Le origini
In pochi anni, dalla morte del profeta Maometto nel 632, gli eserciti musulmani ebbero una capacità di penetrazione e conquista territoriale che li portò a cacciare l’impero bizantino dall’odierna Siria e Palestina, provocarono la caduta dell’impero sassanide in Persia e, ad ovest, arrivarono in Egitto nel 641.
Ed è proprio nella terra delle piramidi che, circa una decade dopo il loro insediamento, gli arabi diedero inizio alla tratta degli schiavi.
Amr ibn al-Nasr , il generale che conquistò l’Egitto, chiese infatti al Re della vicina Nubia 350 schiavi all’anno in cambio della pace fra i due popoli. Fu l’inizio di tredici secoli di una pratica che vide coinvolte quasi 15 milione di persone.
Le tratte principali
Le due principali rotte furono quella trans sahariana e quella dell’Africa orientale.
Nel primo caso il principale bacino dove attingere fu il territorio (all’incirca identificabile negli attuali Mali e Niger) che nei secoli passò mano a mano sotto gli imperi del Mali, del Ghana e del Songhai.
Nel secondo caso, il bacino da cui venivano attinti uomini e donne era il territorio oggi distinguibile nell’odierno Sudan.
Se la destinazione d’uso nel primo caso era prevalentemente quello di servire i padroni arabi come giardinieri o donne di pulizia, c’era anche una parte di eunuchi destinata agli harem o addirittura in ruoli amministrativi e come guardie del corpo.
La tratta verso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano aveva invece come fine quello di esportare forza lavoro nella bonifica delle paludi o nelle saline della Mesopotamia. Il nome dato agli schiavi di questi territori era Zanj che, in arabo, aveva il significato dispregiativo di negro e dal quale deriva Zanzibar, paese dal quale partivano.
Come appendice della tratta araba, di forte rilevanza storica furono i cristiani fatti schiavi durante le incursioni saracene da parte dell’Impero Ottomano che tennero per decenni nel terrore le nostre coste.
Lo status degli schiavi
Nel mondo musulmano dunque la schiavitù era pratica ordinaria, anche legittimata da alcuni versi del Corano, ma nei secoli vennero introdotte norme che regolavano questa pratica. La conversione, un atto semplice e diretto (basta pronunciare la testimonianza di fede di fronte a dei testimoni) era condizione necessaria ma non sufficiente per la liberazione. Veniva anche incoraggiato il riscatto degli schiavi come atto di espiazione e, almeno formalmente, era vietata ogni forma di maltrattamento.
Un restrizione fondamentale, ma spesso aggirata con criteri fallaci, era il divieto di ridurre in schiavitù un altro musulmano.
Declino e fine della tratta degli schiavi
Non ci fu mai nel mondo arabo un movimento abolizionista come avvenne per esempio in Europa. Le motivazioni che spensero gradualmente (anche se mai definitivamente) questo fenomeno furono di natura esogena a seguito di pressioni militari e diplomatiche straniere. Oltre alle missioni cristiane, fondamentali furono gli accordi commerciali, specialmente con gli inglesi, che vincolarono il business ad una fine dello schiavismo.
Nello stesso periodo erano inoltre forti le pressioni dell’opinione pubblica europea. Questo insieme di fattori contribuirono alla costituzione di protettorati, prodromi della colonizzazione, che in molti casi tollerarono la schiavitù per evitare rivolte delle elite locali.
Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.
Federico Gatti

