Dal televisore in palestra sempre connesso ad un talk di una nota radio arriva la dichiarazione decisa di una giovane donna: “adesso basta, ho deciso, devo dedicarmi di più a me stessa!”
Ne nasce una discussione. Tutti, in fondo, sono d’accordo: è giusto. Dobbiamo pensare di più a noi stessi.
È una frase che sentiamo spesso. Talmente spesso che non ci fermiamo quasi più a chiederci cosa significhi davvero.
Cosa significa davvero pensare agli altri?
Accudire i figli, aiutare un collega, portare avanti una famiglia, un lavoro? Ma in tutte queste cose, l’altro dov’è?
Non è una domanda provocatoria. È quasi un dubbio pratico.
Perché può darsi che facciamo molte cose per gli altri senza mai spostarci davvero da noi. Senza considerarli fino in fondo come qualcosa di distinto, che non coincide con il nostro punto di vista.
E forse è qui che il discorso cambia leggermente direzione. Perché, se ci pensiamo, noi non nasciamo mai davvero “da soli”.
All’inizio della vita non c’è un “io isolato” che poi incontra gli altri. C’è una relazione. Come ricorda Donald Winnicott, il sé prende forma nello sguardo e nella risposta dell’altro. È in quello spazio condiviso che il bambino comincia a esistere, non solo biologicamente, ma psicologicamente; e, come mostra Daniel Stern, fin dall’inizio la nostra esperienza è intrinsecamente relazionale.
A un certo punto nei primi mesi di vita, accade qualcosa di ancora più interessante: il bambino smette di vivere solo di bisogni e, come evidenziano gli studi sull’intersoggettività di Colwyn Trevarthen, scopre che può desiderare qualcosa con l’altro, verso l’altro.
Non è più solo una questione di ricevere una risposta. È una scoperta più sottile: che l’altro è lì, distinto, e che proprio per questo può essere coinvolto nel proprio mondo.
Forse è proprio questo il punto che tendiamo a perdere: che l’altro non è qualcuno che “gestiamo”, o semplicemente qualcuno per cui facciamo delle cose.
Come suggerisce Emmanuel Levinas in “Totalità e Infinito”:
L’altro non si spiega, si incontra, e in quell’incontro ci chiama a uscire da noi.
Forse allora la questione non è se pensiamo abbastanza a noi stessi, ma se abbiamo mai imparato davvero a lasciare spazio all’altro.

Perché oggi facciamo fatica a vedere l’altro
Accorgersi che c’è l’altro. E l’altro non è lontano da noi. È nostro marito, nostra moglie e, si, nostro figlio. Siamo vicini ma spesso lontanissimi. Ognuno di noi è spesso immerso in un oceano senza limiti che è il web dove posso potenzialmente connettermi a migliaia di persone ma non relazionarmi con ciascuna di esse.
In questa confusione comunicativa, dove i confini non esistono e non ci è ben chiaro dove siano le scialuppe di salvataggio – di cui non sappiano neanche di aver bisogno – ci dimentichiamo dell’altro nella spasmodica necessità spesso narcisistica – di compiacerci. Viviamo nel continuo confronto sociale e non ci accorgiamo dell’altro.
In realtà, noi esistiamo perché esistono gli altri. Questo è il punto.
È un argomento apparentemente banale, poco “afferrabile” ma, a mio avviso, di una profondità disarmante.
Nell’era dell’individualismo estremo, accorgersi dell’altro è qualcosa che nasce da dentro, in modo intimo, quasi silenzioso. Non è immediato. Richiede attenzione, tempo, disponibilità a spostarsi.
È andare controcorrente: faticoso mentre lo si fa.
Come incontrare davvero l’altro nella vita quotidiana
Ma una volta arrivati, si scopre che tornare indietro non è più possibile. Forse allora la domanda cambia ancora leggermente forma.
Non è “come faccio a pensare di più agli altri?” ma è: sono disposto a lasciare che l’altro esista davvero, davanti a me?
Incontrare l’altro non è fare di più, non è aggiungere un gesto, un compito, un’attenzione in più nella lista. Penso che sia invece, togliere qualcosa.
Togliere l’interpretazione immediata, il bisogno di riportare tutto a noi e soprattutto eliminare quella fretta sottile di capire, rispondere, sistemare.
E poi, forse, fare cose molto semplici come una domanda senza avere già la risposta, restare ad ascoltare senza pensare a cosa dire dopo.
E restare, anche solo per un momento, davanti a ciò che l’altro è.
Forse è da qui che si comincia.
Maria Clotilde Spallarossa
Letture: Levinas, E. (1980). Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità (A. Dell’Asta, Trad.). Jaca Book.
(Opera originale pubblicata nel 1961); Winnicott, D. W. (1970). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando Editore; Stern, D. N. (1987). Il mondo interpersonale del bambino. Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1985). Trevarthen, C. (1979). Communication and cooperation in early infancy: A description of primary intersubjectivity. In M. Bullowa (Ed.), Before speech: The beginning of interpersonal communication (pp. 321–347). Cambridge University Press.
