Quando ero ragazzo e ascoltavo mio padre parlare di investimenti con amici e colleghi, c’erano parole che ricorrevano continuamente: BOT, BTP, CCT, libretti postali. Sembravano strumenti immortali. Se qualcuno chiedeva dove mettere da parte qualche risparmio, la risposta arrivava quasi sempre senza esitazioni: «Compra Titoli di Stato».
All’epoca Internet non esisteva, gli ETF non erano nemmeno immaginabili e nessuno parlava di criptovalute. Lo Stato italiano, nel bene e nel male, era considerato il debitore più affidabile che un piccolo risparmiatore potesse trovare.
Poi il mondo ha deciso di correre.
Negli ultimi vent’anni abbiamo visto crisi finanziarie, tassi d’interesse vicini allo zero, mercati sempre più globali e strumenti di investimento di ogni genere. I BTP, i Buoni del Tesoro Poliennali, sono lentamente finiti in un angolo, quasi fossero i muti testimoni di un’epoca ormai superata.
E invece eccoli di nuovo protagonisti.
Se ne parla nelle banche, nei programmi televisivi dedicati all’economia, tra amici e persino al bar. Qualcuno li compra perché li considera sicuri, altri perché le cedole sono tornate interessanti, altri ancora semplicemente perché non si fidano più di strumenti finanziari che faticano a comprendere.
Ma il ritorno dei BTP non dipende soltanto dall’aumento dei tassi d’interesse. La ragione è molto più profonda.
Non è soltanto una questione di rendimento
Per oltre dieci anni i Titoli di Stato hanno offerto rendimenti modesti. In alcuni casi prestare soldi allo Stato significava ricevere in cambio un interesse quasi simbolico.
Con il ritorno dell’inflazione la Banca Centrale Europea ha alzato i tassi e, di conseguenza, sono aumentati anche i rendimenti delle obbligazioni.
Ma sarebbe un errore pensare che tutto si spieghi con qualche punto percentuale in più.
Oggi molti italiani cercano soprattutto una parola che negli ultimi anni sembrava quasi scomparsa dal vocabolario della finanza: prevedibilità.
Quando acquisti un BTP e lo mantieni fino alla scadenza sai già quante cedole riceverai, quando le riceverai e quanto capitale ti verrà restituito.
In un mondo che cambia continuamente, sapere già come andrà a finire esercita un fascino enorme.
Diciamoci la verità. Molti risparmiatori ragionano più o meno così: “Se riesco a capirlo anch’io, forse sarà più difficile che qualcuno mi racconti una favola.”
E, francamente, dopo alcune dolorose esperienze del passato non è nemmeno un ragionamento così assurdo.
Lasciare tutto sul conto corrente è davvero una buona idea?
Molti continuano a tenere decine di migliaia di euro sul conto corrente. È una scelta comprensibile se quei soldi potrebbero servire da un momento all’altro. Lo diventa molto meno quando rimangono fermi per molto tempo.
Il conto corrente offre sicurezza operativa, ma nella maggior parte dei casi remunera pochissimo. Nel frattempo l’inflazione continua silenziosamente a fare il proprio lavoro, riducendo il potere d’acquisto dei nostri risparmi.
I BTP rappresentano una possibile alternativa, ma non l’unica. Esistono anche conti deposito, obbligazioni societarie, ETF obbligazionari e molte altre soluzioni.
La domanda corretta, quindi, non è quale sia lo strumento migliore.
La domanda è “quale strumento è più adatto ai miei obiettivi?”
Lo sapevi?
BTP significa Buono del Tesoro Poliennale.
Tradotto in italiano corrente significa una cosa molto semplice: stai prestando denaro allo Stato italiano. In cambio lo Stato si impegna a pagarti gli interessi, chiamati cedole, e a restituirti il capitale alla scadenza.
È probabilmente proprio questa semplicità ad aver contribuito al successo dei BTP presso generazioni di risparmiatori.
L’errore che fanno in molti
Quando si parla di BTP quasi tutti guardano subito la cedola. È normale. Ma è anche uno degli errori più frequenti. La cedola racconta soltanto una parte della storia.
L’altra parte la racconta il prezzo.
Ed è proprio il prezzo a determinare il rendimento effettivo dell’investimento.
Un esempio vale più di cento formule
Immaginiamo due amici. Giulio compra un BTP con cedola del 4% quando quota 100. Valerio acquista esattamente lo stesso titolo qualche settimana dopo, quando il prezzo è sceso a 98.
Entrambi incasseranno ogni anno la stessa cedola: 4 euro ogni 100 euro di valore nominale. La differenza arriva alla scadenza.
Lo Stato rimborserà entrambi a 100 euro.
Giulio aveva pagato 100 e riceverà 100.Valerio aveva pagato soltanto 98 e riceverà comunque 100.
In pratica, oltre alle cedole, realizzerà anche un guadagno di 2 euro sul capitale.
Facciamo due conti.
Su un valore nominale di 100 euro, Luca investe 98 euro.
Nei cinque anni di vita del titolo incassa 20 euro di cedole lorde e, alla scadenza, recupera i 98 euro investiti più altri 2 euro di differenza.
Quei 2 euro sembrano poca cosa.
In realtà fanno salire il rendimento medio annuo lordo da circa 4% a circa 4,5%.
Ecco perché chi investe seriamente in obbligazioni non guarda mai soltanto la cedola.
Guarda sempre anche il prezzo.
Quando i BTP hanno davvero senso
I Titoli di Stato possono essere una scelta interessante per chi desidera integrare il proprio reddito con cedole periodiche, costruire una parte prudente del patrimonio o programmare investimenti con una scadenza ben definita.
Non sono però la risposta universale a ogni esigenza. Come tutti gli strumenti finanziari hanno pregi, limiti e rischi.
Per questo motivo dovrebbero sempre essere inseriti all’interno di una strategia più ampia e ben diversificata.
La mia conclusione
I BTP non sono tornati di moda perché improvvisamente sono diventati perfetti. Sono tornati perché è cambiato il mondo. Quando aumenta l’incertezza, molte persone riscoprono il valore delle cose semplici.
Una sola raccomandazione mi sento però di farvela. Diffidate sempre di chi vi promette rendimenti elevati senza rischi. Gli squali non nuotano soltanto nell’oceano.
A volte indossano una giacca elegante, stringono la mano con grande cordialità e vi aspettano dall’altra parte della scrivania.
E quelli, credetemi, sono spesso i più pericolosi.
Giulio Valerio Santini
Business Advisor
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