Dietro le nuove regole europee c’è un’infrastruttura digitale che raccoglie i dati biometrici di chi arriva. Con il nuovo Patto cambia natura: più categorie di persone, età di rilevamento abbassata, apertura alle autorità di contrasto. I nodi sulla privacy.
Ogni sistema d’asilo ha bisogno di sapere chi ha di fronte. Da vent’anni l’Unione europea affida questo compito a Eurodac, la banca dati che confronta le impronte digitali dei richiedenti asilo per capire in quale Paese una persona sia già transitata. Con il nuovo Patto, il regolamento che la governa viene riscritto, ed Eurodac smette di essere un semplice archivio di impronte per diventare lo snodo che collega tra loro tutti gli altri strumenti della riforma. È l’ingranaggio meno visibile e, per chi si occupa di diritti digitali, tra i più delicati.
Che cosa raccoglie, e su chi
Il nuovo Eurodac registra dati biometrici — impronte digitali e immagine del volto — insieme ai dati anagrafici e, quando disponibile, alla copia scansionata di un documento d’identità. La novità è la platea. Non più soltanto i richiedenti protezione internazionale, ma anche chi viene rintracciato per attraversamento irregolare della frontiera, chi soggiorna in modo irregolare, chi è sbarcato dopo un’operazione di ricerca e soccorso, le persone ammesse tramite reinsediamento e i beneficiari di protezione temporanea.
In pratica, chiunque entri nel raggio d’azione del Patto lascia una traccia biometrica nel sistema. È la condizione perché gli altri meccanismi — screening, determinazione dello Stato competente, procedure di frontiera — possano funzionare in modo integrato.
Il punto più discusso: le impronte dei minori dai sei anni
Qui si concentra la critica principale. Con il vecchio Eurodac i dati biometrici venivano rilevati a partire dai quattordici anni. Il nuovo regolamento abbassa la soglia a sei anni.
Il legislatore europeo motiva la scelta con la protezione degli stessi minori: identificarli aiuta a ricostruire i legami familiari, a rintracciare i minori scomparsi e a evitare che spariscano nei circuiti dell’irregolarità. Il testo prevede tutele specifiche: il minore dai sei anni deve essere accompagnato da un familiare adulto quando presente, il funzionario che rileva i dati deve essere formato allo scopo, e la procedura deve essere adatta all’età. Ma per le organizzazioni di tutela dei diritti resta il fatto in sé: bambini di prima elementare i cui dati biometrici finiscono in un archivio europeo, con finalità che comprendono anche il contrasto ai reati.
Dieci anni di memoria
I dati non spariscono in fretta. Per la gran parte delle persone registrate il periodo di conservazione è di dieci anni; per chi arriva tramite reinsediamento è di cinque. Il regolamento giustifica i dieci anni osservando che, entro quel termine, la maggior parte delle persone avrà ormai ottenuto uno status giuridico definito. È un arco di tempo lungo, che moltiplica il valore della banca dati ma amplia anche la superficie esposta in caso di abusi o accessi impropri.
Non più solo asilo: la porta aperta alle forze dell’ordine
La trasformazione più profonda è di finalità. Eurodac nasce come strumento del sistema d’asilo; il nuovo regolamento consente alle autorità di contrasto nazionali e a Europol di consultarlo per prevenire, accertare o indagare reati di terrorismo e altri reati gravi. Un regolamento collegato del pacchetto, il 2024/1352, integra inoltre gli accertamenti alle frontiere con altri sistemi europei, compresi i dati sui precedenti penali dei cittadini di Paesi terzi.
Il messaggio implicito è netto: la banca dati dell’asilo diventa anche uno strumento di sicurezza. Per i sostenitori è un passo logico contro terrorismo e criminalità; per i critici è uno sconfinamento, perché tratta chi chiede protezione come un potenziale sospetto e mescola due finalità che il diritto europeo ha storicamente tenuto separate.
La posta in gioco
Il cuore della questione è il bilanciamento tra efficienza e diritti. Un sistema integrato e capillare rende le nuove procedure applicabili e aiuta, davvero, a identificare le persone e a proteggere i minori vulnerabili. Ma ogni ampliamento — più categorie, età più basse, tempi più lunghi, accessi ulteriori — sposta l’ago verso la sorveglianza. Eurodac è, in questo senso, lo specchio dell’intero Patto: misura quanta libertà si è disposti a comprimere in nome del controllo.

