Ho superato il sessant’anni ma la lamentosità degli anziani – ora grandi adulti – non mi appartiene. Il dubbio e il rispetto per il mio prossimo invece si, da sempre e la più parte delle scelte che ho compiuto sino ad ora si è fondata anche su questi principi.
Ciò detto non posso sottrarmi dal rilevare – e spero lo facciano anche i più giovani – come il comportamento generale abbia imboccato una deriva di maleducazione generale o peggio di inosservanza generale delle regole, come se ciò rendesse coloro che lo praticano più cool o comunque più furbi di tutti coloro che tali regole rispettano.
Ecco allora alcune conisderazioni
Frecce dimenticate, sorpassi e zig zag, cellulari alla guida, ciclisti con il rosso e monopattini senza regole. Non sono soltanto cattive abitudini: raccontano qualcosa della società che siamo diventati
C’è un piccolo gesto che racconta molto bene quello che sta accadendo sulle nostre strade. È talmente semplice che richiede lo spostamento di un dito.
La freccia. Vi risparmio la vecchia battuta degli indiani…
Si chiama indicatore di direzione (pazzesco) e serve a comunicare agli altri ciò che abbiamo intenzione di fare. Eppure basta percorrere qualche chilometro in città o in autostrada per avere l’impressione che utilizzarla sia diventata quasi facoltativa. Si cambia corsia, si entra in una rotonda, si svolta e qualche volta si parcheggia senza preoccuparsi di avvertire chi arriva dietro.
Non è soltanto maleducazione stradale. Credo sia qualcosa di più interessante e, forse, più preoccupante per tutti. È la progressiva scomparsa dell’altro, del prossimo che non è un concetto cristiano (specifico perché già sento i lamenti di qualcuno) ma sociale e politico. Piaccia o non piaccia.
La freccia non serve a noi
Quando azioniamo l’indicatore di direzione non ne ricaviamo praticamente alcun vantaggio personale. Sappiamo già dove vogliamo andare. La freccia serve agli altri. Ovvio direi, lapalissiano.
Forse è proprio per questo che rappresenta così bene il problema. Usarla significa riconoscere che intorno a noi esistono persone alle quali dobbiamo qualcosa, anche se non le conosciamo e non le incontreremo mai più. Come donare il sangue, cosa che ho fatto per oltre trenta anni con grande soddisfazione. Ma meno impegnativo direi…
Ritengo che la strada funzioni grazie a migliaia di piccoli atti di fiducia reciproca. Io presumo che tu rispetterai il semaforo rosso; tu presumi che io non cambierò improvvisamente corsia; un pedone attraversa confidando che l’automobilista rallenterà. Quando questo patto si indebolisce, guidare diventa una continua negoziazione con l’imprevedibile. Quindi improduttivo per tutti parrebbe.
L’autostrada trasformata in uno slalom
Il fenomeno diventa particolarmente evidente in autostrada dove le velocità rendono tutto più pericoloso.
Automobili che passano continuamente da una corsia all’altra (lo zig zag che qualcuno pensa sia figo), conducenti che si infilano nello spazio di sicurezza lasciato tra due vetture, accelerazioni improvvise, frenate, veicoli che procedono ostinatamente nelle corsie centrali e altri che li superano sulla destra.
Occorre distinguere tecnicamente il superamento dal sorpasso, perché non ogni situazione nella quale un veicolo procede più velocemente sulla corsia di destra costituisce automaticamente un sorpasso vietato. Ma la distinzione giuridica non cambia il problema che osserviamo ogni giorno: l’autostrada viene troppo spesso interpretata come uno spazio nel quale conquistare continuamente qualche posizione.
Si guadagnano trenta secondi aumentando il rischio per decine di persone.
È una strana economia del tempo che ci siamo dati
Poi guardiamo dentro la cabina di un camion
Chi percorre come me molti chilometri in autostrada conosce anche un’altra immagine. Pessima
Affianchiamo un mezzo pesante e guardiamo verso la cabina. Non è raro vedere un telefono in mano al conducente. Qualcuno è in video chiamata, qualche altro si guarda un film. Succede che qualcuno così impegnato escogiti metodi di guida singolari come tenere il volante con le gambe. Non è commedia, succede tutti i giorni sulle nostre autostrade.
