Due funerali religiosi negati nel giro di pochi giorni riaprono un conflitto che dura da quasi tre secoli. La Chiesa considera ancora incompatibili cattolicesimo e Massoneria, il Grande Oriente d’Italia invoca misericordia e libertà di coscienza. Poi però spunta il precedente di Licio Gelli e la faccenda diventa decisamente più complicata.
Morire presenta già una serie di inconvenienti sui quali, per comprensibili ragioni, non ho molta fretta di acquisire esperienza diretta. Nei primi giorni di agosto ho però scoperto che, se oltre ad avere terminato la propria esperienza terrena si è anche massoni, può presentarsi un ultimo problema: trovare chiusa la porta della chiesa nella quale i familiari pensavano di celebrare il funerale.
È accaduto due volte nel giro di pochissimi giorni.
Il primo caso riguarda Bruno Battisti D’Amario, morto a Roma a 88 anni. Chitarrista di grande livello, aveva collaborato anche con Ennio Morricone e aveva fondato una loggia romana del Grande Oriente d’Italia. Era inoltre, pare, autore dell’inno ufficiale del GOI.
Le esequie avrebbero dovuto svolgersi nella celebre Chiesa degli Artisti, Santa Maria in Montesanto, a Piazza del Popolo, ma quando la sua appartenenza massonica è emersa con chiarezza il Vicariato di Roma non ha autorizzato il funerale religioso. È stata consentita soltanto una breve preghiera.
Pochissimo tempo dopo la scena si è ripetuta in Liguria.
Mario Tarducci, 73 anni, era stato Maestro Venerabile della loggia Mimosa n. 985 di Bordighera. Il funerale era previsto nella chiesa di San Marco Evangelista a Camporosso, ma il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, Antonio Suetta, appresa l’appartenenza massonica del defunto, ha disposto che le esequie ecclesiastiche non fossero celebrate.
A questo punto la tentazione di semplificare è fortissima: sei massone, niente funerale cattolico.
Peccato che le cose non siano esattamente così.
Cosa dice davvero il diritto canonico
Il vigente Codice di diritto canonico non contiene una norma che dica: «È vietato celebrare funerali religiosi per i massoni».
Il canone 1184 prevede invece che siano privati delle esequie ecclesiastiche, qualora prima della morte non abbiano manifestato qualche segno di pentimento, gli apostati, gli eretici e gli scismatici notori e gli altri «peccatori manifesti» ai quali non sia possibile concederle senza pubblico scandalo dei fedeli.
In caso di dubbio decide l’Ordinario del luogo.
La questione è quindi meno automatica di quanto sembri. Contano la posizione pubblica del defunto, il possibile scandalo e soprattutto quella piccola espressione capace di aprire una porta enorme: «qualche segno di pentimento».
Provo a ricordarvela
Chiesa e Massoneria. Non proprio una storia d’amore
Che la Chiesa cattolica consideri incompatibile la Massoneria con la propria dottrina non è invece affatto dubbio.
Nel 1983, con l’entrata in vigore del nuovo Codice, qualcuno interpretò la scomparsa del riferimento esplicito alla Massoneria come un possibile disgelo.
A togliere ogni illusione intervenne la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger. La dichiarazione del 26 novembre 1983 precisò che il giudizio negativo sulle associazioni massoniche rimaneva immutato: i loro principi erano considerati inconciliabili con la dottrina cattolica e i fedeli iscritti alla Massoneria si trovavano in stato di peccato grave.
Nel 2023 il Dicastero per la Dottrina della Fede ha nuovamente confermato quella posizione.
Altro che disgelo. Era sparita la parola dal Codice, non il problema dalla dottrina.
Poi arriva Licio Gelli e la storia si complica
Nel dicembre 2015 morì Licio Gelli.
Non occorrono grandi presentazioni. Era stato il Venerabile Maestro della P2 e uno dei personaggi più controversi della storia repubblicana. Se dovessimo stilare una classifica delle figure più difficili da conciliare con la storica avversione della Chiesa verso la Massoneria, partirebbe parecchio avanti.
Eppure Gelli ebbe un funerale cattolico nella chiesa della Misericordia di Pistoia.
Alla camera ardente apparve con un rosario fra le mani e una spilla fascista sulla giacca. Una composizione simbolica talmente improbabile che sarebbe difficile inventarla meglio.
Perché dunque a Gelli sì e a due massoni certamente meno ingombranti nella storia italiana no?
Una spiegazione c’è.
Secondo il sacerdote che lo aveva seguito negli ultimi tempi, Gelli avrebbe compiuto un percorso di conversione e rinnegato la Massoneria prima di morire.
Ed eccoci nuovamente davanti al canone 1184: «qualche segno di pentimento».
Dal punto di vista canonico una spiegazione esiste. Dal punto di vista umano, però, proprio questa spiegazione apre altre domande.
Quanto deve essere grande un pentimento? Chi lo misura?
Che cosa costituisce un sufficiente segno di pentimento? Deve essere pubblico oppure può essere confidato a un sacerdote? Occorrono testimoni? È sufficiente rinnegare la Massoneria?
