Viviamo nel rumore continuo e abbiamo imparato a riempire ogni spazio, anche quando non serve
Ve ne siete accorti cari lettori? Siamo assillati, direi assediati, da un compito che ci siamo assegnati. Pazzia contemporanea.
Dobbiamo riempire tutto. Il tempo, le conversazioni, i giorni che si susseguono. E soprattutto i silenzi. Questi poi li temiamo, ci infastidiscono, ci rendono fragili, esposti. Abbiamo paura che subito dopo il silenzio arrivi un giudizio su di noi, impietoso. Allora lo riempiamo e allontaniamo il pericolo. Per questa volta.
Eh sì, se c’è un vuoto, lo copriamo come fosse un tombino lasciato inopinatamente aperto. Magari con una notifica, qualcosa detto per inerzia, una considerazione lanciata lì solo per non restare zitti. Oggi stare in silenzio mette a disagio. Sembra un errore e un orrore. Forse una colpa e non lieve.
Parliamo molto, in verità chiacchieriamo, ma ascoltiamo poco o nulla. Siamo peggiori di prima? Non credo, forse solo più stanchi. E colmi, satolli di tutto. Siamo con la testa sempre un passo avanti rispetto a un corpo che fatica a starle dietro.
Il silenzio disagio contemporaneo
Si aggira tra noi, con un qualche successo devo dire, il convincimento che reagire sia un sinonimo di vivere. Che risposte immediate siano una virtù, che avere un’opinione su ogni cosa sia una forma di presenza, di affermazione di sé rispetto al mondo in cui siamo.
E così abbiamo perso la capacità di sopportare una pausa, una sospensione. Un silenzio che non reclama di essere riempito.
Il silenzio ci pone in un disagio profondo perché ci costringe a restare con un pensiero che non è ancora nato, magari già abortito. A coabitare con un’emozione che non sappiamo ancora come si chiami.
Riempire è una strategia di sopravvivenza
Allora cosa facciamo? Acceleriamo, sempre. Coniugare il verbo riempire diventa una difesa. Scrollare, commentare, intervenire, assumere posizione. Meglio dire qualcosa di stupido (imperfetto) che dire nulla. Meglio esserci male che rischiare di sparire. Ecce bombo?
Ci raccontiamo, citando Gaber, che è partecipazione. Spesso è solo rumore. Purtroppo
Lo si capisce dalle conversazioni quotidiane, soprattutto in quelle che contano. Fateci caso. Si interrompe prima di capire e si risponde prima di ascoltare. Giudichiamo prima che l’altro abbia concluso la frase. Maleducati? Certo ma non solo. Arroganti? Forse ma non solo. Ansiosi certamente. Proviamo una terribile ansia di perdere il turno di parola. L’ansia di non essere visibili….
Quando il silenzio diventa sospetto
Il silenzio nella società dell’Happy hour è guardato con diffidenza. Se non parli sembri lontano, se non reagisci sembri complice di chissà che cosa. Se non ti lanci in commenti, anche i più inutili (eufemismo) sembri disinteressato.
Sembra che oggi il valore di una persona si misuri in decibel, ossia dalla quantità di suono che produce in una giornata. Forse Raffaelle Carrà molti anni fa aveva predetto il futuro in una sua canzone, Ricordate forse il ritornello.” Rumore, rumore…”.
Probabilmente questa è una delle diverse cause della nostra stanchezza, anche in giornate che questa stanchezza non la giustificano. Non ci concediamo tregua. Non al mondo, non agli altri, soprattutto a noi stessi.
Il silenzio non è assenza. È spazio, alle volte una conquista.
E lo spazio, oggi, ci fa paura perché non sappiamo più cosa farci. Non sappiamo più farlo nostro, abitarlo per quello che è. L’errore definitivo sarà quello di lasciarlo gestire ad altri.
Giulio Valerio Santini

