Matthias Canapini, abbiamo davanti un suo libro. Lei è scrittore, saggista, giornalista e fotografo. Si presenti
“Prima di raccontare de l’Ovale Storto, anticipo che gioco a rugby da circa venti anni. Più che uno sport credo che la palla ovale sia una maniera di vivere. A me ha aiutato tanto a lasciare le zavorre, prendere il largo. Potrei dire che mi ha salvato in una fase turbolenta come quella adolescenziale. All’età di 19 anni, influenzato dal rugby e da alcune importanti letture, sono partito per una serie di viaggi mirati a raccontare, con taccuino e macchina fotografica, alcune aree del mondo (Italia soprattutto)”.
E dai viaggi al libro
“Esatto, dal 2012 viaggio per raccontare volti, nomi, storie, al di là di numeri e percentuali. Ho documentato aree di conflitto, il sisma in centro Italia, le memorie “rurali” lungo Alpi e appennini. Tra gli ultimi libri pubblicati “Il gioco dell’oca”, il quale racconta le principali rotte dei migranti che dall’Africa Sub-Sahariana al Medio Oriente si snodano fino in Europa. Le testimonianze raccolte sul campo sono confluite in alcuni libri, reportage narrativi e mostre fotografiche, le quali trattano temi quali guerra, diritti umani, montagna, periferie, il camminare in quanto strumento per incontrare l’Altro”.
E quindi tutto è partito dal rugby. E perché proprio la scelta di partire dal rugby?
“Il progetto (e libro) l’Ovale Storto nasce dall’unione tra il mio mestiere di reporter e la passione per la palla ovale. Come scrittore ho raccontato storie di rivalsa, come rugbista ho scelto di allenarmi e giocare con le squadre e realtà inclusive incontrate, credendo che la condivisione del campo, dello spogliatoio e della club house fosse il modo migliore per entrare in sintonia coi protagonisti di quelle vicende”
Progetto importante, ambizioso. Come si è sviluppato?
“È nato questo progetto nuovo che, ripeto, non parla tanto di sport quanto del, del rugby come collante. E dentro ci sono svariate storie”.

Matthias, ci dica. Scrivere e giocare a rugby…
“Scrivo e gioco a rugby si. ho iniziato a giocare da ragazzino e a un livello, diciamo, medio-alto a fine 19, 20 anni, poi prendendo la scelta che ho preso…
In quale squadra ha giocato?
“A Pesaro e a Fano. A Pesaro per quanto riguarda il livello medio-alto, poi un po’ più basso, ossia la serie C a Fano, quindi nelle Marche, e da quando sto a Torino, circa due anni e mezzo, tre, appunto ho scelto così di concludere insomma il mio percorso nella UISP. Quindi il rugby è assolutamente presente e anche attraverso il libro, insomma, continuo a battere i campi e le club-house”.
Cosa ha trovato nel rugby?
“Sarò sempre grato al rugby per avermi inserito in qualcosa di più grande e per ricordarci ad ogni placcaggio, ad ogni caduta, ad ogni mischia, quanto sia importante, secondo me, cadere per poi trovare la forza di rialzarsi. Mi ha salvato, tra virgolette, in un’età critica come può essere l’adolescenza, quindi assolutamente per me il rugby è qualcosa di viscerale, qualcosa di autentico che mi lega molto alla terra. E a proposito della terra, io ripeto questo: lo sport è spesso inclusivo, aiuta sempre, ma il rugby ha questa proprietà secondo me maggiore, che è quella di mangiare fango, di cadere per terra, di sporcarsi. E pedagogicamente parlando (io non ho le competenze per dirlo, ma tante persone l’hanno fatto prima e meglio di me) ha una valenza gigantesca: il fatto di rotolare a terra. Tant’è che ripeto sempre questa frase: il rugby permette all’adulto di tornare bambino e al bambino di diventare adulto. Quindi i valori del rugby potrebbero insegnare tantissimo a molte persone, sopratutto il prendersi la propria responsabilità”.
Non solo scrittore e giocatore di rugby, anche appassionato di fotografia… quali emozioni si provano quando si scatta una foto, anzi una bella foto?
“Sì, sono anche fotografo, nel senso che accompagno i testi e gli appunti presi in viaggio o sotto casa con alcune fotografie. E l’emozione è ambivalente. La più chiara e forse anche più banale e generica è quella di fissare un frammento, di bloccare un attimo e renderlo eterno. Però fotografando e scrivendo in aree di crisi e di conflitto (prima del progetto del rugby per intendersi), la frontiera era ed è molto molto sottile. Ho cercato non tanto di dar fiato alla violenza, al sangue, alle cose brutte, quanto di immortalare delle quotidianità che resistono all’interno di campi sfollati e in scenari non semplici. Quindi la fotografia è questo: immortalare l’attimo ma allo stesso tempo dividerti dall’altro. Tante volte le emozioni provate al momento dello scatto ti travolgono una volta tornato a casa. Va lasciata sedimentare la fotografia”.
Sappiamo della sua attività con le scuole, di cosa ti occupi con le scuole?
“Principalmente (a parte divulgazioni, incontri pubblici, narrazioni, eccetera) nello specifico svolgo laboratori di fotografia attraverso lo smartphone dei ragazzi e ragazze. Un modo per cambiare la percezione del cellulare: da oggetto passivo a strumento attivo per raccontare sé stessi e la società. Spesso emergono storie intime, fragili, profondamente vere”.
In conclusione. Una caratteristica di questo libro, un aneddoto, una curiosità che ci puoi dire?
“Sembra banale dirlo, ma davvero nel rugby c’è spazio per tutti. Rubo le parole a Rufo Iannelli, un caro amico che ha messo in piedi la squadra di rugby su carrozzina a Roma, ossia i Romanes Wheelchair Rugby. Lui dice proprio questo: con la lesione midollare che ha, è adatto a stare in difesa sicché il suo ruolo è permette ai propri compagni di andare in meta. Con la sua difficoltà fisica Rufo è più propenso a difendere. Questa frase ridondante che sentiamo spesso – c’è spazio per tutti – è reale e tangibile, forse ancor di più in contesti fragili”.
Prossimi obiettivi? Cosa vediamo nel futuro? “Mi piacerebbe rimettermi in cammino e perché no, scrivere un secondo capitolo dell’ovale storto; dunque tornare ad allenarmi tra carceri, campi di patate e periferie d’Italia e tessere memoria collettivamente, in campo e fuori

