scuola e spesso ho dimenticato subito dopo un’interrogazione. Ma ora, che anch’io ho trascorso molti anni di vita, rimango stupefatto da quel silenzio creato con due parole
Ei fu, il potere passa, la gloria se ne va, la fama passa.
Anche gli uomini che sembrano indispensabili un giorno diventano memoria.
Rimane ciò che hanno fatto, resta il modo in cui hanno usato il tempo che è stato loro concesso.
Manzoni non giudica Napoleone come farebbe un tribunale della storia. Ne vede le contraddizioni immense. La gloria e la caduta, l’ambizione e la solitudine, la grandezza e il limite.
Forse per questo, dopo due secoli, quelle parole continuano a parlarci. Perché non raccontano soltanto Napoleone, raccontano noi.
In un tempo in cui tutto sembra urgente, in cui ognuno cerca visibilità, consenso, approvazione immediata, il 5 maggio ci ricorda una verità semplice e antica.
Nessuno possiede davvero il proprio potere, lo riceve per un tempo limitato.
Che sia un impero, un incarico pubblico, una responsabilità professionale o semplicemente un ruolo nella vita degli altri prima o poi arriva per tutti un momento in cui il rumore si spegne.
E allora rimane una sola domanda, non quanto siamo stati importanti ma cosa resterà del nostro passaggio.
Forse il miracolo di Manzoni è tutto qui.
Con un silenzio ha raccontato la fragilità di ogni uomo.
Ei fu. Ora non c’è più
Giulio Valerio Santini
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