Le dita fremevano, lo stomaco si contorceva e la rabbia saliva cupa. La voglia di scrivere era fortissima ma mi sono trattenuto. Cercavo la giusta freddezza, Non volevo che qualcuno tra quelli che tacciono, omettono e manipolano fingendosi vittime di cospirazioni autoritarie avesse facile gioco a iscrivermi tra i beceri distruttori di costituzioni bellissime. Ma va là.
Questa è una vicenda che non fa discutere soltanto per il suo valore economico, ma perché tocca qualcosa di più profondo ed esiziale. Il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
Il caso ribattezzato dai quotidiani “toghe d’oro” appartiene a questa categoria. Non riguarda semplicemente lo stipendio dei magistrati italiani, né può essere ridotto alla domanda se un giudice guadagni troppo oppure troppo poco. Al massimo potremmo chiederci se gli stipendi italiani sono coerenti con quelli europei in relazione alla capacità produttiva dei nostri magistrati.
Il tema vero è un altro, importantissimo. Quale equilibrio deve esistere tra l’indipendenza necessaria di un potere dello Stato e la percezione, altrettanto necessaria, che davanti alle regole nessuno goda di una posizione privilegiata?
Perché la giustizia non vive soltanto nelle sentenze. Vive anche nella fiducia di chi quelle sentenze è chiamato ad accettarle.
Toghe d’oro magistrati. Dove nasce la polemica sugli aumenti
La vicenda nasce dal contenzioso relativo agli adeguamenti economici della magistratura e al metodo utilizzato per calcolare gli incrementi retributivi.
Secondo le ricostruzioni pubblicate da diversi organi di informazione, il confronto riguarda il passaggio da un adeguamento del 4,85% a uno del 6,22% relativo al triennio 2018-2020.
Una differenza che può sembrare minima osservando soltanto le percentuali. Non cadete nel tranello cari lettori. Produce effetti economici rilevanti quando viene applicata a migliaia di posizioni e agli arretrati maturati nel tempo dai signori Magistrati.
Alcune stime giornalistiche hanno indicato un possibile maggiore costo nell’ordine di centinaia di milioni di euro per le casse pubbliche. Qualcuno parla a regime di un miliardo di euro. Si avete letto bene.
La questione, come certo avrete ben compreso, non è soltanto contabile ed economica.
Un magistrato deve essere indipendente e adeguatamente retribuito. Questo principio non dovrebbe essere messo in discussione perché rappresenta una garanzia prima di tutto per i cittadini. Noi.
Ma l’indipendenza non elimina un’altra domanda: chi esercita un potere dello Stato deve essere ancora più attento a evitare anche solo l’apparenza di un privilegio?
Stipendi magistrati e indipendenza. Una garanzia che troppo spesso diventa distanza
La disciplina economica della magistratura nasce da una precisa impostazione costituzionale.
Un giudice non deve dipendere dal favore della politica. Non deve temere che una decisione sgradita possa avere conseguenze sulla propria posizione economica o professionale. La separazione dei poteri esiste proprio per questo.
Ma autonomia non significa assenza di confronto e rifiuto del controllo.
Ogni istituzione democratica trae la propria forza non soltanto dalle norme che la proteggono, ma anche dal consenso e dalla credibilità che riesce a mantenere agli occhi dei cittadini.
Quando una parte dell’opinione pubblica inizia a percepire una categoria come distante, separata o sottoposta a regole diverse, il problema non è più solo giuridico.
Diventa istituzionale. I Magistrati lo hanno compreso ma sono indifferenti. Meglio, una parte di loro lo è certamente.
Automatismi retributivi magistrati. La garanzia che divide l’opinione pubblica
C’è poi un aspetto tecnico, spesso ignorato dai cittadini, che rappresenta uno dei punti centrali della discussione.
La retribuzione dei magistrati italiani non segue il normale percorso della maggior parte dei dipendenti pubblici, fatto di contratti collettivi, trattative, rinnovi periodici e confronti tra Governo e rappresentanze dei lavoratori. Con i suoi tempi, normalmente lunghi. E no parliamo del settore privato dove alcuni CCNL sono rinnovati dopo dieci o dodici anni.
La legge 19 febbraio 1981, n. 27 ha introdotto infatti un particolare meccanismo di adeguamento automatico degli stipendi della magistratura, pensato per proteggere l’autonomia economica dei giudici e rafforzarne l’indipendenza dagli altri poteri dello Stato.
La logica originaria è forse comprensibile. Chi deve giudicare anche l’operato della pubblica amministrazione e del potere politico non deve trovarsi nella condizione di dipendere periodicamente da una trattativa con quello stesso potere.
Ma, a distanza di decenni, proprio questo automatismo alimenta una domanda che molti cittadini oggi si pongono. È ancora percepito come una garanzia dell’indipendenza oppure rischia di apparire come una protezione speciale rispetto alle regole applicate agli altri cittadini?
Perché negli stessi anni in cui milioni di lavoratori pubblici hanno conosciuto blocchi contrattuali e pensionati con lunghe carriere contributive hanno visto limitata la rivalutazione dei propri assegni per esigenze di bilancio, una categoria dello Stato ha continuato a beneficiare di un sistema costruito proprio per evitare gli effetti ordinari della contrattazione.
La questione quindi non è negare il valore della funzione giudiziaria.
È chiedersi se, in una fase storica nella quale ai cittadini vengono spesso richiesti sacrifici in nome dell’interesse generale, ogni istituzione debba interrogarsi anche sull’impatto simbolico delle proprie garanzie.
