Ad agosto Milano cambia rumore. Te ne accorgi prima ancora di guardare il calendario: attraversi una strada che normalmente richiede pazienza e questa volta passano poche automobili, trovi parcheggio dove durante l’anno sembrerebbe quasi impossibile, molte serrande restano abbassate e persino i passi delle persone sui marciapiedi sembrano avere un suono diverso. Per qualche settimana la città rallenta, quasi si ritira, e proprio mentre perde una parte della sua folla finisce per mostrare con maggiore chiarezza ciò che durante il resto dell’anno il traffico, la fretta e migliaia di presenze riescono facilmente a nascondere.
Una Milano da riscoprire
C’è anzitutto qualcosa di piacevole nella città d’agosto, e sarebbe ingiusto dimenticarlo, perché Milano, liberata almeno in parte dalla sua corsa quotidiana, sembra concedersi il lusso di respirare e invita anche chi è rimasto a fare altrettanto. Si può camminare senza quella sensazione di dover continuamente raggiungere qualcosa, attraversare un quartiere osservando finalmente le facciate dei palazzi, fermarsi in un giardino, trovare un tavolino libero, percorrere strade che durante l’anno conosciamo soltanto attraverso il finestrino di un’automobile o di un autobus.
È curioso accorgersi di quanto poco conosciamo i luoghi nei quali trascorriamo gran parte della nostra vita. Corriamo nelle nostre città, ma raramente le guardiamo; sappiamo dove dobbiamo andare, ma spesso non vediamo ciò che incontriamo lungo il percorso. Agosto, almeno per chi rimane, può diventare allora una piccola occasione di riconciliazione con lo spazio urbano, quasi una restituzione della città ai suoi abitanti.
Quando il vuoto rende visibile
Ma la città vuota possiede anche un altro volto, meno leggero e forse proprio per questo più difficile da ignorare, perché quando diminuiscono le automobili, i pendolari, gli studenti e le persone che affollano i marciapiedi, alcune presenze acquistano improvvisamente una nitidezza diversa.
Il senzatetto disteso sotto un portico che durante l’inverno quasi scompare dentro il movimento di centinaia di passanti ora rimane solo sulla scena; l’anziano seduto su una panchina, magari per molte ore, attira maggiormente lo sguardo; incontriamo chi cerca un po’ d’ombra nelle ore più calde, chi non parte perché non può permetterselo, chi non ha una famiglia da raggiungere, chi continua a vivere le proprie difficoltà mentre attorno sembra essere comparso un grande cartello con scritto “chiuso per ferie”.
La povertà non va in vacanza. E neppure la fragilità. Forse semplicemente, ad agosto, diventano più difficili da nascondere.
Non tutti quelli che restano sono poveri
Sarebbe però troppo semplice identificare chi rimane in città con chi vive una difficoltà economica, perché esiste una povertà molto meno evidente che non compare nelle statistiche e che durante l’estate può diventare ancora più pesante: la solitudine.
Può essere solo anche chi vive in un bell’appartamento, ha una pensione dignitosa e non ha alcun problema materiale, ma ha visto progressivamente diminuire le persone intorno a sé; può essere sola una persona anziana i cui figli sono partiti, chi ha perso il coniuge, chi per ragioni di salute non può spostarsi, chi semplicemente si ritrova davanti giornate molto lunghe nelle quali persino le abitudini che durante l’anno garantivano qualche relazione vengono meno.
È allora che comprendiamo quanto possa valere una telefonata, un saluto sul pianerottolo, qualche minuto trascorso ad ascoltare, una domanda semplice come “come stai?” pronunciata però aspettando davvero la risposta.
La città di chi continua a esserci
C’è poi una Milano che agosto non può chiudere per ferie ed è quella delle persone che continuano a lavorare perché una grande città non può mai fermarsi completamente. Negli ospedali si continua a curare, sulle ambulanze si continua a correre, le forze dell’ordine continuano a presidiare le strade, i mezzi pubblici continuano a muoversi e tanti servizi essenziali rimangono attivi mentre una parte della città è lontana.
Accanto a loro ci sono volontari, associazioni, comunità, parrocchie e tante persone delle quali raramente conosceremo il nome, ma che continuano a distribuire un pasto, offrire ascolto, assistere chi è fragile o semplicemente mantenere aperta una porta.
Forse una città si conosce davvero quando rimangono in pochi, perché è allora che scopriamo chi ha bisogno degli altri e chi ha scelto di esserci.
Non servono necessariamente grandi gesti. Una comunità si costruisce anche attraverso una rete di attenzioni piccolissime che normalmente non fanno notizia e che, proprio quando molte altre presenze vengono meno, acquistano un valore enorme.
Il diritto di godersi la città
Tutto questo non significa che chi rimane debba sentirsi in colpa per una passeggiata tranquilla o per il piacere di vivere una Milano finalmente meno affollata. Al contrario, agosto può ricordarci che una città non dovrebbe essere soltanto il luogo nel quale lavoriamo, produciamo e corriamo, ma anche uno spazio nel quale incontrarci, riposare, osservare e vivere.
C’è qualcosa di profondamente umano nel sedersi senza fretta su una panchina, passeggiare in un parco, entrare in una chiesa fresca durante un pomeriggio assolato, leggere un libro all’ombra o semplicemente attraversare lentamente una strada che durante l’anno percorriamo quasi di corsa.
Forse non abbiamo bisogno di fuggire sempre dalla città per ritrovare il tempo. A volte basta che sia la città stessa a rallentare.
Quello che agosto ci lascia vedere
Tra poche settimane Milano tornerà progressivamente alla sua normalità. Riapriranno le serrande, aumenteranno le automobili, le metropolitane torneranno ad affollarsi, ricominceranno le scuole, gli uffici, gli appuntamenti e quella corsa collettiva che conosciamo bene.
E molte delle persone che agosto aveva reso improvvisamente visibili torneranno a confondersi nella folla.
Il senzatetto sarà ancora sotto quel portico, l’anziano continuerà probabilmente a sedersi sulla stessa panchina, qualcuno continuerà ad avere bisogno di una telefonata e negli ospedali, nelle strade e nei luoghi dell’assistenza ci saranno ancora persone che si prenderanno cura di altre persone.
Forse il regalo più inatteso della città d’agosto non è allora soltanto il silenzio, il traffico ridotto o la possibilità di riappropriarsi delle sue strade, ma uno sguardo più attento.
Per qualche settimana il vuoto ci permette di vedere ciò che il pieno nasconde.
La domanda è se, quando la città tornerà ad affollarsi, saremo ancora capaci di vederlo.
Diac. Luigi Giugno

