Un giovane avvocato parte volontario per l’Africa e diventa ufficiale carrista dell’Ariete. Rimasto unico ufficiale della sua compagnia, assume il comando mentre il suo carro è ripetutamente colpito. Sopravvive, ma davanti a lui c’è ancora El Alamein. La battaglia finale. Si chiamava Giulio Santini.
Il primo colpo non lo vidi arrivare. Lo sentii.
Dentro un carro armato il mondo non esplode come lo si immagina guardando una battaglia da lontano. Prima trema. La corazza vibra, il rumore ti entra nella testa e per qualche secondo aspetti soltanto di capire se il carro sia ancora intero e, soprattutto, se lo sei anche tu.
Io lo ero. Avevo paura? Probabilmente sì. Ma ci sono momenti nei quali la paura è un lusso che un ufficiale non può permettersi di mostrare, soprattutto quando intorno a lui ci sono uomini che aspettano un ordine. Fuori c’era il deserto, davanti il nemico.
Mi chiamo Giulio Santini, sono nato a Monza nel 1911 e, prima di ritrovarmi dentro un carro M14/41 nel deserto africano, avevo studiato Giurisprudenza ed ero diventato avvocato.
Prima di El Alamein. Il giovane avvocato che partì volontario
La guerra sembrava lontanissima quando frequentavo l’università. Ero passato anche dal GUF di Milano, come accadeva a molti universitari della mia generazione nell’Italia fascista.
Nella memoria della mia famiglia, tuttavia, di me sarebbe rimasto un ricordo apparentemente contraddittorio. Giulio non era fascista. Qualcuno lo avrebbe ricordato addirittura come pacifista.
Bisogna usare entrambe le definizioni con prudenza. Non abbiamo ancora trovato lettere, diari o altri scritti nei quali Giulio esponga le proprie convinzioni politiche e, soprattutto, essere “pacifisti” nell’Italia degli anni Trenta non aveva necessariamente lo stesso significato che attribuiamo oggi alla parola.
È rimasto però un altro ricordo familiare molto preciso: Giulio partì volontario.
Perché un giovane ricordato come non fascista e poco incline alla retorica della guerra decise di partire volontariamente per l’Africa? Non lo sappiamo.
Potrebbero esserci stati il patriottismo, il senso del dovere, il clima dell’epoca o motivazioni molto più personali. Attribuirgli oggi una risposta sarebbe semplice, ma significherebbe mettere nella sua testa pensieri che non possiamo conoscere.
Sappiamo invece dove quella scelta lo portò: nel 132° Reggimento carristi della 132ª Divisione corazzata “Ariete”, X Battaglione carri M, 9ª Compagnia. Al comando di un carro armato. Nel deserto.
Divisione Ariete: quattro uomini dentro un M14/41
Un M14/41 aveva un equipaggio di quattro uomini. Quattro uomini chiusi nell’acciaio arroventato dal sole africano, insieme al motore, alle munizioni, alla polvere che riusciva a entrare dappertutto e a una corazza che rappresentava l’ultima barriera fra loro e i proiettili nemici.
Il 25 maggio 1942 il X Battaglione disponeva di 51 carri M14/41. Era l’inizio di un ciclo operativo durissimo che, attraverso mesi di combattimenti, lo avrebbe condotto fino a El Alamein.
Cinquantuno carri. È un numero che vale la pena ricordare, perché tornerà alla fine di questa storia.
Prima di El Alamein, però, Giulio avrebbe imparato altri nomi: Agiag el Sidra e Bir el Aslagh.
È in quei combattimenti che la sua storia smette di appartenere soltanto ai ricordi familiari. Da questo momento cominciano a parlare anche i documenti.
Giulio Santini, solo al comando della 9ª Compagnia
Fumo, rumore, urla disperate. Moribondi che chiedevano la pietà di una morte rapida. A un certo punto gli altri ufficiali della compagnia non c’erano più. Ero rimasto io.
