Guido Carpi bravissimo nell’inserire, all’interno della sua narrazione storica, estratti che raccontano in prima persona quegli anni. Negli incontri, nelle stanze ammobiliate per studenti, respiriamo anche noi profumo di tabacco e tensione giovanile.
Lo svago dura poco e fa spazio alle assemblee operaie. Il marxismo “ sta diventando di moda” . Sono gli anni che vedono l’impegno di Martov e Potresov.
1896: Lenin viene arrestato e poi mandato al confino. Nel raccontarne la detenzione, Guido Carpi fa parlare anche chi era con lui che lo ricorda come “Un tizio qualunque. Un po’ bassino, magrolino, lentigginoso e dal pelo rossiccio. E che naso piccino!…”
1901 Vladimir Il’ic “ diventa” Lenin dal nome del secondo passaporto che ha in mano, quello “ di scorta “.
Saranno gli anni del suo giornale, Iska. Gli anni a Monaco, a Londra. La diffusione clandestina del giornale. Il fermento e’ notevole. Lenin matura, riflette è contemporaneamente sente l’urgenza organizzativa. Poi, arriverà il II Congresso. ..
L’autore segue l’ascesa e la discesa del leader . Le difficoltà, le riflessioni, gli aiuti e gli ostacoli. Tutta la narrazione viene impreziosita di citazioni, rimandi e un’analisi storica molto dettagliata. Lenin è il politico ma è soprattutto l’uomo che segue il proprio ideale fino alla fine.
Lenin che, all’alba dei cinquant’anni, quando tanti stanno lavorando per far crescere il culto della sua persona, afferma:” Non potete immaginare quanto mi disturbi la continua enfasi sulla mia persona “. Lo dobbiamo ricordare così: un uomo alla scrivania che riflette su come migliorare la vita dei Russi.

Il saggio è ricchissimo di citazioni che rendono la lettura più vivace. Il testo mantiene un buon equilibrio fra narrazione, inquadramento storico, spiegazione del pensiero e racconti di vita. La scrittura è chiara e l’attenzione del lettore viene tenuta sempre alta. Carpi, da buon professore, sa come non far calare l’interesse negli alunni e qui, probabilmente, ripropone quello che fa durante le lezioni.
Guido Carpi è professore ordinario di Letteratura russa all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Esperto di letteratura e storia russa, è autore di numerosi saggi fra i quali anche “Storia della letteratura russa” in 2 volumi.
Lei ha scritto molto su Lenin e mi sembra di capire che lo ammira molto. Dal quando nasce questo amore?
“Provo nei confronti di Lenin lo stesso sentimento che lui provava per Nikolaj Černyševskij, nume tutelare del movimento democratico rivoluzionario russo dell’Ottocento: una grande ammirazione umana, politica e intellettuale, ma anche la consapevolezza che – se il metodo di analisi è ancora pienamente valido – le condizioni storiche sono profondamente mutate e che richiedono soluzioni diverse. Di Lenin mi sono sempre interessato in un modo o nell’altro, e non solo a causa della mia provenienza politica (sono sempre stato e ancora mi considero comunista), ma anche perché non penso che si possa studiare la cultura del Novecento russo/sovietico senza conoscere il retaggio dell’artefice dell’Ottobre: qualsiasi cosa se ne possa pensare nel merito, sarebbe come studiare il Medioevo senza avere letto San Tommaso”.

Perché Scrivere ancora di Lenin? Leggendo il Suo saggio, mi è sembrato di percepire la necessità di riproporre il pensiero del passato per far riflettere sul presente. Un atto politico più che una biografia, sbaglio?
“Essendo però fondamentalmente uno studioso di letteratura, non avevo mai pensato di scrivere una biografia di Lenin. L’idea mi è venuta quando, una decina di anni fa, mi sono trasferito a Napoli: una città dura, classista, ma che come tutti i luoghi del genere produce degli anticorpi molto forti. A Napoli, in particolare al centro sociale Ex OPG “Je so’ pazzo”, ho conosciuto un mondo di militanza giovanile radicale che prima mi era ignoto: mi sono chiesto cosa potevo fare per loro, come dare un mio contributo, ed ecco che mi è venuta l’idea. Infatti, nella prima parte del libro ho allargano il punto di vista a tutto il mondo della militanza giovanile in cui Volodja Ul’janov si è venuto formando, alla psicologia, all’identità, alle motivazioni di queste nuove figure di attivisti, alle metamorfosi da loro subite da una stagione politica all’altra: senza conoscere quel mondo non si possono capire il pensiero e l’azione di Lenin, perché è a loro che si rivolgeva, ed è da loro che traeva forza come un novello Anteo. Penso che la mia ricerca possa essere uno strumento utile per chi oggi si affaccia al mondo dell’impegno politico radicale: le circostanze sono molto diverse, ma chiunque voglia tentare di cambiare il mondo deve innanzitutto porsi il problema di come organizzarsi, e per fare che cosa. Da questo punto di vista, è fondamentale sapere come i grandi rivoluzionari del passato hanno risolto gli stessi problemi. Del resto, negli anni in cui ho lavorato alla biografia, il mondo attorno a noi è cambiato: l’aggressione russa all’Ucraina, il genocidio dei palestinesi e l’ondata di guerre coloniali scatenate da Trump hanno riportato al centro concetti importantissimi per Lenin: quello di imperialismo e quello di internazionalismo, da lui interpretato come necessità che l’umanità si liberi da ogni forma di oppressione attraverso una dinamica combinata di lotte di liberazione diverse ma fra loro complementari. Man mano che lavoravo al libro, questi aspetti del leninismo hanno assunto un’importanza sempre maggiore, anche grazie all’attenta rilettura dei classici di un grande marxista italiano contemporaneo: Domenico Losurdo. Chi fosse interessato, può trovare una serie di mie recenti riflessioni sulla situazione presente anche nel bel questionario promosso e pubblicato dalla rivista “eSamizdat” nel proprio ultimo numero(https://www.esamizdat.it/ojs/index.php/eS/article/view/266/254)”
Lei è professore di letteratura russa che divulga anche sui social per passione e/o anche stimolare un atteggiamento critico verso la realtà?
“Gestisco un canale You Tube in cui pubblico buona parte dei miei corsi universitari, lezioni, conferenze, interventi etc., perché sono convinto che la cultura debba uscire dalle aule e dai tristi rituali accademici per diventare patrimonio critico di chiunque voglia accedervi. Ai miei colleghi che storcono il naso e che mi dicono che uso i mezzi di Fedez, rispondo che Fedez fa benissimo il proprio mestiere, e che se vogliamo che esista un’alternativa al solo Fedez (che naturalmente cito qui come simbolo di un intero sistema culturale), dobbiamo sporcarci le mani e utilizzare gli strumenti di diffusione che il mondo contemporaneo ci offre”.

