L’Italia e la bomba
Il saggio si apre con un’affascinante discussione in redazione Einaudi per decidere sull’eventualità di pubblicare un libretto che avrebbe riproposto il discorso di Kennedy inneggiante la fine dei test nucleari, il disarmo e il binomio Pace-libertà. Siamo nel giugno del 1963 e questa è solo una fra le tante occasioni che hanno gli intellettuali di affrontare la questione del nucleare con tutte le implicazioni che può portare.
Nel 1987 ne “L’Italia e la bomba” Primo Levi è molto chiaro, stile che lo contraddistingue, e polemico : “Il tratto fondamentale della politica nucleare italiana è l’ambiguità “. L’Italia non possiede un proprio arsenale nucleare ma ospita sul proprio suolo centinaia di armi atomiche.
Sembra superfluo ricordarlo ma la nascita della bomba atomica si deve a Fermi che ha condotto tutti i suoi studi in Italia, salvo poi esser stato costretto ad emigrare negli Stati Uniti per le leggi razziali e aver completato li’il suo lavoro.
Italia complice ma non responsabile direttamente…

Moravia, nel 1982, davanti a un monumento per le vittime di Hiroshima, sente la piccolezza dell’ individuo: il problema del nucleare coinvolge tutta l’umanità. Ne nasce un’ossessione che lo porta ad entrare nel Parlamento europeo solo per dedicarsi alla campagna contro il nucleare.
Calvino nel 1950 scende in piazza per raccogliere firme contro l’atomica. Numerosi i suoi scritti che riportano la sua posizione. Fra questi, ironico e pungente, nel 1965 con le “Cosmicomiche” descrive con l’aiuto della fantascienza ‘interroga su un futuro senza l’uomo. In quest’opera c’è tutta l’inquietudine di Calvino per il nucleare.
Morante
Coraggiosa come sempre, a Torino nel 1965, ad una folla non ben predisposta perché delusa dal fatto che non racconti fiabe per bambini, con “ Pro e contro la bomba atomica “ denuncia l’atteggiamento passivo come corresponsabile dei campi dì sterminio così come della bomba atomica.

Sciascia, puntiglioso e in stile giornalistico, con “ La scomparsa di Majorana “ segue le tracce del fisico della scuola di Fermi che sparisce misteriosamente. Uno dei grandi misteri ancora irrisolti e che hanno sviluppato numerose e disparate ipotesi.
Pasolini mostra il potere dei media attraverso lo svuotamento di immagini simbolo come l’esplosione della bomba atomica nel film-saggio “ La rabbia” ( 1963). Forte il suo disgusto per tanto squallore e banalità che hanno fatto la storia.
Maria Anna Mariani insegna Letteratura italiana alla University of Chicago. Il suo libro “ Italian literature in the nuclear age” ha vinto l’edizione 2022 del premio MLA per l’italianistica.
Ha offerto un lavoro preciso, dettagliato ed emozionante. Credo l’abbia fatto soprattutto perché spinta da un interesse personale verso i grandi intellettuali che ha proposto. Se dovesse attualizzarlo, di quali intellettuali italiani si occuperebbe?
L’interesse personale verso queste figure intellettuali c’è di certo, ma non è stato il movente principale. Quel che mi ha spinto a concentrarmi su Moravia, Calvino, Morante, Sciascia e Pasolini è stata piuttosto la loro capacità di tradurre l’intrattabilità metafisica del problema nucleare in forme letterarie e cinematografiche che ne rendessero possibile una rappresentazione concreta. Il mio punto di partenza è stata una riflessione sui generi da loro praticati: il giornalismo, la fantascienza, il koan zen, l’inchiesta letteraria e il film-saggio. Nel caso di Moravia, l’estrema semplificazione giornalistica diventa una strategia per addomesticare l’incubo atomico, fino a renderlo quasi familiare. L’obiettivo è sottrarlo alla sua aura spettrale e sublime, che rischia di paralizzare il pensiero più che stimolarlo.
Con Calvino, invece, la fantascienza – estendendo lo sguardo su scale temporali e spaziali vertiginosamente ampie – spinge a una più profonda assunzione di responsabilità rispetto agli esiti potenzialmente catastrofici delle azioni umane. Il koan, indovinello zen che sfugge alla logica per dimostrarne l’inadeguatezza, si trasforma nelle pagine di Morante in una tattica retorica brandita per criticare la ragione strumentale e la più tragica delle sue creazioni: l’atomica.
L’inchiesta letteraria, genere che mette in discussione la verità custodita nei documenti, smonta la ricostruzione egemonica dei fatti. Sciascia, nella Scomparsa di Majorana, la impiega per reintrodurre un elemento di contingenza nella storia, invitando chi legge a immaginare la possibilità di un’atomica mai realizzata. Infine, con La rabbia, Pasolini realizza un film- saggio: una forma che riflette sulla posizione di chi osserva la catastrofe nucleare da lontano. Ma invece di alimentare l’illusione di una neutralità dello sguardo, il film invita lo spettatore a riconoscere la propria implicazione profonda nell’evento.
Se dovessi attualizzare il libro sceglierei autori e autrici in grado di consegnare alle forme artistiche simili prodigi del pensiero.