Non sappiamo come Giulio abbia vissuto quel momento. Possiamo immaginarlo mentre guarda gli uomini, forse mentre cerca istintivamente un superiore dal quale ricevere un ordine, oppure possiamo immaginare che non abbia avuto neppure il tempo di farlo.
Una cosa, però, la sappiamo.
Era rimasto l’unico ufficiale della compagnia e ne assunse il comando, con decisione.
La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare documenta proprio questa circostanza. Giulio, che comandava un plotone, rimasto unico ufficiale della propria compagnia ne prese il comando e partecipò all’attacco contro un forte caposaldo nemico. Successivamente si trovò ad affrontare mezzi corazzati che la stessa motivazione definisce superiori a quelli italiani per numero e qualità.
Questo cambia completamente il significato della scena. Non stiamo immaginando un eroe che corre incontro a un avversario inconsapevole del pericolo. Giulio e i suoi uomini sapevano che ciò che avevano davanti era più forte. E continuarono, pur sapendo
Granate e proiettili perforanti contro il carro di Giulio
Arrivò un colpo e il carro resistette. Poi ne arrivò un altro. Dentro rumore assordante. Fumo, odore, forse anche quello delle evacuazioni umane, quello della paura.
Qui non abbiamo bisogno di aggiungere effetti speciali. La motivazione ufficiale della decorazione racconta che il carro di Giulio fu ripetutamente colpito da granate e proiettili perforanti mentre lui continuava a intervenire nella lotta.
Un proiettile perforante non è una metafora. È costruito per attraversare la corazza del carro e raggiungere ciò che si trova dietro. E dietro quella corazza ci sono quattro uomini.
Non sappiamo se Giulio abbia gridato, che cosa abbia detto al suo equipaggio o se, per qualche istante, abbia pensato che sarebbe morto. Possiamo immaginare la paura, perché appartiene alla natura umana, ma non possiamo attribuirgliela come se disponessimo di una sua testimonianza.
Possiamo invece raccontare quello che fece. Continuò a combattere e a guidare i carri sopravvissuti contro il nemico.
Ed è una distinzione fondamentale: possiamo ricostruire letterariamente le emozioni, ma non abbiamo alcun bisogno di inventare il coraggio. Quello è rimasto scritto nei documenti.
La Medaglia di Bronzo al Valor Militare
Per le azioni combattute ad Agiag el Sidra tra il 20 maggio e il 4 giugno 1942 e a Bir el Aslagh il 5 giugno, Giulio Santini fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
La documentazione permette anche di identificarlo senza possibilità di confonderlo con un omonimo: Santini Giulio, di Giovanni e Bianchi Elvira, nato a Monza nel 1911, sottotenente di complemento del 132° Carrista “Ariete”, X Battaglione M14/41, 9ª Compagnia.
C’è però una precisazione importante. Giulio non ricevette quella medaglia per El Alamein.
I combattimenti per i quali venne decorato erano avvenuti mesi prima. El Alamein doveva ancora arrivare.
Ottobre 1942. L’Ariete arriva a El Alamein
Il 23 ottobre 1942 cominciò la seconda battaglia di El Alamein.
A questo punto dobbiamo uscire per qualche momento dal carro di Giulio e allargare lo sguardo. L’Ariete era inquadrato nel XX Corpo d’armata motocorazzato e il 132° Reggimento carristi schierava IX, X e XIII Battaglione. Giulio apparteneva al X.
Il reparto che pochi mesi prima disponeva di 51 M14/41 era stato progressivamente consumato dai combattimenti, dalle avarie, dal deserto e da una guerra nella quale la superiorità materiale britannica stava diventando sempre più difficile da contrastare.
Il 2 novembre il X Battaglione disponeva ancora di 37 carri. Durante il successivo movimento nove mezzi si fermarono per avaria e il giorno seguente ne arrivarono 28 a Deir Abu el Marakiz. Poi venne il 4 novembre.