Naturalmente sarebbe profondamente scorretto trasformare questa osservazione in un’accusa indiscriminata contro gli autotrasportatori. Migliaia di camionisti svolgono ogni giorno un lavoro difficile, faticoso e indispensabile rispettando le regole. Però questo guidatori perbene dovrebbero intervenire sui loro colleghi meno corretti.
Ma il problema della distrazione alla guida dei mezzi pesanti esiste e assume una dimensione particolare proprio per massa, spazi di frenata e conseguenze potenziali di un incidente.
Smartphone, video e altre distrazioni sono incompatibili con la guida di qualsiasi veicolo. Su decine di tonnellate lanciate a velocità autostradale diventano qualcosa di ancora più serio.
Non è moralismo cari lettori. È fisica. Che può diventare fisica della morte
Ciclisti e monopattini non abitano un’altra Repubblica
Poi arriviamo nelle nostre amate città. Quelle delle aree C a pagamento che servono dicono per ridurre l’inquinamento. Sarà vero? Mah, analizzeremo.
Semaforo rosso. Le automobili si fermano. Un ciclista guarda rapidamente e passa. Dietro di lui magari arriva un monopattino che fa la stessa cosa.
Naturalmente non tutti i ciclisti si comportano così, esattamente come non tutti gli automobilisti dimenticano le frecce e non tutti i camionisti utilizzano il telefono. Ma le percentuali, quando sono alte, hanno certo un significato.
Ma esiste una tentazione culturale curiosa: considerare alcune categorie di utenti della strada moralmente superiori alle altre e quindi implicitamente meno soggette alle regole. Non funziona così in uno Stato di diritto. Piaccia o non piaccia. Altrimenti emigrate in altre nazioni o tornatevene a casa vostra. Non ci mancherete.
Essere ecologici non rende immuni dal Codice della strada.
Una bicicletta è infinitamente meno pericolosa di un’automobile lanciata a cento chilometri orari, ma un semaforo non è un sondaggio d’opinione. Le regole della circolazione servono proprio perché automobilisti, motociclisti, camionisti, ciclisti, pedoni e monopattini possano prevedere reciprocamente i propri comportamenti.
Vediamo tutto. E sempre più spesso stiamo zitti
C’è infine un aspetto del fenomeno del quale si parla molto meno. Molte persone assistono quotidianamente a comportamenti arroganti e non dicono nulla.
Non necessariamente perché li approvino, semplicemente perché non sanno chi hanno davanti.
Un colpo di clacson, un richiamo, persino uno sguardo possono trasformare una banalissima infrazione in un confronto aggressivo. Le cronache ci hanno abituati a episodi nei quali discussioni nate per un parcheggio, una precedenza o una manovra sbagliata degenerano in violenza e poi morte.
La prudenza suggerisce quindi spesso di lasciar perdere, ed è comprensibile.
Ma si produce un effetto sociale perverso: La persona civile comincia ad arretrare mentre quella prepotente conquista spazio.
Non servono soltanto più multe
La risposta più immediata sarebbe chiedere maggiori controlli. Servono certamente, soprattutto contro velocità pericolose, uso del cellulare alla guida e comportamenti aggressivi.
Telecamere intelligenti, sistemi automatici e droni possono rendere molto più probabile l’individuazione delle violazioni. Le automobili stesse stanno diventando capaci di rilevare distrazione, mancato utilizzo delle cinture e comportamenti anomali. La tecnologia potrà quindi aumentare enormemente la capacità di controllo.
Rimane però, cari lettori, una questione che nessun algoritmo può risolvere completamente, la convivenza.
La freccia azionata prima di cambiare corsia non dovrebbe esistere perché temiamo una multa. Dovrebbe esistere perché sappiamo che dietro di noi c’è qualcuno. Fermarsi al rosso dovrebbe essere normale anche quando apparentemente non arriva nessuno. Lasciare la distanza di sicurezza non dovrebbe significare offrire uno spazio nel quale qualcun altro possa infilarsi.
Sono minuscole manifestazioni di una stessa idea: lo spazio pubblico non appartiene a chi riesce a prendersene una parte più grande. Appartiene a tutti.
Forse dovremmo ricominciare proprio dalla freccia. Un gesto insignificante, quasi ridicolo nella sua semplicità. Un dito che si muove di pochi centimetri per dire a una persona che non conosciamo, ho visto che ci sei.
Giulio Valerio Santini
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