Pregare Dio di liberarci da Dio
C’è una frase che attraversa i secoli con la forza di un lampo e che continua a inquietare credenti e non credenti: «Prego Dio che mi liberi da Dio».
La scrisse Meister Eckhart, mistico tedesco del XIV secolo. A prima vista sembra una blasfemia elegante, uno di quei paradossi che la filosofia ama costruire per stupire. Eppure, a guardarla meglio, contiene una delle intuizioni più profonde della storia del pensiero occidentale.
Di quale Dio chiede di essere liberato Eckhart?
Non di Dio, ma dell’immagine che ne abbiamo costruito.
Da sempre gli esseri umani cercano nel cielo il riflesso delle proprie necessità. Hanno bisogno di giustizia e immaginano un Dio giusto. Hanno paura della morte e immaginano un Dio che promette immortalità. Cercano protezione e immaginano un Padre onnipotente che vigila sul loro destino. In fondo, ogni epoca disegna il proprio volto di Dio e, senza accorgersene, finisce per adorare la propria immagine riflessa.
Molti secoli dopo, il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach avrebbe formulato questa intuizione in termini radicali: non è Dio ad aver creato l’uomo a sua immagine, ma l’uomo ad aver creato Dio a propria immagine. Le qualità che desideriamo possedere – bontà assoluta, sapienza infinita, potenza senza limiti – vengono proiettate fuori di noi e trasformate in una figura divina.
Questa idea continua a risuonare nel pensiero di Umberto Galimberti. Il filosofo italiano non affronta il tema religioso con il fervore del credente né con il sarcasmo dell’ateo militante. La sua domanda è più sottile e, forse, più scomoda: che cosa accade quando le immagini di Dio che hanno sostenuto per secoli la nostra civiltà smettono di convincerci?
È la domanda che attraversa tutta la modernità. La scienza ha progressivamente occupato lo spazio delle spiegazioni un tempo affidate al sacro. La tecnica ha assunto funzioni che in passato appartenevano alla religione. La politica, il mercato, la psicologia e perfino gli algoritmi promettono oggi ciò che un tempo si chiedeva alla trascendenza: sicurezza, orientamento, salvezza.
Ma il vuoto lasciato dalla scomparsa delle antiche certezze non è stato colmato. Al contrario.
Per questo Galimberti torna spesso a Nietzsche e alla celebre diagnosi della “morte di Dio”. Non perché Dio sia morto in senso teologico, ma perché ha cessato di essere il fondamento condiviso del significato. Da quel momento l’Occidente si è trovato davanti a una libertà inattesa e vertiginosa: vivere senza una garanzia ultima.
È una condizione che riguarda tutti, credenti compresi. Perché la questione decisiva non è se Dio esista oppure no. La questione è quale immagine di Dio abiti la nostra mente.
Quando invochiamo Dio come soluzione delle nostre paure, quando lo trasformiamo nel custode delle nostre convinzioni morali o nel garante delle nostre speranze, stiamo forse incontrando il divino oppure stiamo semplicemente contemplando una proiezione di noi stessi?
Eckhart suggerisce che la vera esperienza spirituale comincia proprio nel momento in cui le immagini crollano. Quando non rimane più nulla da afferrare. Quando Dio non coincide più con i nostri desideri, le nostre aspettative o le nostre rassicurazioni.
È un pensiero sorprendentemente attuale. In un’epoca che costruisce identità, ideologie e appartenenze con la stessa rapidità con cui le consuma, la richiesta di essere liberati dalle nostre rappresentazioni appare quasi rivoluzionaria. Non soltanto in ambito religioso. Anche nella vita quotidiana.
Forse ogni maturazione umana passa attraverso questa esperienza: rinunciare alle immagini che ci proteggono per incontrare una realtà più complessa e meno consolante. Vale per l’amore, per la politica, per l’idea che abbiamo di noi stessi. E, per chi crede, vale anche per Dio.
Per questo la frase di Meister Eckhart continua a parlarci dopo sette secoli. Non invita a distruggere la fede, ma a purificarla. Non propone il nichilismo, ma una forma più esigente di verità.
Pregare Dio di liberarci da Dio significa chiedere di essere liberati dalle nostre illusioni. E riconoscere che, molto spesso, l’ostacolo più grande tra l’uomo e il mistero non è l’assenza di Dio, ma l’eccesso delle immagini che l’uomo ha costruito di Lui.