4 novembre 1942. Ventidue carri perduti in nove ore
Alle 5.30 del mattino le tre compagnie del X Battaglione erano schierate. Poco dopo comparvero le forze corazzate britanniche e alle 7.30 arrivò l’ordine di resistere.
Cominciarono nove ore di combattimento.
Quando finirono, il X Battaglione aveva perduto 22 carri. Dei mezzi rimasti, soltanto pochi riuscirono a iniziare il ripiegamento; cinque tentarono successivamente di raggiungere la strada costiera, ma vennero accerchiati e distrutti da una colonna britannica.
Il battaglione che all’inizio del ciclo operativo aveva avuto 51 carri aveva praticamente cessato di esistere come unità corazzata.
Non sappiamo quale fosse l’esatta posizione personale di Giulio durante ciascuna fase di quelle nove ore e sarebbe scorretto attribuirgli azioni che le fonti riferiscono al battaglione nel suo complesso.
Sappiamo però che era con quel reparto durante la campagna di El Alamein. E sappiamo che sopravvisse. Perché poco dopo una fonte torna a chiamarlo per nome.
Sirte: un carro in avaria e un uomo con la febbre
A questo punto possiamo lasciare alle spalle il rumore della battaglia e immaginare un’immagine completamente diversa.
Sirte.
Del X Battaglione è rimasto pochissimo. Gli uomini sono esausti, i mezzi sono stati distrutti o abbandonati e ciò che rimane del reparto continua il ripiegamento attraverso il deserto. Tra quei pochi mezzi ce n’è uno in avaria.
La fonte lo identifica espressamente come il carro dell’ufficiale Giulio Santini e ricorda che Giulio era ammalato, con febbre alta, durante tutto il ripiegamento. Forse è questa l’immagine che racconta meglio di tutte la sua guerra.
Non l’ufficiale della fotografia, non la medaglia, non il carro che continua ad avanzare mentre viene colpito, ma un giovane di trentun anni che ha attraversato mesi di combattimenti e adesso si trova nel deserto, ammalato, accanto a una macchina che non funziona più.
La battaglia è perduta. Il suo battaglione praticamente non esiste più. Ma Giulio è vivo.
Il ritorno dalla guerra
Giulio tornò in Italia e dovette fare ciò che fecero milioni di uomini sopravvissuti alla guerra: ricominciare a vivere una vita normale dopo aver conosciuto qualcosa che normale non era stato affatto.
Era laureato in Giurisprudenza e avvocato e, secondo i ricordi familiari, lavorò all’Intendenza di Finanza di Milano. Si sposò con Elena e della sua vita civile stiamo ancora cercando di ricostruire diversi passaggi.
Sono rimaste, però, alcune fotografie.

In una Giulio posa da solo in uniforme. È alto, magro, elegante, con quello sguardo serio che appartiene a tante fotografie dell’epoca.
In un’altra immagine alcuni militari posano davanti a una locomotiva 735. Giulio quasi scompare nella fotografia: è l’uomo che si intravede tra i due militari in primo piano, uno con una sigaretta e l’altro con il cappotto.
Nessun carro armato e nessun deserto. Soltanto alcuni giovani davanti a una locomotiva.
Sapendo quello che uno di loro avrebbe attraversato, oggi quella fotografia racconta qualcosa di completamente diverso.

Ma questa storia ha un piccolo inganno
A questo punto devo fare una confessione al lettore: Giulio Santini non ha mai scritto le parole che avete appena letto. Non abbiamo trovato un suo diario di guerra e neppure lettere nelle quali racconti ciò che provò durante quei combattimenti. Non sappiamo se, mentre il suo carro veniva colpito dai proiettili perforanti, abbia davvero avuto paura, né conosciamo le parole che rivolse agli uomini che combattevano con lui.
La prima persona utilizzata all’inizio è dunque una ricostruzione narrativa, un modo per provare a entrare nel carro insieme a Giulio e restituire una dimensione umana a fatti che, nei documenti militari, sono inevitabilmente raccontati con il linguaggio asciutto dei rapporti e delle motivazioni delle decorazioni.
