Pubblico e privato nella sicurezza urbana: sinergie possibili e necessarie
Professore, il suo intervento al convegno del 7 febbraio “Gli occhi sulla strada” sarà dedicato al rapporto tra pubblico e privato nella sicurezza urbana. È davvero possibile costruire sinergie efficaci tra questi due mondi?
Non è solo possibile, è ormai necessario. La domanda di sicurezza che i cittadini rivolgono alle istituzioni è in costante aumento, mentre le possibilità di incrementare gli organici delle forze di polizia sono limitate. In questo scenario, l’unica strada percorribile è una migliore integrazione tra settore pubblico e settore privato, fondata sul rispetto dei ruoli e su una collaborazione continuativa e strutturata.
La mitigazione del rischio si costruisce attraverso due pilastri: prevenzione e repressione del crimine. La repressione è competenza esclusiva delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria. La prevenzione, invece, è il terreno naturale della collaborazione, dove lo scambio di informazioni e la capillarità della presenza sul territorio rappresentano deterrenti fondamentali. Perché questo modello funzioni, però, è essenziale che ciascun attore conosca e rispetti i limiti del proprio ruolo e che vi sia una visione unitaria degli strumenti disponibili e degli obiettivi da raggiungere. Solo così il contributo della vigilanza privata – armata e non armata – e del volontariato può essere realmente valorizzato.

Parliamo di tecnologia. Quali sono oggi gli strumenti più innovativi ed efficaci per rendere le città più sicure?
Non è la singola tecnologia a fare la differenza. Ciò che conta davvero è la capacità di integrare le diverse tecnologie disponibili e utilizzarle in tempo reale. Prendiamo il caso della videosorveglianza: la sua efficacia non dipende solo dalla qualità delle immagini, ma dalla possibilità di individuare tempestivamente un segnale di minaccia e di trasmettere subito l’informazione a chi può intervenire.
L’intelligenza artificiale può giocare un ruolo decisivo in questo processo, aiutando a riconoscere situazioni anomale e a generare alert immediati. Oggi, purtroppo, molte videocamere sono sostanzialmente inutili in chiave preventiva, perché registrano eventi che vengono analizzati solo dopo che il reato è stato commesso. Questo può essere utile per le indagini, ma non serve a evitare il crimine. Senza un’infrastruttura tecnologica a valle che valorizzi i dati raccolti, la tecnologia resta un investimento sterile.
Il convegno avrà un taglio multidisciplinare. Quanto è importante affrontare il tema della sicurezza urbana da più punti di vista?
È fondamentale. Io ripeto spesso che la sicurezza è un bene comune: non può essere goduto individualmente. Non posso essere davvero sicuro se chi mi vive accanto non lo è. Proprio per questo la produzione di un bene così essenziale non può essere prerogativa esclusiva di un singolo attore, ma deve essere il risultato di una responsabilità diffusa.
Ciascuno può e deve fare la propria parte, ma serve una politica pubblica capace di riconoscere e valorizzare tutte le risorse disponibili, pubbliche e private, all’interno di una visione organica. Non ha senso separare concettualmente – e quindi anche organizzativamente – prevenzione, mitigazione del rischio, controllo e repressione. Sono aspetti complementari di un’unica politica pubblica orientata alla sicurezza collettiva.
Che ruolo deve avere la politica nella sicurezza del territorio?
La politica può ottenere risultati molto significativi anche con risorse limitate, se queste vengono indirizzate correttamente. Ma il compito è estremamente complesso, perché richiede una conoscenza profonda della realtà. Per costruire sistemi collaborativi efficaci bisogna conoscere il territorio, le minacce, le risorse disponibili, le tecnologie, le procedure, le norme.
Senza conoscenza non è possibile valutare correttamente il rischio e, di conseguenza, stabilire priorità e misure razionali per mitigarlo. Una politica pubblica priva di competenza è costosa, inefficace e talvolta persino dannosa. Il primo dovere di chi definisce le politiche di sicurezza è studiare, e studiare molto. Solo la conoscenza, unita all’accesso continuo alle informazioni e all’umiltà di saper coinvolgere tutti gli stakeholder, può produrre risultati concreti. In caso contrario, si cade in un vuoto scaricabarile di responsabilità, accompagnato da una retorica della sicurezza che è tanto facile quanto inutile.
Giulio Valerio Santini

Alberto Pagani è docente e advisor nel settore della sicurezza, è stato parlamentare dal 2013 al 2022, commissione trasporti e telecomunicazioni, capogruppo in commissione Difesa, delegato NATO Parliamentary Assembly. Laurea in Scienze politiche all’Università di Bologna, corso IASD al Centro di Alti Studi della Difesa, Master di II livello in Strategia globale e sicurezza alla SUISS Torino, corso Civilian Aspects of Crisis Management all’European Security and Defence College, perfezionamento in Intelligence e sicurezza nazionale, Unifil/DIS, corso Executive in Security Risk Management, Luiss Business School

