Parliamo sempre di più, ma ci capiamo sempre meno
Una storia antica che racconta l’oggi
La Torre di Babele e le nostre società frammentate non è soltanto una storia antica. È un’immagine potente di ciò che viviamo oggi. Comunichiamo in continuazione: messaggi, commenti, talk show, social, dichiarazioni pubbliche. Eppure cresce una sensazione sempre più diffusa: ci stiamo parlando addosso senza incontrarci davvero.
Non manca la parola. Mancano l’ascolto e la fiducia.
E quando manca fiducia, anche le parole migliori diventano inutili.
Babele non è una confusione di lingue: è una confusione di cuori
Nel racconto biblico, gli uomini costruiscono una torre “che tocchi il cielo”. Vogliono farsi un nome. Vogliono elevarsi. È un’immagine chiara: l’uomo che non accetta limiti e prova a diventare misura di tutto.
La Torre di Babele e le nostre società frammentate ci mette davanti a una domanda molto attuale: che cosa succede quando l’uomo si sente onnipotente? Quando pensa di poter decidere tutto, controllare tutto, possedere tutto?
Non serve fare teologia per capirlo: lo vediamo ogni giorno. Quando il limite non è più accettato, cresce l’aggressività. Cresce la competizione. Cresce la paura. E a un certo punto la comunità si rompe.
Superpotenze e “torri” moderne: oltre i confini
Babele non è solo un racconto individuale: è una dinamica collettiva.
È l’idea che “si può fare”, quindi “si deve fare”. Che ciò che è possibile diventa automaticamente giusto. Che la forza dà diritto.
Lo vediamo anche nella geopolitica. Negli ultimi giorni ha fatto discutere la posizione degli Stati Uniti su un accordo che darebbe loro un accesso “totale” e permanente alla Groenlandia: Trump ne ha parlato apertamente come obiettivo strategico. Ma sarebbe un errore ridurre tutto a lui: molte superpotenze, oggi, mostrano la stessa logica. Superare il confine. Ridefinire lo spazio. Allargare la sfera di influenza.
La Torre di Babele e le nostre società frammentate è anche questo: il tentativo di costruire un futuro senza limiti, come se il mondo fosse una proprietà e non una casa comune.
ONU: lingua comune, ma nessuna unità
E qui arriva un’altra immagine impressionante: l’ONU.
È, teoricamente, il luogo in cui il mondo dovrebbe parlarsi per evitare guerre e divisioni. Eppure, proprio in questi anni, molte analisi descrivono un sistema in crisi: l’ONU appare spesso paralizzato, soprattutto sul piano della pace e sicurezza internazionale.
È un paradosso che fa pensare: lì ci si capisce, spesso grazie a una lingua comune (l’inglese e i linguaggi diplomatici), eppure non nasce unità. Perché?
Perché il problema non è la lingua. È l’interesse. È la mancanza di un orizzonte condiviso. È l’incapacità di rinunciare a qualcosa per un bene più grande.
Babele, in fondo, insegna anche questo: puoi parlare perfettamente, e restare diviso.
Frammentazione: quando nessuno vuole più capire
Se scendiamo nella vita quotidiana, la stessa logica si ripete.
L’unità sembra sempre più fragile. Tutto si spezza in fazioni: “noi” e “loro”, “giusti” e “sbagliati”, “vincenti” e “perdenti”.
Anche i social media amplificano: ciascuno vive nella propria bolla, ascolta solo ciò che conferma le proprie idee, frequenta solo chi la pensa allo stesso modo. Così non ci si incontra più: ci si scontra.
La Torre di Babele e le nostre società frammentate descrive bene questa situazione: non siamo diventati muti. Siamo diventati incapaci di ascoltare senza paura.
Come finisce Babele: una dispersione che limita il dominio
La storia della Torre di Babele finisce con un fallimento. La costruzione si interrompe e gli uomini si disperdono. Ma il punto non è che Dio “punisce” l’umanità: il punto è che mette un limite a un progetto che rischiava di trasformarsi in dominio.
La torre non era solo una costruzione: era l’idea che l’uomo potesse diventare misura di tutto, senza bisogno dell’altro, quasi sostituendosi a Dio. La dispersione, allora, non è solo divisione: è anche un modo per impedire che l’unità diventi controllo e che la forza diventi legge.
Il Dio interiore di oggi: chi domina, chi vince, chi controlla
Questo ci porta a una domanda molto attuale: oggi qual è quel “Dio interiore” a cui ci appelliamo quando vogliamo prevalere sugli altri?
Oggi spesso non lo chiamiamo Dio, ma lo trattiamo come tale. È il Dio della prestazione: valgo se riesco, se vinco, se sono visto. È il Dio del controllo: la convinzione che tutto debba essere prevedibile e governabile, e che il limite sia un errore. È il Dio del potere: se posso farlo, allora lo faccio. È anche il Dio dell’identità assoluta: io sono questo e basta, e l’altro diventa un ostacolo.
Sono “dei” che promettono sicurezza, ma in realtà generano paura e solitudine. E quando questi dei governano, la società diventa inevitabilmente frammentata.
Da quale Dio aspettiamo salvezza
E allora la domanda finale non è solo sociologica. È radicalmente umana: da quale Dio ci aspettiamo un’ancora di salvezza?
Se l’ancora è il controllo, basterà un imprevisto per sentirci perduti.
Se l’ancora è la prestazione, basterà una fragilità per sentirci inutili.
Se l’ancora è il potere, serviranno sempre nuovi nemici per sentirci forti.
Ma se esiste un Dio capace di salvare davvero, forse non è quello che ci fa costruire torri per essere superiori. È quello che ci insegna a restare umani, a riconoscere il limite, a vedere nell’altro non una minaccia ma un fratello.
Alla fine, la Torre di Babele e le nostre società frammentate ci lascia una domanda semplice e decisiva: vogliamo davvero costruire insieme, oppure vogliamo solo prevalere?
E siamo ancora capaci di cercare un’unità che non nasca dal dominio, ma da un bene condiviso?
Diac. Luigi Giugno