La letteratura come vita. Niente di più vero che per i russi. Attraverso tanti classici si respira la vita nei diversi periodi storici. Dostoevskij trasuda di tensione, desiderio di rivolta. Quale, secondo Lei, i romanzi più emblematici?
“ In Russia, la letteratura è sempre stata più che semplice fiction: in un sistema politico come quello zarista, dove mancavano altri spazi per discutere i problemi della società, la letteratura diventava consuntivo di tutto ciò che riguardava la vita della nazione, la percezione che essa aveva di sé, le sue aspettative. Lo stesso schema si è poi ripresentato anche in vari momenti del periodo sovietico. E poi, non dimentichiamo il dato psicologico fondamentale dell’intelligencija russa: la percezione fortissima che la cultura di cui io dispongo sia un privilegio, pagato con le secolari sofferenze delle masse popolari, e che l’unico senso che io posso dare a questa cultura sia utilizzarla per alleviare almeno in parte le sofferenze di quel popolo, per dargli una qualche prospettiva di riscatto. E’ una consapevolezza condivisa anche da intellettuali che non erano affatto etichettabili come “di sinistra”: Tolstoj, Dostoevskij, Leskov. Quanto ai “consigli di lettura”, voglio citare qualche testo alternativo ai soliti grandi classici: per l’Ottocento, Nikolaj Černyševskij, Nikolaj Leskov, Michail Saltykov-Ščedrin, Vsevolod Garšin e, per chi ama le opere di grande respiro, l’eccezionale autobiografia di Aleksandr Herzen “Passato e pensieri”. Per il Novecento, Isaak Babel’, Jurij Oleša, Il’f e Petrov, Daniil Charms, la prosa di Osip Mandel’štam, Lidija Ginzburg, Venedikt Erofeev, Sergej Dovlatov. Naturalmente, cito solo gli autori disponibili in lingua italiana”.
Oggi mi sembra che anche la letteratura russa sia cambiata e si sia occidentalizzata un po’ perdendo il vigore dei secoli scorsi. Naturalmente, Spero mi smentisca con qualche buon consiglio di lettura.
“Purtroppo, con me casca male: sono da tempo convinto che, con la fine dell’esperienza sovietica, la Russia abbia rinunciato alla dimensione “universale” in cui – nel bene e nel male – si era sempre riconosciuta, per diventare più o meno un Paese “come gli altri”, con una letteratura come quella degli altri, dominata più dal mercato, dalla corsa al best seller e dai premi glamour che da un orizzonte ideale universale. Si possono certamente trovare cose significative e ben scritte (ad esempio, Viktor Pelevin all’inizio era un autore interessante), ma nulla di più. L’unico vero grande classico dell’ultimo quarto di secolo è “Cala la tenebra sui vecchi gradini” (Ložitsja mgla na starye stupeni) di Aleksandr Chudakov, ma disgraziatamente nessuno si è preso il disturbo di tradurlo. Certo: per dovere professionale sfoglio le cose che escono, ma quando mi chiedono cosa penso dell’ennesimo “caso” editoriale, rispondo in tono arci-snob: “Non ho ancora finito di leggere il carteggio fra Ivan il Terribile e il principe Kurbskij, figuriamoci se ho tempo per XXX”.
Leggerlo perché
E’un saggio molto valido ma appassiona come un giallo.
Neo
Nessuno. Forse solo ci sarebbe stata bene qualche foto.