Le emozioni appartengono alla ricostruzione; i fatti, invece, sono documentati. Conosciamo in quale reparto serviva Giulio e a quale compagnia apparteneva. Sappiamo che rimase l’unico ufficiale della compagnia e che ne assunse il comando e che il suo carro fu ripetutamente colpito mentre continuava a combattere contro mezzi corazzati superiori per numero e qualità e sappiamo che per quelle azioni gli venne conferita la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
Sappiamo inoltre che il X Battaglione combatté a El Alamein e che Giulio sopravvisse alla distruzione del reparto. Lo ritroviamo durante il ripiegamento, ammalato e con la febbre alta, fino a Sirte, dove una testimonianza ricorda espressamente il suo carro in avaria.
Non sappiamo che cosa pensasse in quei momenti e sarebbe scorretto fingere di saperlo. Abbiamo semplicemente provato a restituire una voce all’uomo che emerge da quei documenti, lasciando che fossero i fatti a raccontare ciò che nessuna ricostruzione avrebbe bisogno di rendere più eroico.
C’è però un’ultima cosa che non vi ho raccontato
Questa storia non è arrivata sulla mia scrivania per caso e non ho cominciato la ricerca perché cercavo la vicenda dimenticata di uno dei tanti carristi italiani che combatterono in Africa Settentrionale. Cercavo proprio Giulio Santini, anche se all’inizio conoscevo di lui molto meno di quanto i documenti mi avrebbero poi restituito.
Le fotografie erano rimaste in famiglia insieme ai racconti, come spesso accade. Alcuni particolari erano precisi, altri si erano confusi con il passare degli anni: la guerra, l’Ariete, El Alamein, la medaglia, il giovane ufficiale partito volontario. Poi abbiamo cominciato a cercare e, un documento dopo l’altro, quell’uomo in uniforme ha cominciato a uscire dalla fotografia.
C’era però una cosa che sapevo fin dall’inizio: quell’uomo era mio zio.
Giulio era il fratello di mio padre, Ambrogio Santini. Io sono nato il 4 febbraio 1960 e nella memoria della mia famiglia è rimasto il ricordo che il nome che porto sia legato proprio a lui. Non conosco ancora con certezza la data della sua morte e preferisco quindi lasciare questo particolare nel territorio dei ricordi familiari, almeno fino a quando un documento non ci permetterà di ricostruire anche l’ultimo tratto della sua vita.
Forse è proprio questo il motivo per cui ho voluto raccontarne la storia. Una medaglia può finire in un cassetto, una fotografia può rimanere per decenni in un album e persino una battaglia può lentamente trasformarsi in poche parole ripetute durante i pranzi di famiglia. Poi, un giorno, qu Sono passati ottantaquattro anni da El Alamein e il giovane ufficiale dell’Ariete che tornò vivo dal deserto non può più raccontare ciò che vide. Possono farlo, almeno in parte, i documenti che ha lasciato dietro di sé e la memoria di chi è venuto dopo.
Non ho ancora trovato il documento che mi permetta di ricostruire con certezza gli ultimi anni della sua vita. Continuerò a cercarlo. Ma forse una piccola parte della sua storia non è mai andata perduta.
Perché mio zio si chiamava Giulio Santini. E quel nome, molti anni dopo, è diventato il mio.
Grazie per la vostra attenzione
Giulio Valerio Santini
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Nota
Questo articolo utilizza una ricostruzione narrativa in prima persona basata su documentazione militare, fonti storiche, fotografie e memoria familiare. I pensieri, le emozioni e alcuni raccordi narrativi attribuiti a Giulio Santini sono ricostruzioni letterarie e non citazioni tratte da lettere o diari. I fatti militari sono stati verificati attraverso la documentazione disponibile; le informazioni provenienti esclusivamente dalla memoria familiare sono presentate come tali.
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