Violenza di genere, sul web in aumento i casi: Nel giorno in cui si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il nostro sguardo non può che concentrarsi su una delle sue forme più subdole e insidiose: la violenza digitale. Non lascia lividi visibili, ma può causare ferite profonde nell’identità, nella dignità e nella libertà di chi la subisce.
I dati italiani raccontano un’emergenza crescente. Secondo il report della Polizia Postale, tra gennaio e ottobre 2023 sono state denunciate 371 minacce online, con un aumento del 24 % rispetto al 2022 Nel medesimo periodo, sono emersi 377 casi di molestie via social e app di messaggistica, con un incremento del 10 %, Numeri che parlano di una realtà in cui i social e le chat non sono soltanto strumenti di connessione, ma diventano talvolta arene di persecuzione.Luoghi di immunità per violenti e frustrati, dove il linciaggio mediatico grave quanto quello fisico rischia spesso di rimanere impunito.
Secondo il rapporto di RaiNews, i casi gestiti dalla Polizia Postale ammontano a 826 nel corso dell’anno, con molte aggressioni digitali che rivelano non solo minacce o stalking, ma veri e propri attacchi alla libertà personale e all’intimità. Amnesty International aveva già denunciato, in una ricerca su donne di vari paesi, che tra chi subisce molestie online quasi il 46% definisce gli attacchi come misogini o sessisti, e il 26% ha subito il doxxing, cioè la condivisione non autorizzata di dati sensibili.
Ma la violenza digitale non si limita a insulti e minacce: esistono piattaforme che degradano le donne, dando spazio a immagini manipolate e non consensuali. È il caso di Phica.eu, sito italiano recentemente chiuso dopo un’ondata di indignazione pubblica: ospitava foto sottratte dai social o provenienti da altri contesti, spesso modificate per zoomare su parti del corpo e corredate da descrizioni oscene. Una comunità virtuale che ha normalizzato la mercificazione della dignità femminile, alimentando l’odio e la violenza psicologica. Similmente, il gruppo Facebook “Mia Moglie”, con oltre 32.000 iscritti, ha condiviso immagini intime di donne, talvolta scattate senza il loro consenso, trasformando vite private in oggetti di scherno e voyeurismo.
Queste dinamiche non sono incidentali: secondo l’Istat, circa il 38% delle donne sperimenta forme dirette di violenza digitale, mentre l’85% assiste al fenomeno anche indirettamente, attraverso commenti di odio o body-shaming sui social. Il Parlamento europeo, d’altronde, riconosce la gravità della cyberviolenza e ha avviato misure legali più stringenti per contrastarla, includendo tra i reati l’invio non consensuale di immagini intime.
Eppure, non è solo una questione di repressione: serve prevenzione, serve consapevolezza, cultura. In Italia esistono strumenti digitali per difendersi: app, chat di supporto, linee di ascolto anonime Sono risorse preziose che possono restituire un senso di potere e protezione, ma non bastano da sole. Serve una cultura che valorizzi la dignità digitale delle donne tanto quanto quella reale.
In questo 25 novembre, il nostro impegno deve essere chiaro: combattere la violenza digitale significa difendere ogni donna non solo nel suo corpo, ma nella sua esistenza, nei suoi spazi, nella sua libertà di essere. Perché quando un volto online viene cancellato o degradato, non scompare un “account”: scompare una persona. E non possiamo permetterci che il web diventi un’arena di umiliazioni permanenti.

