Quando l’arte di non avere tutto sotto controllo diventa illusione
Viviamo in un tempo in cui sentiamo il bisogno di avere tutto sotto controllo, anche se spesso ci comportiamo come se fosse possibile pianificare e governare ogni aspetto della vita. Pianifichiamo, calcoliamo, analizziamo dati, cerchiamo certezze. Pensiamo che, se tutto è previsto, nulla potrà andare storto. Eppure la realtà spesso smentisce questa convinzione.
Lo ha mostrato in modo evidente la crisi finanziaria del 2008, esplosa con il fallimento della banca americana Lehman Brothers. Una delle istituzioni finanziarie più potenti al mondo, dotata di modelli sofisticati di gestione del rischio e sistemi di controllo avanzati. Tutto sembrava sotto controllo. E invece il sistema è crollato, trascinando con sé mercati, risparmi e certezze di milioni di persone. Un evento che ha ricordato come anche l’economia, per quanto studiata e regolata, non sia mai totalmente governabile.
«Vanità delle vanità, tutto è vanità» (Qo 1,2). Non è una frase di rassegnazione, ma una constatazione lucida. L’uomo si affanna, costruisce, accumula, ma il senso ultimo delle cose gli sfugge. Non perché sbaglia, ma perché la realtà è più grande di lui. Da qui nasce l’arte di non avere tutto sotto controllo.
Il limite come verità dell’uomo
Qoèlet non invita a rinunciare all’impegno o alla responsabilità. Invita a riconoscere il limite. «Che vantaggio ha l’uomo di tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?» (Qo 1,3). È una domanda semplice, ma radicale. Non tutto dipende da noi. Non tutto può essere previsto o garantito.
Oggi il limite è spesso vissuto come un fallimento personale. Lo si vede chiaramente anche negli incontri che, talvolta, avvengono nei reparti di psichiatria, soprattutto con giovani che non riescono a reggere il peso delle aspettative. Oppure nei reparti per i disturbi dell’alimentazione, dove il corpo diventa il luogo in cui si tenta di avere tutto sotto controllo quando la vita, dentro, appare ingestibile. In molte storie emerge la stessa fatica: non accettare di non essere sempre all’altezza, di non riuscire, di dover chiedere aiuto.
La Bibbia propone uno sguardo diverso. Il limite non è una colpa, ma una condizione umana. Pensare di avere tutto sotto controllo è un’illusione che promette sicurezza e finisce per generare ansia, rigidità e solitudine. Accettare il limite non significa arrendersi, ma riconoscere la verità della propria vita.
Vivere senza avere tutto in mano
«C’è un tempo per ogni cosa» (Qo 3,1). Non è una frase per consolarsi, ma un invito concreto a vivere il presente. Qoèlet ci ricorda che non possiamo trattenere tutto, né decidere ogni passaggio della nostra vita. Alcuni equilibri si spezzano senza preavviso, alcune certezze vengono meno, anche quando tutto sembrava sotto controllo.
L’arte di non avere tutto sotto controllo non significa smettere di fare la propria parte, ma riconoscere ciò che davvero dipende da noi e ciò che non lo è. Nel lavoro, nell’economia, nelle relazioni, il bisogno di avere tutto sotto controllo rischia di diventare soffocante. La fiducia, invece, rende la vita più abitabile e le relazioni più vere.
Sapienza quotidiana e fiducia
La sapienza di Qoèlet è concreta. Non elimina i problemi, ma insegna a stare nella realtà con maggiore libertà. «È bene che l’uomo mangi, beva e goda del suo lavoro» (Qo 3,13). Non è superficialità, ma realismo. Vivere sapientemente significa riconoscere che la vita è dono, non solo il risultato di calcoli ben riusciti.
L’arte di non avere tutto sotto controllo diventa così uno stile di vita possibile: meno rigido, più umano. Non cancella le difficoltà, ma impedisce che diventino assolute. È una parola antica che continua a parlare, perché tocca l’esperienza quotidiana di ciascuno.
Per un inquadramento essenziale del testo biblico, del suo linguaggio e dei temi principali, si può fare riferimento alla voce dedicata al Libro del Qoèlet in una fonte enciclopedica autorevole.
Diac. Luigi Giugno

