In Occasione della scomparsa di Robert Duvall, lo vogliamo ricordare con quella che probabilmente è stata una delle parti più importanti della sua vita.
Il fulcro dell’opera
Michael Francis Vito Corleone, rinunci a satana? Si. La risposta è ferma, il volto inespressivo del padrino di fronte al sacerdote. in occasione del battesimo di suo nipote Francis Rizzi. Nel frattempo, i suoi uomini in una sequenza cinematografica indimenticabile, uccidono tutti i boss delle cinque famiglie in modo che Michael (Michele Corleone), acquisisca il potere assoluto sulla città e per diventare il capo della mafia italo americana. È l’epilogo della prima parte della trilogia diretta da Coppola che è il fulcro di tutta la saga. Don Vito, Il padre, al comando della famiglia, riceve udienze e richieste in occasione dello ‘sposalizio’ della figlia e acconsente con ‘offerte che non si possono rifiutare’. Per chi osserva che alcuni film di mafia glorifichino i boss e la mafia stessa , in questo caso Coppola fa l’opposto rivelandone l’ipocrisia intrinseca ….ma la sottolinea con grande accuratezza e finezza, in modo sottile percepito nella complessità delle opere, i personaggi sono antieroi corrotti dal male dal potere, dal denaro e indissolubilmente legati all’elemento più importante: la famiglia. L’omicidio commesso da Peter Clemenza con lo sfondo un canneto e successivamente la Statua della Libertà è un fotogramma di grande spessore stilistico che rimane scolpito nella mente di chi ha amato il primo Film.
Coppola: il legame con l’Italia
Si è detto tutto sulla trilogia del padrino girata sulle indimenticabili note di Nino Rota , probabilmente la migliore della storia del cinema, ma la soggettività è importante, dunque è giusto ridurre la valutazione a meramente personale. Coppola con le sue origini italiane non ha mai nascosto la conoscenza profonda della nostra cultura ed è un fattore che in ambito della lettura narrativa non è certo da escludere.
I film e gli attori
I primi due capolavori con tutti gli attori in stato di grazia, Marlon Brando, Al Pacino Robert Duvall, James Caan, Robert De Niro, Diane Keaton, Talia Shaire, il compianto e bravissimo John Cazale, e successivamente Andy Garcia, Sophia Coppola enormemente criticata ma a mio avviso appropriata nella parte ,e anche attori che hanno sulle spalle l’espansione e il progresso del cinema Americano degli arbori, Starling Haiden, Eli Wallach, presente nel terzo capitolo e Lee Strasberg su tutti. Nessuno prevale sull’altro, ma sono una squadra ben strutturata di grandissimi attori che fanno gioco di squadra per un unico ed enorme risultato, compreso l’egocentrico Brando che sussurra, si incotona le mandibole, e accarezzando un gatto apparso casualmente sul set dà il via alla saga e poi la lascia nelle sapienti mani degli altri attori.
Gli Oscar, Marlon Brando e Al Pacino
Al Pacino ha sempre contestato il fatto che nella cerimonia degli Oscar del 1973, la candidatura per il miglior attore protagonista doveva essergli assegnata ma riceve solo quella di ‘miglior attore non protagonista non vincendolo ’, la statuetta come miglior attore protagonista viene assegnata a Brando che rifiuta il premio non presentandosi alla cerimonia, facendolo ritirare ad una presunta nativa Americana in segno di protesta nei confronti del trattamenti da parte degli Yankee nei confronti dei nativi stessi, i film ricevono altri numerosissimi premi. Non ha torto a mio avviso perché’ dalla famosa scena dell’omicidio nel Ristorante Louis, la saga passa di fatto nelle sue mani. Il suo modo di ‘non recitare’ ma di limitarsi a immedesimarsi in un personaggio cinico dedito unicamente agli affari della famiglia, soprattutto nel secondo capitolo è una prova di assoluto Talento.
La narrazione
Poi il viaggio a ritroso nel tempo dove troviamo prima la Sicilia di inizio 900 con i suoi paesaggi e la sua popolazione con usi e costumi profondamenti radicati nella società di quel tempo e poi la New York delle opportunità dove si fa strada il giovane Vito, Robert De Niro, che impara e recita in Italiano, uccide il capo di Little Italy: il nostro Gastone Moschin, e anche qui il personaggio suggerisce ambiguità e ipocrisia perché’ quell’uomo dalle buone maniere diventa il più grande criminale d’America.
La tragedia, i rimpianti e il finale memorabile
Il terzo capitolo accenna i presunti rapporto tra il vaticano e i più alti vertici della politica Italiana.
Michael è anziano, malato, Andy Garcia, Vincent Mancini, che ha il ‘caratteraccio’ del padre Sonny subentra e prende il comando della famiglia. La pellicola è considerata inferiore ai primi due capitoli ma si riscatta anche solo negli ultimi quindici minuti con la sequenza della morte di Mery assassinata sulla scalinata del teatro Massimo di Palermo, dove il fratello, Anthony vito ,dopo aver scelto la strada della legalità, raggiunge il successo diventando un cantante lirico. Il pianto di disperazione muto, prima accompagnato musicalmente e poi dalla voce dell’attore rende il momento di una tragicità unica ed è esteticamente superbo. Anni dopo la morte di Michael: logoro e depresso per gli errori che ha commesso nella sua vita, rivive i Walzer con donne che ha amato, la moglie italiana Apolllonia e quella Americana Kay Adams: la splendida ed anch’essa recentemente scomparsa Diane Keaton , quello con sua figlia Mery. Enormemente affranto da questa insostenibile scomparsa che è pura conseguenza tragica della vita criminale che non perdona e non da sconti al proprio passato. Su una sedia si lascia cadere. Lo sfondo è quello di una tipica villa siciliana rurale, sembra voler morire, un cane randagio gli si avvicina incuriosito , lui è un uomo perso. Le note ad accompagnare questo magistrale finale, tra i versi di qualche cicala tipica della macchia mediterranea, sono di Pietro Mascagni con la sua meravigliosa Cavalleria Rusticana, dramma siciliano di passione e vendetta. Nessuna scelta è piu’ appropriata.
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