Moravia, Calvino, la Morante, Sciascia e Pasolini: quale il Suo preferito?
Morante, ma vorrei anche spiegare perché. Pro o contro la bomba atomica è il saggio più importante che Morante abbia mai scritto, l’unico che avrebbe voluto pubblicare. Lo presentò per la prima volta al teatro Carignano di Torino, il 19 febbraio del 1965, davanti a una platea non proprio bendisposta. Informato in anticipo dell’argomento di cui avrebbe parlato la scrittrice il pubblico sembra
infastidito e scettico: ma come, non di fiabe, come suo solito, ci viene a raccontare? Ci viene invece a tediare con un argomento così tetro? Pregiudizio di genere e insofferenza verso la gravità acutissima del tema si mescolano e rendono reattiva e ancor più provocatoria la parola della scrittrice.
Molteplici e urgenti sono le questioni che Morante affronta dentro quella conferenza (presto fatta circolare su rivista, ma pubblicata in volume – da Adelphi – solo una ventina d’anni dopo). Quelle questioni sono lampi del pensiero, ma equivalgono a trattati di teoria politica.
Penso per esempio alla sua diagnosi della rimozione collettiva del problema nucleare, o alla sua denuncia dell’abuso metaforico della parola “atomico” (che ne fa una precorritrice di Susan Sontag e della sua polemica contro le metafore del cancro e dell’AIDS). Penso alla sua esaltazione del ruolo dello scrittore e della letteratura di fronte alla catastrofe, che suona come un inno per le discipline umanistiche. Penso alla sua critica genealogica della ragione strumentale (ma più concisa e efficace di Adorno e Horkheimer).
Penso a come suggerisce, in modo fulmineo e impertinente, che il complesso nucleare plasma infrastrutture e guida decisioni politiche in modo continuo e silente, anche se le sue macchinazioni diventano percepibili solo in fasi di crisi acuta. Penso infine a come usa la forma saggistica: in modo eslege e affascinante, sigillando il suo testo con un koan zen che manda in tilt la ragione perversa che ha ideato l’atomica, e lascia chi legge alle prese con un enorme, rimbombante punto interrogativo.

Quali autori, secondo Lei, oggi hanno la stessa potenza stilistica e intellettuale dei grandi che ha analizzato nel Suo saggio?
Mi è difficile rispondere.
Il nucleare è un tema ancora attuale. Lei vive negli Stati Uniti dove insegna da diversi anni: gli studenti americani sentono il nucleare come un problema o un’opportunità?
Non lo so perché nei corsi che ho dedicato alla letteratura nell’era nucleare non ci siamo mai posti il problema in questi termini. Ma di certo studiare all’università di Chicago costringe a fare i conti con il nucleare in modo molto intenso. È proprio sul suolo di questa università che il 2 dicembre del 1942 Enrico Fermi realizzò in gran segreto la prima reazione nucleare a catena autoalimentata: la prova generale della bomba. Sul punto esatto dove accadde questo evento capitale oggi si trova una scultura in bronzo di Henry Moore. È a forma di fungo atomico, ma a guardarla bene è in realtà a forma di teschio. È un monito che non dà tregua.

Nell’epilogo sottolinea l’impotenza ma anche la complicità dell’uomo davanti ad alcuni eventi come il cambiamento climatico. È una sfida che saremo in grado di accettare?
Non lo so, lo spero. Io provo un senso di paralisi molto forte, ma cerco di aggrapparmi a riflessioni altrui che mi rendano meno apatica. Penso per esempio a un saggio di Alexis Shotwell che si intitola Against Purity: Living Ethically in Compromised Times, pubblicato dalla University of Minnesota Press nel 2016. Per Shotwell la consapevolezza di come sia inevitabile avere una qualche forma di implicazione con una complessa rete di sofferenze non dovrebbe portare alla paralisi. Il suo libro, anzi, rivendica l’utilità di pensare alla compromissione come incentivo all’agire. E agire, nei suoi termini, coincide con il formulare una concezione distributiva – non elitista, come accade ora – delle scelte etiche.

l Suo saggio aiuta molto a riflettere anche sulla situazione attuale (armi, politica, comunicazione..). Un consiglio di lettera per “svegliarsi” dal torpore.
Il racconto All’idrogeno di Dino Buzzati, pubblicato per la prima volta nel 1954 e oggi incluso nei Sessanta racconti. Il racconto si apre con una bomba atomica cbe viene recapitata per posta in un condominio. Gli inquilini tremano, ma presto capiscono che non è per tutti.
È per uno solo: per il narratore. E allora si rasserenano, lo guardano con gioia feroce. Si sentono salvi. E lui capisce: «il cassone con l’inferno dentro» è per lui solo. Il racconto diventa così un’allegoria spietata dell’indifferenza, della rimozione selettiva, della complicità. Mentre la bomba viene issata su per le scale, una fisarmonica suona La vie en rose.
La musica della rinascita dopo la seconda guerra mondiale si sovrappone all’anticipo dell’annientamento, in un contrasto che è tutto politico. Ci troviamo all’improvviso di fronte a una meditazione scorata per i destini delle vittime – destinatarie dell’«esclusivo dono» della bomba – e a una riflessione sulle implicazioni morali della distanza. Assenza di compassione per chi è stato colpito e annientato, e sollievo per la propria pelle salvata: in una manciata di pagine sature di elementi soprannaturali, Buzzati ci spinge a pesare la responsabilità
di un posizionamento sia geopolitico che morale.
Grazie
Leggerlo perchè
Perchè è una raccolta di analisi, sentimenti e pensieri di grandi intellettuali che ci devono far riflettere ancora oggi.
Neo
sarebbe stato interessante sentire anche altre voci..