Ma loro no, non se lo chiedono. Fanno politica a intermittenza, quando conviene all’ANM.
Pubblico impiego e pensioni. Quando il costo per lo Stato diventa decisivo
Il punto che rende questa vicenda particolarmente sensibile e paradigmatica è il confronto con altre decisioni che negli anni hanno riguardato milioni di cittadini.
Dipendenti pubblici e pensionati hanno conosciuto stagioni nelle quali diritti economici e aspettative legittime sono stati limitati in nome della sostenibilità dei conti pubblici.
Nel pubblico impiego, la Corte costituzionale con la sentenza n. 178 del 2015 ha dichiarato illegittimo il protrarsi indefinito del blocco della contrattazione collettiva, ma senza riconoscere un recupero economico generalizzato per il passato, anche considerando l’impatto che una diversa decisione avrebbe avuto sulla finanza pubblica. Insomma, gli altri no loro si!
Un ragionamento simile è comparso più volte nel dibattito sulle pensioni.
Milioni di pensionati, compresi coloro che percepiscono assegni più elevati perché hanno avuto carriere lunghe e versato contributi enormi, hanno visto negli anni limitare la piena rivalutazione all’inflazione.
La pensione, però, cari principi Magistrati, non nasce da un regalo dello Stato.
Nasce da contributi versati, anni di lavoro e regole sulle quali le persone hanno costruito la propria vita.
La Corte costituzionale, dopo avere bocciato con la sentenza n. 70 del 2015 il blocco totale introdotto dal decreto “Salva Italia”, ha successivamente riconosciuto al legislatore la possibilità di introdurre meccanismi temporanei di raffreddamento della perequazione, purché ragionevoli e proporzionati.
Il principio affermato è quindi che anche diritti economicamente rilevanti possono essere bilanciati con le esigenze generali del bilancio pubblico.
Ed è proprio qui che nasce la domanda più difficile.
Perché quando si parla di pensionati o lavoratori il costo per lo Stato diventa un elemento centrale della valutazione, mentre quando il tema riguarda gli adeguamenti della magistratura molti cittadini percepiscono una diversa sensibilità?
Le situazioni giuridiche non sono identiche. Ma la fiducia dei cittadini non si costruisce soltanto sulle distinzioni tecniche.
Si costruisce sulla percezione che il sacrificio, quando necessario, venga distribuito secondo criteri comprensibili ed equilibrati.
Giudici che decidono sui giudici. Il problema della percezione
Uno degli aspetti più discussi riguarda il rapporto tra chi giudica e l’oggetto del giudizio.
Il nostro ordinamento prevede regole, competenze e garanzie precise. Non si tratta quindi di sostenere che esista automaticamente un conflitto formale.
Rimane però una questione di opportunità istituzionale.
Quando una categoria chiamata ogni giorno a decidere sui diritti degli altri cittadini ottiene decisioni favorevoli su temi che riguardano direttamente il proprio trattamento, la domanda sulla percezione di imparzialità diventa inevitabile.
Perché la giustizia deve essere indipendente. Ma deve anche apparire equidistante.
Ricordo che un Magistrato, uno di loro, disse: “…non basta essere onesti, bisogna anche sembrarlo”
Non vorrei che sia stato uno di quelli che hanno poi visto solo le spalle dei propri colleghi.
ANM, referendum e fiducia. Il rapporto difficile tra magistratura e cittadini
La vicenda arriva inoltre in una fase nella quale il rapporto tra magistratura, politica e opinione pubblica è particolarmente complesso.
Il dibattito sulla riforma della giustizia, sul ruolo delle correnti e sul peso dell’Associazione Nazionale Magistrati ha alimentato posizioni molto distanti.
Alcuni commentatori parlano di una magistratura sempre più autoreferenziale, soprattutto dopo le recenti battaglie politiche e referendarie. Una sorta di delirio di onnipotenza.
Altri ritengono invece che ogni critica rappresenti il rischio di indebolire un potere fondamentale dello Stato. Ma forse il punto non è scegliere tra queste due letture.
Il punto è ricordare che nessuna istituzione può vivere soltanto della propria autonomia.
Ha bisogno di alimentarsi della fiducia dei cittadini, del Popolo in nome del quale questi signori emettono sentenza.
La giustizia è un servizio pubblico prima ancora che un potere
Una magistratura indipendente è indispensabile per una democrazia sana. Una magistratura ideologicizzata e disposta a colpire l’avversario politico è una stortura pericolosa. Ancora una volta richiamo Sansonetti, direttore dell’Unità. Cercatevi cosa dice circa il patto scellerato tra sinistra e magistratura per l’eliminazione dell’avversario politico.
Ma indipendenza non significa distanza, autoreferenzialità, casta, indiscutibilità e infallibilità presenta e irresponsabilità.
E soprattutto non deve mai trasformarsi nella percezione che esistano cittadini ai quali viene chiesto di comprendere i sacrifici necessari e categorie per le quali quegli stessi sacrifici sembrano più difficili da applicare.
La giustizia non appartiene ai magistrati. Come il Parlamento non appartiene ai parlamentari e il Governo non appartiene ai ministri. Le istituzioni appartengono ai cittadini. Al Popolo italiano, non devono mai dimenticarlo. Non dobbiamo dimenticarlo, mai.
Chi le rappresenta ha il privilegio e la responsabilità temporanea di servirle.
Ed è proprio da questa consapevolezza che dovrebbe nascere la loro autorevolezza. Ormai molto ridotta a mero potere.
Giulio Valerio Santini
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https://www.nationaldailypress.it/author/giulio-valerio-santini
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