Non vi siete ancora riavuti dall’articolo su perizia, consulenza tecnica e superperizia che, proditoriamente, vi sottopongo un altro bel tema che certo tra i più facili non è.
C’è un momento, nei grandi processi italiani, che disorienta profondamente l’opinione pubblica. È quello in cui due esperti, entrambi autorevoli, entrambi qualificati, entrambi apparentemente rigorosi, arrivano a conclusioni opposte osservando la stessa prova.
Un genetista sostiene che una traccia di DNA sia altamente significativa. Un altro invita alla prudenza. Un consulente vede compatibilità in una impronta. Un altro ritiene insufficiente il numero delle minuzie. Un medico legale interpreta certe lesioni in un modo, mentre un altro propone una dinamica completamente diversa.
Ed è qui che molti cittadini si pongono una domanda tanto semplice quanto destabilizzante:
se perfino gli esperti litigano, allora la scienza forense è davvero affidabile?
La risposta richiede molta attenzione. Perché il problema non è che “la scienza sbaglia sempre”, come sostengono i più cinici, ma nemmeno che ogni prova scientifica rappresenti automaticamente una verità assoluta. La realtà è più complessa, ed è proprio questa complessità a rendere il rapporto tra giustizia e scienza uno dei temi più delicati del mondo contemporaneo.
La prova scientifica non è mai completamente “automatica”
Uno degli equivoci più diffusi nasce dalle serie televisive investigative. Nella fiction la macchina sembra parlare da sola. Si inserisce un campione, si preme un pulsante e compare il nome del colpevole. La realtà investigativa funziona diversamente. La realtà è ben diversa.
Una prova scientifica attraversa sempre più livelli 1) la raccolta sulla scena del crimine, 2) la conservazione, 3) la catena di custodia, 4) l’analisi tecnica, 5) l’interpretazione statistica e infine 6) la valutazione processuale.
Ed è proprio nell’interpretazione che emergono spesso le divergenze. Perché molte discipline forensi non funzionano come una semplice operazione matematica. Richiedono letture tecniche, valutazioni probabilistiche, esperienza e contestualizzazione.
Una impronta parziale, una miscela genetica complessa o una traccia ematica degradata possono lasciare margini interpretativi differenti anche tra professionisti molto preparati.
Il problema della soggettività
Negli ultimi vent’anni le forensic sciences hanno iniziato a interrogarsi seriamente sul tema della soggettività.
Per molto tempo l’opinione pubblica ha immaginato la prova scientifica come qualcosa di totalmente oggettivo. Ma numerosi studi internazionali hanno mostrato che l’essere umano resta centrale anche nelle discipline più tecnologiche.
Un esperto osserva, seleziona, interpreta e collega dati. E proprio in questo processo possono entrare in gioco fattori inconsapevoli. Aspettative investigative, pressione mediatica, convinzioni pregresse, conoscenza del sospettato o persino il desiderio involontario di confermare una teoria già dominante.
Questi fenomeni vengono definiti “bias cognitivi”.
Organizzazioni come ENFSI, NIST e OSAC insistono oggi sempre di più sulla necessità di protocolli standardizzati, verifiche indipendenti e controlli ciechi proprio per ridurre il rischio che l’interpretazione venga influenzata da fattori esterni.
La vera scienza, infatti, non consiste nel negare l’errore umano. Consiste nel costruire sistemi che cerchino di limitarlo.
Garlasco, Meredith e i casi che hanno cambiato la percezione pubblica
La cronaca italiana ha mostrato più volte quanto il conflitto tra esperti possa diventare centrale.
Nel Delitto di Garlasco il dibattito sulle impronte, sulle minuzie e sulla lettura di alcuni elementi scientifici ha accompagnato per anni il procedimento giudiziario e il racconto mediatico del caso.
Nel Delitto di Meredith Kercher le discussioni sulle tracce genetiche, sulla repertazione e sulle possibili contaminazioni produssero uno dei confronti tecnico-scientifici più intensi della recente storia giudiziaria italiana.
Anche nell’Omicidio di Yara Gambirasio, pur in presenza di una prova genetica considerata molto forte, il dibattito scientifico e processuale mostrò quanto sofisticata e complessa possa diventare l’interpretazione della prova forense.
Questi casi hanno avuto un effetto enorme sull’opinione pubblica: hanno incrinato l’idea della scienza come blocco monolitico e indiscutibile.
Eppure è proprio qui che bisogna evitare l’errore opposto.
Il fatto che gli esperti possano discutere non significa che “tutto valga tutto”. Significa piuttosto che la scienza processuale vive di confronto, verifica e controllo critico continuo.
