C’è una scena che appartiene alla memoria di molte famiglie. Alla mia sicuro.
Un armadio aperto, una scatola di cartone un po’ consumata, magari una vecchia scatola di scarpe recuperata perché “può sempre servire”. Dentro, decine di fotografie stampate, alcune perfettamente ordinate, altre mischiate senza un vero criterio.
Nel mio caso una vecchia valigia di cartone marrone, zeppa che più non si può di fotografie. Foto di famiglia e non solo. I nonni, fine ‘800. Qualcuna prima ancora.
Basta prenderne una in mano perché inizi un piccolo viaggio nel tempo.
Una vacanza al mare, un compleanno, il primo giorno di scuola, persone care che magari non ci sono più. A volte dietro quella fotografia qualcuno aveva scritto una data, un luogo, poche parole con una penna blu. Arma di Taggia, 1966. Rezzoaglio, 1970. Borca di Cadore, 1974. Zia Maria a Tokio.
Quel piccolo rettangolo di carta aveva un limite evidente. Era fragile, poteva rovinarsi, poteva andare perduto. Eppure aveva anche una caratteristica preziosa.
Esisteva davvero nella nostra vita quotidiana. Lo potevi toccare. Ti cadeva di mano.
Oggi, invece, abbiamo risolto quasi tutti quei problemi. Possiamo scattare fotografie infinite, conservarle automaticamente, ritrovarle dopo anni digitando una parola. Quale?
Abbiamo salvato tutto. La domanda, però, è un’altra. Ricordiamo di più? Mi sbilancio, nemmeno per sogno.
Dall’album di famiglia alla memoria infinita dello smartphone
La fotografia digitale ha rappresentato una rivoluzione straordinaria.
Fino a pochi decenni fa fotografare significava scegliere. Il rullino aveva 24 o 36 pose e caratteristiche particolari per l’esposizione. Ogni scatto aveva un costo. Prima di premere il pulsante ci pensavamo, valutavamo se quel momento meritasse davvero una fotografia. Forse così se ne andavano i momenti migliori.
Non era infatti necessariamente meglio. Semplicemente era diverso.
Oggi il nostro smartphone ci permette di documentare qualsiasi istante della giornata. Un tramonto, un piatto al ristorante, il cane che dorme in una posizione buffa, un incontro con gli amici. Un incidente (che tanto il ferito l’aiuterà qualcun altro…).
In pochi secondi possiamo produrre più immagini di quante una famiglia del passato realizzasse in mesi, in anni di vacanza.
È una conquista enorme, ma porta con sé un effetto curioso. Quando qualcosa diventa illimitato rischia anche di perdere una parte del suo valore percepito. Vale più nulla insomma. Sono come le cose fatte gratis, la gente pensa che valgano nulla.
Troppe fotografie, nessuna fotografia
Riflettete con me. Il problema della nostra epoca non è più conservare i ricordi. È riuscire a ritrovarli. Proprio così. Bisogna fare un corso informatico per organizzare i propri ricordi per poi ritrovarli. La gente non sta bene, non stiamo bene…
Molti telefoni contengono migliaia, a volte decine di migliaia di immagini. Una quantità enorme di frammenti di vita accumulati nel tempo. Il paradosso è che proprio questa abbondanza può renderli invisibili e inutili.
L’album fotografico tradizionale obbligava a fare una scelta. Questa foto entra, questa resta fuori. Qualche matrimonio è entrato in crisi per una scelta avventata. Perché quella selezione costruiva un racconto di una parte della nostra vita.
Oggi invece spesso conserviamo tutto. Dieci foto quasi identiche dello stesso panorama, venti tentativi dello stesso sorriso, decine di immagini ricevute e mai cancellate. E i selfie, Dio ce ne scampi.
La memoria digitale non dimentica nulla. Ma forse proprio per questo facciamo più fatica a ricordare.
Il telefono è diventato la nostra memoria esterna
Negli ultimi anni abbiamo affidato alla tecnologia una parte sempre più grande dei nostri ricordi.
Non memorizziamo più molti numeri di telefono perché ci pensa la rubrica; non ricordiamo una strada perché abbiamo il navigatore. Non dobbiamo nemmeno più organizzare le fotografie perché l’intelligenza artificiale riconosce volti, luoghi e date. È comodo, ed è inutile negarlo. Ma nella sua semplicità è terribile
La tecnologia ci ha liberato da molti compiti ripetitivi. Non ci ha reso però più intelligenti.
La vera domanda però è diversa. Cosa succede quando deleghiamo completamente qualcosa che prima faceva parte della nostra esperienza personale?
Perché ricordare non significa soltanto archiviare informazioni.
Significa rielaborarle, sceglierle, raccontarle. Emozionarsi.
Che cosa resterà dei nostri archivi digitali?
C’è poi un altro tema raramente discusso. Tra cinquanta anni cosa accadrà alle nostre migliaia di fotografie salvate su telefoni, computer e servizi online?
Le vecchie fotografie dei nonni sono arrivate fino a noi perché qualcuno ha trovato una scatola in un cassetto. Ma un archivio digitale richiede password, account, dispositivi compatibili, servizi ancora funzionanti.
Paradossalmente una fotografia del 1950 potrebbe essere più facilmente recuperabile di un file digitale dimenticato dentro un vecchio telefono inutilizzabile.
La tecnologia conserva moltissimo. Ma non sempre garantisce memoria.
Lo scatto parossistico è in agguato. Fotografiamo non per ricordare il momento ma per mandare ad altri la fotografia di dove siamo e cosa facciamo. Non ci godiamo nulla o meglio il nostro godimento è dire a qualcun altro dove siamo e cosa facciamo. Del resto poco importa.
Mentre guardi il mare da un punto meraviglioso ecco che arrivano. Sfoderano lo smartphone e via di selfie. Il mare è uno sfondo, potrebbe essere una fabbrica sarebbe lo stesso. Poi via, un centinaio di fotografie digitali quasi eguali di quel mare che non sanno nemmeno dov’è. Poi inciampano, non perché guardano l’orizzonte, cercano il triangolino per condividere le fotografie…
La tecnologia rende le cose forse più semplici, anche agli stolti. Ma non inocula buon senso né intelligenza.
Forse il futuro sarà scegliere di nuovo
La soluzione naturalmente e comunque non è tornare indietro. Si potrebbe del resto?
Nessuno vorrebbe rinunciare alla possibilità meravigliosa di avere in tasca una macchina fotografica capace di raccontare ogni momento importante della nostra vita.
Forse però dovremmo recuperare una piccola abitudine del passato. Scegliere. Ma per scegliere bisogna saper valutare, giudicare. Per qualcuno è un processo troppo impegnativo.
Ogni tanto fermarsi, riguardare, cancellare ciò che non serve, salvare davvero quello che conta.
Perché il valore di un ricordo non dipende dal numero di copie che possediamo o dallo spazio occupato in un archivio digitale. Dipende dall’emozione che riesce ancora a generare quando lo ritroviamo.
Abbiamo costruito strumenti straordinari per non perdere nulla. Ora dobbiamo evitare di dimenticare tutto ciò che abbiamo salvato.
Domani scendo in cantina e apro la valigia di cartone marrone…
Giulio Valerio Santini
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