La necessaria abdicazione dei Boomer
Quando i padri smettono di capire il mondo ma continuano a spiegarlo
C’è una tragedia tutta italiana che non fa rumore.
Non bruciano le automobili. Non cadono i governi. Non scendono gli studenti nelle piazze con le spranghe e i megafoni degli anni Settanta. È una tragedia silenziosa, elegante, quasi educata. Ma devastante. È il soffocamento lento di un Paese rimasto prigioniero dei propri padri.
Li chiamano Boomer con un tono tra l’insulto e la caricatura, ma il problema non è anagrafico. Non è la data di nascita. È l’incapacità di capire che il mondo è finito mentre loro continuavano a commentarlo in televisione.
Perché il punto centrale è questo: le categorie culturali del Novecento sono morte.
Morte.
Eppure c’è un’intera aristocrazia intellettuale che continua a usarle come un vecchio generale continua a studiare mappe di una guerra già perduta.
Destra e sinistra.
Borghesia e proletariato.
Televisione e carta stampata.
Autorità verticale.
Carriera lineare.
Identità stabili.
Persino il concetto stesso di verità è stato frantumato dalla rivoluzione digitale, dall’algoritmo, dalla simultaneità globale, dall’intelligenza artificiale che produce linguaggio più rapidamente di quanto un editorialista produca indignazione.
Eppure loro insistono.
Continuano a interpretare il presente con gli strumenti mentali con cui si analizzava il Novecento industriale. È come voler leggere internet con la macchina da scrivere. Così producono domande sbagliate. Combattono guerre culturali fantasma. Difendono istituzioni svuotate. Scambiano il mutamento per decadenza morale perché non possiedono più il codice per comprenderlo.
La verità più crudele è che molti intellettuali Boomer non hanno paura del futuro.
Hanno paura di non essere più necessari.
Allora occupano lo spazio pubblico con una tenacia quasi biologica. In Italia più che altrove. Perché l’Italia è una repubblica fondata sulla gerontocrazia sentimentale. Gli stessi volti da quarant’anni. Gli stessi editorialisti. Gli stessi professori. Gli stessi custodi del gusto, della morale, dell’opinione legittima.
Cambiano i governi ma non cambia il salotto.
E mentre il mondo accelera, il Paese resta bloccato in una liturgia permanente dove i padri continuano a parlare e i figli continuano ad aspettare il proprio turno. Un turno che spesso arriva a cinquant’anni. Quando ormai la fame si è trasformata in cinismo.
Qui entra in scena il dramma dei trentenni italiani.
Una generazione cresciuta dentro il collasso delle promesse. Più istruita dei propri genitori ma infinitamente più fragile economicamente. Costretta a vivere in bilico, tra precarietà e infantilizzazione permanente. Una generazione che non ha ereditato il potere ma soltanto il debito emotivo di chi lo detiene.
Eppure i trentenni possiedono una cosa che i Boomer hanno perduto: l’istinto naturale verso il nuovo.
Abitano il digitale senza nostalgia. Comprendono la fluidità senza viverla come una minaccia. Accettano che il lavoro non sia più identità assoluta. Intuiscono che l’intelligenza artificiale cambierà il concetto stesso di umanità produttiva. Non devono tradurre il presente: ci vivono dentro.
Per questo l’abdicazione dei Boomer non è una punizione. È una necessità fisiologica.
Ogni civiltà sana conosce il momento del passo indietro. I romani lo chiamavano dignitas. La capacità di ritirarsi senza degradarsi. Di comprendere che il potere trattenuto troppo a lungo marcisce. Solo le civiltà decadenti trasformano i vecchi in guardiani eterni del presente.
Naturalmente i sociologi hanno raccontato questo conflitto in molti modi. Karl Mannheim parlava delle generazioni come comunità storiche forgiate dagli stessi eventi traumatici. I Boomer furono plasmati dall’espansione economica, dal mito del progresso, dalla centralità delle ideologie. I trentenni di oggi, invece, sono figli della frammentazione: crisi economiche, identità liquide, connessione perpetua, collasso delle appartenenze tradizionali.
Ma in Italia il conflitto generazionale assume una forma più feroce. Perché qui la mobilità sociale è immobile. Il potere non si trasmette: si conserva. Le élite culturali non si rinnovano: si replicano. E allora il conflitto non è solo simbolico. Diventa materiale. I padri occupano lo spazio fisico, economico, mediatico.
Così accade un fenomeno straordinario: i giovani italiani non fanno la rivoluzione. Spariscono.
Emigrano. Si ritirano. Ironizzano. Trasformano la rabbia in meme, sarcasmo, disincanto. Non credono più nelle strutture tradizionali del potere perché hanno capito che quelle strutture sono presidiate da una generazione incapace di lasciare il tavolo.
Ed è qui che l’appello all’abdicazione incontra una risposta ambigua da parte dei trentenni.
Perché molti la desiderano disperatamente. Ma non credono più che avverrà davvero.
Hanno visto troppi padri proclamare apertura mentre blindavano le posizioni. Troppi direttori parlare di meritocrazia scegliendo sempre i propri coetanei. Troppi intellettuali fingere dialogo generazionale senza rinunciare a nulla: né alla visibilità, né al potere, né all’ultima parola.
Per questo i trentenni non chiedono più il permesso.
Stanno costruendo linguaggi paralleli. Comunità parallele. Economia parallela. Informazione parallela.
La vera abdicazione dei Boomer, forse, non avverrà per generosità.
Avverrà perché il mondo smetterà semplicemente di aspettarli.
E quel giorno sarà terribile e magnifico insieme. Perché ogni generazione crede di essere eterna finché non scopre di essere diventata arredamento storico.
Il gesto più nobile che i Boomer possano compiere oggi è uno soltanto: tacere abbastanza da riuscire finalmente ad ascoltare.