Naturalmente non esiste un modulo da compilare in triplice copia prima dell’estrema unzione. Il problema resta però serio, perché da quella valutazione può dipendere la possibilità di celebrare un funerale religioso.
Il paradosso è evidente.
Licio Gelli, capo della P2, poté ricevere il funerale cattolico perché, secondo chi ne aveva raccolto le ultime manifestazioni spirituali, aveva rinnegato la Massoneria.
Battisti D’Amario e Tarducci sono invece rimasti fuori.
Non necessariamente vi è una contraddizione. Rimane però una domanda che nessun codice può risolvere completamente: quanto possiamo conoscere davvero la coscienza di un uomo negli ultimi giorni della sua vita?
Il Grande Oriente scopre il fascino della misericordia
Naturalmente il Grande Oriente d’Italia non ha apprezzato.
Il Gran Maestro Antonio Seminario, commentando il caso Tarducci, ha sostenuto che davanti alla morte dovrebbero cadere gli steccati e ha richiamato il rispetto dovuto alla persona e al dolore dei familiari.
Un’affermazione difficile da contestare sul piano umano e persino sorprendentemente evangelica nella formulazione.
La scena presenta così un curioso rovesciamento. La Massoneria invoca misericordia, mentre la Chiesa richiama le regole. Roba da Vannacci e del suo Mondo al contrario.
Anche il Grande Oriente potrebbe però approfittare dell’occasione per qualche riflessione interna. L’istituzione guidata da Seminario ha attraversato negli ultimi anni una stagione tutt’altro che serena, segnata dalla contestata successione al vertice e da procedimenti giudiziari interni dei quali lo stesso GOI ha dato pubblicamente conto sostenendone l’infondatezza.
Insomma, gli steccati possono certamente cadere davanti alla morte. Sarebbe auspicabile che qualche volta diventassero un po’ più bassi anche tra i vivi.
Va però ricordato che, sulla controversia relativa alla perquisizione del 2017 della sede del GOI e al sequestro degli elenchi degli iscritti, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato ragione al Grande Oriente, ritenendo violato l’articolo 8 della Convenzione. Nel luglio 2026 la Grande Camera ha respinto l’impugnazione italiana, consolidando quella decisione.
Il sale e il pepe vanno bene. I fatti vengono prima.
Il funerale appartiene davvero soltanto al morto?
Rimane forse la questione più importante. Un funerale religioso riguarda il defunto, ma riguarda anche coloro che rimangono.
Mogli, mariti, figli, nipoti e amici possono essere cattolici praticanti e non avere mai messo piede in una loggia. Per loro il funerale non è una certificazione delle convinzioni teologiche del morto, ma il momento nel quale una comunità accompagna una persona e consola chi resta.
Nel caso Tarducci, peraltro, la decisione è arrivata quando il funerale era già stato organizzato.
Ed è qui che la correttezza canonica rischia di scontrarsi con qualcosa di molto meno codificabile: la pietà.
La Chiesa ha naturalmente il diritto di stabilire le condizioni alle quali celebra i propri riti. Diversamente non sarebbe una confessione religiosa con una propria dottrina, ma un’agenzia di cerimonie con organo.
Proprio una Chiesa che ha fatto della misericordia, del perdono e della redenzione alcuni dei cardini del proprio messaggio deve però accettare che ci si interroghi sul modo nel quale quelle regole vengono applicate davanti alla morte.
Chi può giudicare l’ultimo pensiero di un uomo?
Alla fine rimangono due porte chiuse nell’agosto del 2026 e una porta che nel dicembre del 2015 si aprì per Licio Gelli.
Il diritto canonico può spiegare la differenza: Gelli avrebbe manifestato un pentimento e rinnegato la Massoneria, mentre negli altri due casi non risultano elementi analoghi ritenuti sufficienti dall’autorità ecclesiastica.
Formalmente il ragionamento regge.
È quando si entra nel territorio della coscienza che tutto diventa più difficile.
Nessun vescovo può conoscere interamente ciò che attraversa la mente di un uomo nelle ultime ore della sua vita. Probabilmente non può conoscerlo nemmeno un Gran Maestro e, per una volta, squadra e compasso servono davvero a poco.
La Chiesa difende la coerenza della propria dottrina e la Massoneria rivendica la libertà di coscienza. Entrambe hanno regole, gerarchie, rituali e una certa antica dimestichezza con il simbolismo. Entrambe sanno difendere con determinazione i propri confini.
Davanti alla morte, però, tutte queste architetture diventano improvvisamente più piccole.
Antonio Seminario sostiene che dovrebbero cadere gli steccati. Forse ha ragione. A patto che la regola valga per tutti gli steccati, non soltanto per quelli costruiti dagli altri.
Rimane una curiosa inversione delle parti: i custodi del segreto chiedono di aprire le porte, mentre i predicatori della misericordia decidono di chiuderle.
Forse nessuno dei due ha completamente ragione. Ma entrambi ci hanno regalato una storia sulla quale vale la pena riflettere.
E noi, uomini del dubbio, riflettiamo.
Giulio Valerio Santini
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