I nuovi dati ISTAT raccontano una trasformazione importante. Sempre meno giovani fuori dal lavoro e dalla formazione, con un recupero particolarmente significativo nel Mezzogiorno. Mentre torna il dibattito sul Reddito di cittadinanza, è tempo di interrogarsi sui risultati delle politiche del lavoro, senza forzare coincidenze temporali e rapporti di causa.
La notizia meriterebbe la prima pagina
Ci sono notizie che occupano per giorni le prime pagine dei giornali e altre che, pur raccontando cambiamenti profondi nella società italiana, rischiano di scivolare via tra una polemica politica e l’altra.
Quella pubblicata oggi dall’ISTAT appartiene decisamente alla seconda categoria.
Nel 2020 quasi un giovane italiano su quattro, tra i 15 e i 29 anni, non lavorava e non partecipava ad alcun percorso di istruzione o formazione. Nel 2025 la percentuale è scesa al 13,3%, avvicinandosi sensibilmente all’11% della media europea.
Sono i cosiddetti NEET, acronimo inglese di Not in Employment, Education or Training. Una definizione apparentemente tecnica che, dietro le statistiche, racconta milioni di storie personali, occasioni mancate, difficoltà familiari e aspettative spesso frustrate.
Dieci punti percentuali recuperati rispetto al 2020 rappresentano un risultato che merita attenzione, soprattutto in un Paese abituato a considerare la disoccupazione giovanile quasi una condizione inevitabile.
Il miglioramento è cominciato nel 2021
La traiettoria assume un significato particolare se osserviamo la cronologia.
Il mercato del lavoro italiano ha cominciato a recuperare terreno nel 2021, dopo la crisi provocata dalla pandemia. Da allora, pur con oscillazioni e differenze tra le categorie, l’occupazione è cresciuta e la quota dei NEET si è progressivamente ridotta.
Non si può ignorare che il Reddito di cittadinanza fosse ancora in vigore – peraltro già in piene modifiche e annunci di drastiche riduzioni – durante la prima parte di questo miglioramento, né che sia stato definitivamente sostituito da nuovi strumenti soltanto nel 2024.
Sarebbe quindi una forzatura sostenere che il calo dei NEET sia cominciato grazie alla sua abolizione ma certo è proseguito vigorosamente con la sua abilizione.
Ma sarebbe altrettanto riduttivo considerare irrilevante la questione di come debbano essere costruiti gli incentivi al lavoro e le politiche di sostegno al reddito. Il tema, semmai, è comprendere quali fattori abbiano favorito il cambiamento e quali strumenti possano consolidarlo.
Il Mezzogiorno recupera terreno
Il dato forse più interessante riguarda il Sud, dove nel 2025 si è registrata la maggiore riduzione della quota di NEET.
È un segnale incoraggiante per un territorio che continua a presentare criticità strutturali: minore partecipazione femminile al lavoro, opportunità occupazionali diseguali, difficoltà di collegamento tra formazione e imprese.
Il recupero non cancella questi problemi, ma dimostra che gli indicatori possono migliorare anche dove le difficoltà sono storicamente più radicate.
Ed è proprio qui che il dibattito sulle politiche sociali dovrebbe diventare più concreto.
Non basta sapere quanti giovani ricevono un sostegno economico. Dovremmo sapere quanti riescono a completare un percorso formativo, quanti entrano stabilmente nel mercato del lavoro e quanti possono finalmente progettare una vita autonoma.
Reddito di cittadinanza. Sostegno alla povertà o politica del lavoro?
Il Reddito di cittadinanza aveva una duplice ambizione: contrastare la povertà e favorire l’inserimento lavorativo.
La valutazione pubblicata dal Ministero del Lavoro nel 2024 ne ha riconosciuto il contributo al sostegno delle famiglie durante la pandemia, ma ha anche evidenziato risultati insoddisfacenti nel rapporto tra risorse impiegate e obiettivi raggiunti, soprattutto sul versante delle politiche attive.
Sono conclusioni che meritano di essere considerate quando si discute dell’eventuale ritorno della misura. Il contrasto alla povertà è un dovere pubblico. Ma sostenere economicamente una persona in difficoltà e accompagnarla verso un’occupazione sono obiettivi collegati, non sovrapponibili.
E soprattutto richiedono strumenti diversi, competenze diverse e risultati misurabili.
La politica delle promesse e quella dei risultati
Proprio mentre i dati documentano un miglioramento significativo, torna nel dibattito pubblico l’ipotesi di riproporre una versione rinnovata del Reddito di cittadinanza.
È una proposta legittima, che dovrà essere valutata quando ne saranno noti i contenuti.
Ma dovrebbe essere accompagnata da una domanda semplice: che cosa abbiamo imparato dall’esperienza precedente?
Quali meccanismi hanno funzionato? Quali no? Quali interventi hanno aiutato concretamente le persone a trovare lavoro? E quali hanno soprattutto garantito un sostegno economico, comunque importante, senza produrre un effettivo inserimento occupazionale?
Transeat, diceva mio nonno. Le promesse elettorali appartengono alla fisiologia della democrazia.
La realtà è un’altra cosa.
Se vogliamo discutere seriamente del futuro dei giovani italiani, il punto non dovrebbe essere scegliere tra l’assegno e la sua abolizione come se fossero le uniche alternative disponibili.
Dovremmo piuttosto chiederci come trasformare il miglioramento registrato dall’ISTAT in un progresso stabile, capace di raggiungere anche chi continua a rimanere escluso.
Perché la migliore politica sociale non è quella che può vantare il maggior numero di beneficiari. È quella che protegge chi ha bisogno e, quando possibile, crea le condizioni perché sempre meno persone abbiano bisogno di essere assistite.
E questo, finalmente, sarebbe un risultato da celebrare senza bisogno di inventare nuovi slogan.
Giulio Valerio Santini
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