Il giudice non decide “la scienza”. Decide il processo
C’è un altro equivoco molto diffuso. Quando due esperti sostengono tesi opposte, molti immaginano che il giudice debba scegliere “quale scienza è giusta”.
In realtà il giudice non è chiamato a stabilire una verità scientifica universale. Deve invece valutare
la solidità metodologica delle analisi, la qualità delle prove, la coerenza logica delle conclusioni, la correttezza dei protocolli utilizzati e la compatibilità con il resto del quadro probatorio.
La prova scientifica non vive mai isolata. Un DNA, un’impronta o una consulenza acquistano significato soltanto dentro il contesto generale dell’indagine: scene del crimine, testimonianze, movimenti, alibi, comportamenti, cronologie e altri riscontri investigativi.
È proprio questa la differenza tra laboratorio e tribunale. Il laboratorio produce dati. Il processo valuta il loro significato.
Le discipline forensi non hanno tutte lo stesso livello di affidabilità
Uno degli aspetti meno raccontati riguarda il diverso grado di solidità scientifica delle varie discipline forensi.
La genetica forense, per esempio, poggia su basi statistiche e biologiche molto robuste, pur mantenendo margini interpretativi nei casi complessi. Altre discipline, invece, presentano livelli di standardizzazione più deboli.
Nel 2009 il National Research Council statunitense pubblicò il celebre rapporto Strengthening Forensic Science in the United States, che criticò duramente diversi settori delle forensic sciences per insufficiente validazione scientifica e mancanza di standard condivisi.
Nel 2016 anche il PCAST, organismo scientifico consultivo della Presidenza americana, sollevò dubbi sulla validazione empirica di alcune discipline interpretative.
Questi documenti ebbero un impatto enorme nel mondo forense internazionale. Non per demolire la scienza investigativa, ma per spingerla verso protocolli più rigorosi, standard più solidi e maggiore trasparenza metodologica.
Il rischio della televisione giudiziaria
Nel frattempo la televisione e i social hanno trasformato molte consulenze tecniche in spettacolo.
Esperti che si interrompono in diretta, magari litigando. Ricostruzioni animate. Verdetti anticipati.
“Nuove prove” presentate come colpi di scena.
Il problema è che la comunicazione televisiva ha bisogno di certezze rapide, mentre la scienza lavora spesso su compatibilità, probabilità, margini di errore e livelli di affidabilità.
Questa distanza tra tempo mediatico e tempo scientifico produce effetti enormi sulla percezione pubblica dei processi.
E talvolta anche sugli stessi protagonisti delle indagini.
La vera forza della scienza è accettare il dubbio
Esiste una frase che sintetizza bene il problema: “la pseudoscienza promette certezze assolute; la vera scienza dichiara i propri limiti”.
La criminalistica moderna è uno strumento potentissimo. Ha rivoluzionato le indagini, corretto errori giudiziari, identificato colpevoli e scagionato innocenti. Ma proprio la sua forza impone prudenza.
Una prova scientifica credibile non è quella che urla più forte. È quella che
mostra il metodo, espone i limiti, documenta i passaggi e accetta la possibilità di essere verificata criticamente.
Ed è proprio questo il punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico contemporaneo. La scienza forense non dovrebbe servire a costruire dogmi. Dovrebbe servire a ridurre l’incertezza nel modo più rigoroso possibile.
La mia conclusione
Quando gli esperti si contraddicono, non significa necessariamente che la scienza abbia fallito.
Molto spesso significa che ci si trova davanti a prove complesse, discipline interpretative o dati che richiedono valutazioni sofisticate.
Il processo penale moderno vive proprio dentro questa tensione continua tra certezza e dubbio, tecnologia e interpretazione, dato scientifico e valutazione umana.
Ed è qui che emerge una delle lezioni più importanti della criminalistica contemporanea. La prova scientifica non elimina automaticamente il problema della verità.
Lo rende soltanto più difficile, più tecnico e forse più onesto.
Giulio Valerio Santini
Fonti e riferimenti
- National Research Council, Strengthening Forensic Science in the United States: A Path Forward, 2009
- PCAST Report on Forensic Science, 2016
- ENFSI – European Network of Forensic Science Institutes
- NIST/OSAC – Forensic Science Standards
- Letteratura scientifica internazionale sui bias cognitivi nelle forensic sciences
- Manuali universitari di criminalistica, genetica forense e procedura penale
- National Academies Press – Strengthening Forensic Science in the United States
- PCAST Report on Forensic Science
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