L’Italia dei tifosi permanenti
In Italia ogni evento è una curva da cui dividersi: o con lui, o contro di lui. O eroe o traditore. O gloria eterna o anatema nazionale. Così, dopo l’annuncio di Jannik Sinner di non partecipare alla Coppa Davis, si è aperto il solito circo.
Il tribunale del patriottismo a comando
Da un lato, i fustigatori: lo accusano di snobbare la patria per qualche torneo più remunerativo, di pensare solo ai soldi, di godersi la fama senza “dare indietro” nulla. Sui social, nei bar e persino in certi editoriali patinati, Sinner è stato trattato come un ingrato, come uno che deve giustificare ogni sua scelta personale al tribunale popolare del patriottismo a comando.
I devoti del mito sportivo
Dall’altro lato, e con uguale foga, i devoti. Quelli che “la patria non si merita Sinner”, che lo collocano in un Pantheon dove l’ossigeno razionale è finito da un pezzo. Lo trasformano in un messia moderno, un martire dell’eccellenza, un simbolo che redime un’intera nazione sfiancata.
Né salvatore né traditore
E la realtà? Come spesso accade, non abita né da una parte né dall’altra. Sinner non è un eroe. Ma nemmeno un furfante. È un ragazzo straordinariamente dotato, che ha investito tutto su un talento raro. Ha successo. Guadagna milioni. Ha sponsor ovunque. E sì, sceglie dove giocare e quando fermarsi.
Lo fa per sé stesso. Non per noi. Non per l’Italia. E va benissimo così.
La mitologia tossica dello sport
Lo sport è diventato una gigantesca sovrastruttura mitologica: ha bisogno di eroi per alimentarsi, e ne crea a getto continuo. Li imbottisce di simbolismi che nulla hanno a che vedere con la loro vita reale.
Un tennista che vince una finale non è un patriota. È un atleta che ha fatto bene il suo lavoro.
Il bisogno di epica facile
Il problema, piuttosto, è il nostro bisogno compulsivo di epica facile. Di santificare o crocifiggere chi emerge. Perché è più semplice tifare o odiare che pensare. Intanto il fisco dissangua chi lavora. La sanità crolla. L’istruzione langue. Ma ehi, Sinner gioca o non gioca?
La vera bandiera non è in un torneo
I giornalisti sportivi parlano delle partite come se fossero Waterloo. Il tennis come nuovo Risorgimento. Gli atleti come martiri. Ma la verità è che la bandiera italiana non si difende con una racchetta.
Si difende nelle aule dei tribunali, nei pronto soccorso, nelle scuole, nei conti pubblici.
Lasciamoli fare il loro mestiere
Sinner, Paolini, Berrettini… fanno il loro mestiere. Lo fanno bene. Guadagnano tanto.
Li guardiamo, li applaudiamo, magari li invidiamo. Ma non chiediamo loro di essere qualcosa che non sono. Non sono padri della patria. Non sono eroi morali. Sono atleti professionisti, ossia gente che ha fatto dello sport una professione al pari di medici, ingegneri, avvocati, manager Alcuni di questi diventano famosi nel loro campo, guadagnano e anche molto, moltissimi. Ma non li collochiamo tra gli eroi, tra i difensori della Patria…
Meno mitologia, più realtà
A furia di trasformare ogni sportivo in eroe nazionale o criminale fiscale, perdiamo di vista ciò che conta davvero: la realtà.
Quella che non si gioca in un’arena, ma nella vita vera.
Giulio Valerio Santini

